Elogio dell'inutilità

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In un mondo che si affanna nella salvaguardia di se stesso, affogando in una marea di buone intenzioni (che, il più della volte, restano tali), tra le manifestazioni di rabbia popolar-globale, le molteplici associazioni naturaliste-umanitarie, cultural-sociali, i concerti contro la povertà che solo per essere allestiti richiedono una spesa pari a quella che salverebbe il Congo, gli allarmi nostradamici sull'imminente conflagrazione universale: in mezzo a tutto questo, rimane per fortuna qualcosa di perfettamente inutile. Privo di fini, privo di intenti, privo di moralità. L'arte. L'unica cosa capace di compiere un elogio completo ed efficace dell'inutilità: perché più è inutile, e cioè priva delle buone intenzioni di cui sopra, più è bella, più è perfetta. Ci piacerebbe, per sentirci forse un po' meno inadeguati e crudeli, poter inventare l'arte sociale, impegnata, che risolve i problemi e si presta a essere l'arco impugnato da noi moderni Robin Hood, ma fortunatamente non ci è permesso violare il regno sacro dell'artista con successo. Qualcuno ci prova e lì per lì ci riesce, ma resta un isolato tentativo ingoiato dal tempo.
Lo aveva capito già Wilde, che scriveva nella prefazione del Ritratto di Dorian Gray: «nessun artista ha intenzioni etiche. Uno scopo etico in un artista è un imperdonabile manierismo stilistico.»
Manierismo: letteralmente, questa parola dal sapore cinquecentesco significa imitazione della maniera, dello stile dei grandi artisti del passato; intesa come la intendeva Wilde, invece, significa imitazione del mondo etico, il che è molto peggio di un'emulazione artistica. La tentazione dell'imitazione etica ci viene, probabilmente, dal connubio storico tra l'arte e la religione che oggi, in un'epoca più laica, si è trasformato nell'associazione tra arte e politica, arte e società, arte e popolarità. Purtroppo, però, infarcire un'opera d'arte, sia essa letteraria o cinematografica o pittorica o musicale, di principi e fini etici è prostituirla al nostro senso di colpa e alle nostre frustrazioni morali, sottoponendola al giudizio e alla censura delle strutture sociali.
Buono o cattivo, morale o immorale non sono aggettivi attribuibili a un libro: «i libri sono scritti bene o scritti male. Questo è tutto». Certo, «la vita morale dell'uomo fa parte della materia dell'artista, ma la moralità dell'arte consiste nell'uso perfetto di uno strumento imperfetto», per cui, se è vero che un'opera d'arte resta pur sempre il racconto di una storia archetipa che racchiude un messaggio nascosto, è ancor più vero che non è quel messaggio a rendere l'arte bella. Sarebbe come raccontare la fiaba di Cappuccetto Rosso partendo dalla fine, mettendo in chiaro che non si va da soli nel bosco: se l'unico obiettivo sarebbe diffondere questa verità alle nuove generazioni, a che scopo inventarsi tutta la storia del lupo, della nonna, del cacciatore?
In realtà, invece, è l'apparentemente inutile e superfluo a racchiudere la grande verità e, dato che (sempre per citare Wilde) «ogni arte è a un tempo epidermide e simbolo», «l'artista non ha bisogno di dimostrar nulla», principio che è abbastanza duro da accettare, in un mondo in cui tutti si affannano a dimostrare qualcosa a se stessi e agli altri, spesso attraverso la distorsione della propria immagine. Ancora una volta, ecco la prova che i secondi fini distruggono la bellezza: se guardiamo una persona bellissima, sapendo che si è massacrata in palestra e si è sottoposta a una miriade di interventi non solo chirurgici per avere quell'immagine, l'incantesimo di avvenenza che appare ai nostri occhi a poco a poco svanisce. Lo stesso avviene per l'arte: se appaiono anche impercettibilmente segni di artifici e finalità più o meno personali, viene inevitabilmente meno l'ammirazione spontanea verso di essa. Perciò, contrariamente a quanto affermano i critici delle apparenze e i sostenitori della fatidica bellezza interiore, la mancanza di immagine nella nostra epoca è quella che Wilde avrebbe definito una tragedia. Perché l'immagine, quella non artificiosa, è ricchezza evocativa, rappresentazione spontanea, interpretazione primitiva della realtà interiore; esattamente come l'arte (e su questo concordo con i critici dell'apparenza) è inutile, talvolta fallace, ma è l'unica cosa che può raggiungere la perfezione. Non esiste la morale perfetta, né la legge perfetta, né l'animo perfetto, né la vita perfetta: ma esistono invece statue, libri, musiche, dipinti, film perfetti, di fronte ai quali non possiamo che rimanere stupefatti e ammirati.
Solo la vera arte è «perfettamente inutile».

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Questa pagina contiene un solo post di M.Chiara Cantelmo pubblicato il 24.03.09 14:58.

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