Archivi di Dicembre 2009

Requiem per un editore

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In occasione del decennale della morte di Giulio Einaudi, alcuni articoli sulla stampa quotidiana possono essere letti come una composizione sinfonica con un'ouverture e quattro tempi, scritti da autori diversi. L'ultimo lo abbiamo riservato a un nostro breve  commento.

Ouverture in do maggiore
[«Il Sole 24 ore» del 24 maggio 2009: Gian Arturo Ferrari, Bestseller voluti e no]
I bestseller interessanti sono quelli voluti, non quelli spontanei. Per comprendere gli spontanei occorrono indagini e analisi di alto profilo, sulla società, la storia e il gusto. Mentre i voluti sono piccole faccende di cucina editoriale, nel complesso più alla nostra portata. In Italia l'inventore del bestseller voluto fu il primo vero editore moderno, Emilio Treves, il quale, innamoratosi (editorialmente) di D'Annunzio, concentrò ogni risorsa su Il piacere, a scapito del precedente astro Giovanni Verga che di lì a poco ne morì.
Ma la prima vera e grande operazione bestseller, così come oggi l'intendiamo, si deve a Einaudi (inteso come figura editoriale collettiva, non come persona) che nella primavera del 1974 pubblicò La storia di Elsa Morante con una determinazione e una inventiva mai viste prima (la sola determinazione infatti non basta, come si potè constatare l'anno successivo con l'Horcynus Orca di Mondadori, eminente e memorabile flop). Le invenzioni furono due. La prima riguardò il publishing del libro in senso stretto, cioè la collana, il prezzo e la copertina. La storia è un voluminoso romanzo di oltre seicento pagine. Invece di metterlo nella sua collana regolare e naturale, i Supercoralli, Einaudi lo piazzò negli Struzzi, che era allora la collana economica, e di conseguenza abbassò drasticamente il prezzo. Il significato di queste scelte era 'Ci credo talmente e sono così sicuro che venderà tanto da potermi permettere un prezzo bassissimo'. Per la copertina scelse un'immagine solarizzata nera e rossa, quasi grafica, estremamente aggressiva. Ma la principale innovazione fu l'uso della pubblicità. Invece di tristi quadratini con più tristi frasette, prese, di domenica, tutta l'ultima pagina del "Corriere", la lasciò bianca e in mezzo mise una piccola riporoduzione della copertina del libro.

Primo tempo in si minore
[«la Repubblica» del 29 novembre 2009: Michele Smargiassi, Il capo della Mondadori contro Einaudi. "Travolto dalla sua megalomania"]
Il «naufragio» della casa editrice Einaudi negli anni Ottanta «non fu causato da ragioni gestionali», ma dalla «determinazione lucida e feroce» di Giulio Einaudi nel «perseguire un progetto grandioso, smisurato, megalomanico e forse insensato», un «progetto egemonico» che venne alla fine travolto dalla «catastrofica resurrezione dell'idea enciclopedica». Il severissimo giudizio è di un altro editore di spicco, Gian Arturo Ferrari, direttore della divisione libri della Mondadori ma anche, da poche settimane, nominato dal ministro Sandro Bondi presidente del Centro per il libro e la lettura, l'agenzia governativa che si occuperà della promozione della cultura scritta in Italia. Anche per questo l'attacco di insolita severità verso il fondatore della storica sigla editoriale (che attualmente fa parte proprio del portafoglio Mondadori)è stato letto da molti presenti come la dichiarazione politico-programmatica del nuovo grand commis culturale, più che come il risorgere di un'annosa polemica da terze pagine.
Si era in casa di un'altra nobile editrice: Il Mulino, che come ogni anno ha tenuto ieri a Bologna la sua annuale Lettura, in questa venticinquesima edizione eccezionalmente a tre voci: quelle del filosofo Remo Bodei, del sociologo e storico francese Marc Lazar e appunto di Ferrari, davanti a un parterre eccellente di docenti, politici e ovviamente di "mulinanti", tra cui l'ex premier Romano Prodi. Argomento della venticinquesima edizione, dedicata allo storico direttore del Mulino Giovanni Evangelisti scomparso un anno fa, lo stato di salute dell'editoria di cultura.
Per Ferrari il libro di qualità, circa il 10% del mercato editoriale, non è poi così in crisi come sembra, ma lo è (e a suo giudizio, fortunatamente) solo una certa idea del ruolo dell'editore come «figura hegeliana della cultura». Quella che ebbe in Einaudi, appunto, il suo archetipo, e nella sua avventura editoriale il modello tutto italiano di un rapporto fra libro e panorama politico-culturale dove l'editore «non è tale perché pubblica libri di cultura ma perché fa la cultura», cioè impone alla società intera la sua visione del mondo: «non casa editrice di partito, ma che detta la linea al partito», ovviamente il Pci; e neppure university press di tipo anglosassone, ma crogiolo di intellettuali di volta in volta gramsciani, francofortesi o strutturalisti, che indica costantemente all'università la linea culturale a cui «accodarsi». Un «einaudismo» siffatto si scontrò però con quella che sullo stesso palco Marc Lazar ha appena descritto come il «fallimento dell'intellettuale comunista» e la crisi dell'«impegno» diretto al fianco della politica. Ma anziché tornare nell'alveo naturale dell'editoria di cultura, come faranno le eredi dirette o indirette dell'esperienza einaudiana, l'ambizione del patriarca torinese secondo Ferrari sale negli anni Ottanta ulteriormente di livello: è allora che la sua «vena megalomanica» si trasforma «in conclamato delirio di onnipotenza, nell'utopia di una rifondazione universale e comprensiva del sapere» guidata e concentrata in una sola esperienza editoriale: appunto, la «catastrofe» dell'Enciclopedia.

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