Una lettrice 'non comune'

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madness_of_king_george.jpegAlan Bennett, prolifico scrittore inglese, autore di racconti, pièces teatrali e sceneggiature per il cinema, la radio e la televisione, è noto per esssere riuscito a interpretare il registro sarcastico e pungente dello humour britannico. Nel 1994 ha curato la trasposizione cinematografica di un suo lavoro, La pazzia di re Giorgio, che, oltre a numerosi premi e riconoscimenti internazionali, ha raccolto un discreto successo anche nelle sale italiane.
Quest'anno ha pubblicato un racconto breve, The Uncommon Reader, tradotto in italiano dalla casa editrice Adelphi (Milano 2007, euro 12), che interessa in questa sede per alcune considerazioni sul tema della lettura.
La lettrice "non comune" è addirittura Elisabetta II, la regina di Inghilterra, che nella fantasia di Bennett scopre in tarda età i libri e il piacere della lettura. Elisabetta è dipinta inizialmente secondo il cliché che è richiesto alla sovrana di un paese che è stato per oltre un secolo detentore di un impero mondiale: è imperturbabile, non prova soggezione, antepone il dovere al piacere, sente di avere degli obblighi profondi nel rappresentare in patria o all'estero il popolo inglese.
Eppure, per un semplice caso (uno dei cani che fugge dalla casa), la sovrana va incontro a un tarlo imprevisto, che ne muta la scala dei valori esistenziali: una biblioteca ambulante (tipica della tradizione inglese) e un giovane sguattero appassionato di libri. Si avvicina così a un mondo fino allora trascurato, che le alimenta una vera e propria passione in grado di distoglierla dalle regali incombenze.

Bennett offre a questo punto alcune risposte al quesito che chi sta seguendo il racconto non può non porsi.

Perché mai lei, che faceva parte del Gotha del mondo, adesso era allettata dai libri, che del mondo erano solo un riflesso, o una riproduzione? Lei che aveva visto le cose dal vero.
[...]
L'attrattiva della lettura, rifletté, consisteva nella sua indifferenza, nella sua mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. Un lettore valeva l'altro e lei non faceva eccezione. La letteratura, pensò, è un commonwealth, le lettere sono una repubblica. In realtà quell'espressione, la repubblica delle lettere, l'aveva già sentita nei discorsi dei rettori, alle lauree ad honorem e simili, senza aver mai capito bene cosa significasse. All'epoca aveva ritenuto leggermente offensivo qualsiasi riferimento a una qualunque repubblica; se poi il riferimento avveniva in sua presenza, come minimo lo considerava una mancanza di tatto. Solo adesso afferrava il senso di quell'espressione. I libri non sono per nulla ossequiosi. Tutti i lettori sono uguali... (pp. 29-30).
[...]
Per lei non c'era niente di più serio e nutriva per la lettura gli stessi sentimenti che certi hanno per la scrittura: era impossibile rinunciarvi e per lei, in quella fase della sua vita, era come una missione.
È vero che all'inizio leggeva con trepidazione e un certo nervosismo. Si perdeva di fronte all'infinita quantità dei libri e non aveva idea di come procedere; leggeva senza metodo, un libro portava a un altro e spesso ne iniziava due o tre contemporaneamente. Gli appunti erano venuti dopo; leggeva sempre con una matita a portata di mano, non per riassumere quello che leggeva ma per trascrivere i passaggi che l'avevano colpita. Fu solo dopo un anno di letture e di appunti che Sua Maestà si azzardò ad annotare un pensiero tutto suo... (pp. 41-42)
Ecco la metamorfosi si sta compiendo: fuori della etichetta e della convenzioni, ci si può permettere anche di pensare, di cominciare ad essere se stessi. E questo grazie a un dialogo interiore che si svolge con chi nel passato più o meno lontano ha pensato di mettere per iscritto le proprie idee e di lasciare in eredità testi letterari o saggistici. La lettura circonda chi la esercita di un aura particolare: crea uno spazio e un tempo di carattere magico che possono superare i confini della vita reale.
E Bennett ci regala un esempio sublime di questo fenomeno, con la sovrana di Inghilterra che arriva a commentare un episodio banale della sua vita di corte con questa annotazione nel diario: "È possibile che io mi stia trasformando in un essere umano". Non senza farle aggiungere, con il suo humour caustico: "Non sono convinta che si tratti di un cambiamento auspicabile. E stavolta pensò bene di aggiungere la data" (p. 43).
La trasformazione è completa verso la fine del racconto, quando la sovrana si rende conto che: "leggere non le bastava più.Un lettore non è molto diverso da uno spettatore, mentre scrivere per lei era agire e agire era il suo dovere" (pp. 81-82). Da qui a immaginare un futuro diverso, in occasione del suo ottantesimo compleanno, il passo sarà breve.

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Questa pagina contiene un solo post di lucius pubblicato il 24.11.07 14:51.

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