Who watches the Watchmen? We do!

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Si parla di editoria. E quindi di libri. I fumetti sono libri, no? Quindi parlerò di un fumetto, anzi di una graphic novel.
Sì, ho appena finito di leggere Watchmen. E ne sono rimasta colpita.
La mia sola remora era questa: adesso sembrerà che lo stia leggendo sull'onda dell'entusiasmo scatenato dal film. In realtà, da almeno un anno scrutavo questo ponderoso albo dall'aria oscura sugli scaffali delle librerie, e tra me e me pensavo "uhm, interessante".
Poi, però, me ne dimenticavo: a torto, naturalmente. Avessi dato retta all'istinto, avrei potuto precorrere la moda degli avventurieri mascherati e sembrare una vera scopritrice di talenti (anche se l'albo risale a più di vent'anni fa - precisamente al 1986 - e Alan Moore, il suo autore, somiglia ormai ad una specie di sciamano psichedelico e non è certo un novellino).
Invece ho dovuto soffocare l'istinto che mi spinge sempre 500 miglia lontano da tutto ciò che è di moda, e che negli anni mi ha impedito di leggere i libri di Coelho, Harry Potter e La Solitudine dei Numeri Primi.
Scelta fortunata, visto che la saga degli avventurieri in costume è un'interessantissima esperienza di lettura sia che per gli appassionati di fumetti che per gli amanti dei romanzi nel senso più ampio del termine: lo dimostra il fatto che il «Time Magazine» lo abbia annoverato fra i 100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 ad oggi. I testi di Moore passano da toni piani e discorsivi a vette di poesia (talvolta anche un po' troppo facili alla retorica), venati di humour nero, capaci di creare suspense ed immedesimazione, mentre i disegni di Dave Gibbons forniscono un adeguato contraltare ad un'atmosfera tanto fosca, tratteggiando con precisione le espressioni dei personaggi, la rabbia, la tristezza e la paura, la claustrofobia dei luoghi chiusi, la desolazione degli ampi spazi, e producendosi in effetti speciali cinematografici come esplosioni atomiche, smaterializzazioni e viaggi spaziali.
Il titolo del fumetto (originariamente una serie di 12 albi, poi riuniti in volume) viene dalla frase del poeta latino Giovenale "quis custodiet ipsos custodes"? Ossia, "chi sorveglierà i sorveglianti?", che in inglese suona "who watches the watchmen?": scritta che, sotto forma di graffito, inizia a spuntare ovunque sulle pareti degli edifici di una New York stufa dello strapotere degli avventurieri in costume.
Le vicende si svolgono in un arco di tempo che va dalla fine degli anni '30 al 1985 (come se il "1984" orwelliano fosse diventato realtà), in una distopica realtà parallela in cui la guerra fredda non è mai finita e il mondo è diviso in blocchi contrapposti, sull'orlo di una guerra nucleare urlata dalle prime pagine di tutti i giornali, e la narrazione è inframmezzata da numerosi flashback, utili a spiegare la genesi dei personaggi, nonché da finti documenti, lettere e articoli di giornale dell'epoca.
I protagonisti, giustizieri mascherati decisamente sui generis e dai nomi evocativi (Spettro di Seta, Gufo Notturno, Dottor Manhattan), hanno molto poco del "super" e forse anche dell'"eroe": loro stessi non si definiscono mai supereroi, sia perché non dotati di superpoteri (tranne il Dottor Manhattan, un avvenente uomo dal fisico scolpito e di colore blu, dotato di facoltà semidivine), sia perché tormentati da angosce, conflitti interiori e problemi di relazione con l'altro sesso.
Tutto l'insieme suona come se la sicurezza dei nostri bambini  fosse nelle mani di un gruppo di personaggi di Kafka, ed effettivamente molti potrebbero non riporre fiducia in un brutto ceffo in impermeabile e cappello che non ride mai e se va in giro con una maschera con le macchie del test di Rorschach (questo è appunto il suo nome di battaglia): è una squadra di sorveglianti (watchmen) dalla dubbia moralità, né affabili né simpatici né rassicuranti, tanto che si fatica ad annoverarli nelle schiere dei "buoni".
La linea di confine tra bene e male è più labile del solito, in una realtà parallela in cui morale e giustizia sono concetti opinabili e non ci si può fidare nemmeno della propria madre: trova la sua più perfetta realizzazione il motto machiavelliano per cui "il fine giustifica i mezzi". Tutti sono pronti a sacrificare tutti in nome di un obiettivo superiore, sia esso il bene dell'umanità, la salvezza del pianeta, o semplicemente il profitto personale: poche sono le amicizie, rari i veri amori.
Molteplici i significati nascosti nella complessa struttura del fumetto, assieme ai riferimenti all'iconografia e alla cultura pop, alla musica, all'arte: primo fra tutti lo smiley macchiato di sangue che costituisce un vero leitmotiv nella narrazione, simbolo - la macchia rossa che corrompe l'inebetito sorriso giallo - del decadimento delle "magnifiche sorti e progressive" dell'età contemporanea.
"O tempora o mores!", esclamerebbe Cicerone: e sembrano fargli eco, nella recente trasposizione cinematografica del fumetto, i primi 5 minuti del film, con, sotto i titoli di testa, scene tratte dalla storia di oggi (la conquista dello spazio, la guerra, Kennedy che stringe la mano al Dottor Manhattan) e per sottofondo la dylaniana The Times They Are A-Changing, ad avvertirci, memorabile, che i tempi stanno cambiando.

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Questa pagina contiene un solo post di Antonella Spinella pubblicato il 01.04.09 15:01.

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