Il libro tra mercato e cultura

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Le trasformazioni del settore editoriale negli ultimi 15 anni sono state determinate dalle innovazioni tecnologiche con l'irruzione del digitale e delle reti, dai processi di concentrazione societaria con la formazione di pochi grandi gruppi leader e dalla modificazione della catena distributiva con l'ingresso del prodotto libro nella grande distribuzione.
2_castenaso2.jpgQuest'ultimo fenomeno è il più recente e sollecita previsioni pessimistiche sulla probabile crisi dei più tradizionali punti di vendita: le piccole e medie librerie.
Un esempio di questo approccio si trova nello scambio tra una libraia di Lodi e Umberto Galimberti, pubblicato il 15 settembre 2007 su D Donna, il magazine femminile di «Repubblica»: lo spunto è dato dal "Decreto Bersani" sulle liberalizzazioni, che si è esteso in parte anche al settore editoriale. Riportiamo di seguito il testo integrale dell'articolo, lasciando il commento a mo' di controcanto alla voce di Vladi Finotto, un economista attivo nell'area del Nord-est e animatore con altri colleghi di un blog molto vivace.
COME SI DANNEGGIA LA CULTURA
Scrive Marx: "Per il capitalismo, attento solo al denaro, un mercato di libri non differisce da un mercato di bestiame", se non per il fatto - aggiungo io - che il libro, rispetto al bestiame, è una merce molto più povera che pertanto va tutelata.
Sono una libraia appartenente a una specie in via di estinzione. Il decreto Bersani sulle liberalizzazioni non ha abolito il Pra, non ha eliminato la commissione bancaria di massimo scoperto e lascia i notai al loro posto nelle vendite immobiliari, ma ha totalmente liberalizzato il prezzo dei libri, facendo sparire una legge sull'editoria che, seppur insufficiente, faceva salvo il principio del prezzo imposto, seppure con una lunga serie di deroghe e di eccezioni.
Chi ha presentato l'emendamento - l'onorevole Della Vedova, eletto nelle file del partito partorito dal principale editore italiano - e chi lo ha votato - i suoi ex "compagni" radicali - hanno capito poco del mercato del libro, che io preferisco definire "Il mondo dei libri".
Parlo da libraia che commerciante si sente poco, da lettrice che vive il mondo dei libri da un punto di osservazione privilegiato, da operatrice culturale che tenta di avanzare una propria proposta, che faticosamente cerca di andare al di là di ciò che è più immediatamente disponibile e reperibile, perché i libri sono, da un certo punto di vista, come un piccolo tesoro: per trovarli si deve cercare, allestire uno scenario nel quale entrino in gioco competenze, fantasia, varietà, passione e libertà, I libri in Italia hanno un prezzo spesso proibitivo? Credo di sì, anche se non sempre: discutiamo. Il numero di nuove proposte è esagerato? Certamente sì: discutiamo anche di questo. Il catalogo ne esce penalizzato? Non sempre, credo, fin quando esisteranno luoghi in cui non ci si dimentica del "vecchio" per inseguire le novità che durano, spesso, il tempo di un mattino. E quei luoghi sono le librerie.
La liberalizzazione del prezzo dei libri non spezzerà posizioni di monopolio ma contribuirà a crearne, perché solo i grandi magazzini, i supermercati, gli ipermercati e le grandi librerie dl catena potranno permettersi di praticare forti sconti e perché solo le grandi case editrici saranno in grado di proporli, grazie alle proprie economie di scala. Gli altri, piccole librerie e piccole case editrici, saranno tagliati fuori e tutti quanti, lettori dl bestseller e di "nicchia", non avranno più librai e librerie cui rivolgersi per trovare ciò che i "grandi" non hanno interesse (economico) a proporre o pubblicare. Saranno tutti un po' più poveri anche se potremo acquistare l'ultimo libro di Camilleri a metà del prezzo "consigliato" perché non sarà facile trovare sui banchi del supermercato L'antologia dl Spoon River, Fahreneit 451 o La banalità del male. Ringrazio della lungimiranza i nostri parlamentari e li invito, in particolare i radicali, a fare abbondanti scorte per il futuro.
Michela Sfondrini
Libreria Sommaruga, Lodi

Un modo per non tutelare la cultura è quello di liberalizzare il prezzo dei libri. Dove per "libri" non intendo quelli scolastici, gli unici intorno a cui periodicamente la nazione si sveglia e si accorge che esistono i libri, e neppure i libri d'arte o i cataloghi che le banche regalano a Natale ai "migliori clienti" affinché li depositino intonsi sui tavoli bassi dei loro ricchi soggiorni che di solito non ospitano librerie.
Per libri intendo quei volumi di saggistica e narrativa che non servono per superare gli esami e neppure per adornare i soggiorni, ma per arricchire le nostre idee e consentire ai nostri sentimenti di spaziare in scenari che non siano quelli dell'immediatezza quotidiana. Di questi libri se ne vendono e se ne comprano pochi se è vero che vengono considerati "grandi lettori" coloro che leggono due libri all'anno, di cui uno è l'ultimo bestseller (espressione che serve a segnalare quali sono i peggiori libri in circolazione) e l'altro è quello più pubblicizzato dai programmi televisivi.
Oggi i migliori libri li pubblicano le piccole case editrici che, non potendosi permettere pubblicità né sui giornali né in televisione, non possono competere nella liberalizzazione dei prezzi con le grandi case editrici (quelle dei bestseller e dei libri propagandati in tv). Liberalizzare prezzi significa allora affossare la miglior cultura. E questo sul versante degli editori.
Sul versante dei librai le cose vanno ancor peggio. Perché le grandi catene di librerie hanno un numero significativo di vendite che consente loro di praticare sconti e campagne di saldi, mentre la piccola libreria, dove trovi libri seri, il libraio competente che sa consigliarti (e non il commesso che non sa neppure cosa vende e, se non legge il titolo del libro sullo schermo del computer, non te lo ordina, ma ti dice subito che è esaurito). Il piccolo libraio, che ti conosce e con cui puoi discutere perché i libri, se non proprio tutti, in gran parte li legge o perlomeno li sfoglia, con la liberalizzazione dei prezzi, è costretto a chiudere.
E così la cultura e quel discutere di cultura e quel fare cultura, possibile solo nelle piccole librerie, dove trovi anche i libri importanti che "non vendono" e non solo quelli che fanno cinquantamila copie in una settimana e poi muoiono, dove il libro se non c'è te lo ordinano perché non è esaurito, dove conoscono i tuoi gusti e ti sanno consigliare, con la liberalizzazione del prezzo del libro, questi piccoli santuari della cultura che, a differenza delle anonime, asettiche e grandi catene librarie, non assomigliano ai supermercati, spariranno, e con loro quanto la cultura ha di pregevole, secretato in quei libri che non sono un evento di massa ostentato in sei vetrine consecutive, per dire a tutti che quel libro si vende anche a minor costo, stante la liberalizzazione dei prezzi. Una liberalizzazione che favorisce senz'altro il mercato (ma forse solo la sua concentrazione), ma danneggia irrimediabilmente la cultura, quella vera che nasce dall'amicizia tra il lettore e il suo libraio.
Umberto Galimberti

Ed ecco il commento di Finotto.
Ciò che colpisce di più dello scambio tra Galimberti e la libraia è l'intransigenza dei due: da una parte i buoni (i piccoli editori e librai ed i lettori di libri "seri"), dall'altra i cattivi (grandi editori e catene il mercato), con il bestseller come incontrovertibile prova della vittoria del male sulla cultura.
Il mondo dei libri è sicuramente in una fase di transizione che richiede attenzione e delicatezza, ma anche la capacità dei suoi operatori e commentatori di ripensare sé stessi ed il mercato. Paventare tragedie e difendere un'idea anacronistica seppur romantica della cultura non mi paiono il modo migliore per cominciare.

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