Il correttore di bozze

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Si scrive ecc. o si scrive etc.? Oppure etc senza punto? Si scrive princìpi o principî, quando si vuole distinguere da prìncipi? Si scrive piú o più? Si scrive sé stesso o se stesso? Si scrive dànno o danno? Entrambe si declina?
La maggior parte sono o è? Si dice gli effetti paradosso o gli effetti paradossi? Si scrive per cento o %? E il pallino ° dei gradi va attaccato o staccato dalla cifra? E quand'è che un rigo in testa può essere considerato una vedova? E quand'è che un rigo al piede può essere considerato un orfano? E perché si scrive qual è e non qual'è?
Il correttore cercava di non domandarsi quale importanza potessero avere queste cose. Che senso poteva avere spendere energie, tempo e soldi perché in un libro fossero disposte uniformemente le virgolette?
Quante battute gli erano passate sotto gli occhi nel corso degli anni? Che differenza c'è tra ibidem e ivi, ibid.? Oppure fra op.cit e semplicemente cit.?
Il correttore sapeva che l'attenzione a queste cose era molto diminuita nel corso degli anni. E al tempo stesso era diminuito il prestigio sociale di chi faceva quel mestiere. Una volta, un giorno che era di umore veramente nero, era arrivato a inveire, fra sé e sé, contro coloro che esigono che si scriva a se stante, invece che a sé stante.
«Ma chi se ne frega?» Pensava a proposito della questione. Oppure «chissene frega»? perché no «chissenefrega»?


La citazione è tratta dalla pagina 60 del racconto lungo di Francesco Recami, Il correttore di bozze (Sellerio, Palermo 2007, € 12), in cui si narrano reazioni e riflessioni di questa figura professionale alle prese con un testo "noir" che crea perplessità e turbamenti. Uno sguardo duplice: vedere all'opera un correttore e seguire le ambiguità e i piani paralleli di una vicenda inquietante, che non sempre convince.

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Questa pagina contiene un solo post di lucius pubblicato il 21.09.07 07:41.

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