Requiem per un editore

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In occasione del decennale della morte di Giulio Einaudi, alcuni articoli sulla stampa quotidiana possono essere letti come una composizione sinfonica con un'ouverture e quattro tempi, scritti da autori diversi. L'ultimo lo abbiamo riservato a un nostro breve  commento.

Ouverture in do maggiore
[«Il Sole 24 ore» del 24 maggio 2009: Gian Arturo Ferrari, Bestseller voluti e no]
I bestseller interessanti sono quelli voluti, non quelli spontanei. Per comprendere gli spontanei occorrono indagini e analisi di alto profilo, sulla società, la storia e il gusto. Mentre i voluti sono piccole faccende di cucina editoriale, nel complesso più alla nostra portata. In Italia l'inventore del bestseller voluto fu il primo vero editore moderno, Emilio Treves, il quale, innamoratosi (editorialmente) di D'Annunzio, concentrò ogni risorsa su Il piacere, a scapito del precedente astro Giovanni Verga che di lì a poco ne morì.
Ma la prima vera e grande operazione bestseller, così come oggi l'intendiamo, si deve a Einaudi (inteso come figura editoriale collettiva, non come persona) che nella primavera del 1974 pubblicò La storia di Elsa Morante con una determinazione e una inventiva mai viste prima (la sola determinazione infatti non basta, come si potè constatare l'anno successivo con l'Horcynus Orca di Mondadori, eminente e memorabile flop). Le invenzioni furono due. La prima riguardò il publishing del libro in senso stretto, cioè la collana, il prezzo e la copertina. La storia è un voluminoso romanzo di oltre seicento pagine. Invece di metterlo nella sua collana regolare e naturale, i Supercoralli, Einaudi lo piazzò negli Struzzi, che era allora la collana economica, e di conseguenza abbassò drasticamente il prezzo. Il significato di queste scelte era 'Ci credo talmente e sono così sicuro che venderà tanto da potermi permettere un prezzo bassissimo'. Per la copertina scelse un'immagine solarizzata nera e rossa, quasi grafica, estremamente aggressiva. Ma la principale innovazione fu l'uso della pubblicità. Invece di tristi quadratini con più tristi frasette, prese, di domenica, tutta l'ultima pagina del "Corriere", la lasciò bianca e in mezzo mise una piccola riporoduzione della copertina del libro.

Primo tempo in si minore
[«la Repubblica» del 29 novembre 2009: Michele Smargiassi, Il capo della Mondadori contro Einaudi. "Travolto dalla sua megalomania"]
Il «naufragio» della casa editrice Einaudi negli anni Ottanta «non fu causato da ragioni gestionali», ma dalla «determinazione lucida e feroce» di Giulio Einaudi nel «perseguire un progetto grandioso, smisurato, megalomanico e forse insensato», un «progetto egemonico» che venne alla fine travolto dalla «catastrofica resurrezione dell'idea enciclopedica». Il severissimo giudizio è di un altro editore di spicco, Gian Arturo Ferrari, direttore della divisione libri della Mondadori ma anche, da poche settimane, nominato dal ministro Sandro Bondi presidente del Centro per il libro e la lettura, l'agenzia governativa che si occuperà della promozione della cultura scritta in Italia. Anche per questo l'attacco di insolita severità verso il fondatore della storica sigla editoriale (che attualmente fa parte proprio del portafoglio Mondadori)è stato letto da molti presenti come la dichiarazione politico-programmatica del nuovo grand commis culturale, più che come il risorgere di un'annosa polemica da terze pagine.
Si era in casa di un'altra nobile editrice: Il Mulino, che come ogni anno ha tenuto ieri a Bologna la sua annuale Lettura, in questa venticinquesima edizione eccezionalmente a tre voci: quelle del filosofo Remo Bodei, del sociologo e storico francese Marc Lazar e appunto di Ferrari, davanti a un parterre eccellente di docenti, politici e ovviamente di "mulinanti", tra cui l'ex premier Romano Prodi. Argomento della venticinquesima edizione, dedicata allo storico direttore del Mulino Giovanni Evangelisti scomparso un anno fa, lo stato di salute dell'editoria di cultura.
Per Ferrari il libro di qualità, circa il 10% del mercato editoriale, non è poi così in crisi come sembra, ma lo è (e a suo giudizio, fortunatamente) solo una certa idea del ruolo dell'editore come «figura hegeliana della cultura». Quella che ebbe in Einaudi, appunto, il suo archetipo, e nella sua avventura editoriale il modello tutto italiano di un rapporto fra libro e panorama politico-culturale dove l'editore «non è tale perché pubblica libri di cultura ma perché fa la cultura», cioè impone alla società intera la sua visione del mondo: «non casa editrice di partito, ma che detta la linea al partito», ovviamente il Pci; e neppure university press di tipo anglosassone, ma crogiolo di intellettuali di volta in volta gramsciani, francofortesi o strutturalisti, che indica costantemente all'università la linea culturale a cui «accodarsi». Un «einaudismo» siffatto si scontrò però con quella che sullo stesso palco Marc Lazar ha appena descritto come il «fallimento dell'intellettuale comunista» e la crisi dell'«impegno» diretto al fianco della politica. Ma anziché tornare nell'alveo naturale dell'editoria di cultura, come faranno le eredi dirette o indirette dell'esperienza einaudiana, l'ambizione del patriarca torinese secondo Ferrari sale negli anni Ottanta ulteriormente di livello: è allora che la sua «vena megalomanica» si trasforma «in conclamato delirio di onnipotenza, nell'utopia di una rifondazione universale e comprensiva del sapere» guidata e concentrata in una sola esperienza editoriale: appunto, la «catastrofe» dell'Enciclopedia.
II tempo in fa maggiore per coro e orchestra (doppio movimento)
[«la Repubblica» del 1 dicembre 2009: Massimo Novelli, Contro Einaudi, accuse sbagliate]
«Gian Arturo Ferrari è il mio padrone, ovviamente. Ma mi sembra di dovere difendere, a qualunque costo, la vecchia Einaudi. E dico: meno male che è esistita, che c'è stata». Sebastiano Vassalli ribatte in questo modo, più sul serio che sul faceto, alle affermazioni del direttore della divisione libri della Mondadori, e dell'Einaudi, a proposito della «vena megalomanica» di Giulio Einaudi e della sua pretesa volontà, fino agli anni Ottanta, di dare addirittura la linea al Partito comunista.
«Non ci fu mai niente di questo genere. Giulio Einaudi forse fu un po' megalomane. E la casa editrice magari troppo sovradimensionata. Ricordo che solo all'ufficio tecnico lavoravano diciotto o diciannove persone. Tanto che si arrivò al fallimento. Però si può comprendere: in un mondo editoriale come quello, ormai dominato dall'aziendalismo, Giulio rappresentava l'editore di stampo rinascimentale, l'ultimo a incarnare lo spirito del nostro Rinascimento». È quanto aggiunge lo scrittore genovese, che vuole sottolineare, con quella battuta iniziale, come Ferrari sia ancora il «padrone» dei suoi libri, tutti pubblicati dallo Struzzo.
Una casa editrice di cultura, in larga parte di sinistra, è chiaro. Tuttavia non la casa editrice che dà l'impronta ai comunisti. È quanto sostiene anche lo storico Corrado Vivanti, curatore insiemea Ruggiero Romano della monumentale Storia d'Italia einaudiana: «È davvero difficile immaginare un Norberto Bobbio o un Massimo Mila impegnati a dare la linea del Pci nelle riunioni del mercoledì! E poi posso ricordare, a questo proposito, un aneddoto che mi riguarda. Negli anni Settanta si diffuse la voce che io sarei diventato membro del comitato centrale del Pci. Roberto Cerati, oggi presidente onorario dell'Einaudi, lo venne a sapere e mi fece chiamare. Mi domandò se era vero. In questo caso, proseguì, avrei dovuto allora dimettermi dal comitato direttivo dell'Einaudi. Non era così».
Guido Davico Bonino entrò nel 1961, giovanissimo, nella casa editrice di via Biancamano, per sostituire Italo Calvino all'ufficio stampa. Oggi ricorda: «C'erano storici, studiosi e letterati come Franco Venturi, Luciano Gallino, Giorgio Manganelli, Carlo Carena. Non mi pare che fossero comunisti. Venturi, per esempio, che era stato addetto culturale presso l'ambasciata italiana a Mosca, era un acceso anticomunista e di sicuro non nascondeva le sue posizioni nel corso delle riunioni dell'Einaudi. E la stessa cosa, il fatto di non essere legati al Pci, si può dire per Gallino, per un anarcoide e un liberale dello stampo di Manganelli. Oppure per un cattolico praticante come Carena, il curatore della collana dei classici greci e latini, che aveva studiato nel collegio rosminiano di Domodossola».
Ferrari adesso attacca l'Einaudi. Eppure, rammenta Vassalli, «in un certo qual modo, è stato un po' il continuatore della storia dello Struzzo», che, almeno fino a dicembre, presiederà. Si tratta di una contraddizione palese? Davico Bonino chiama in causa la «cattedrite», quella «sorta di sindrome che induce i professori universitari in via di pensionamento a parlare male dell'Università. Pure lui sta per lasciare e, guarda caso, ha avuto proprio ora un rigurgito di rigore pedagogico o aziendalista». Megalomania di re Giulio? Libri per pochi? Davico Bonino è categorico: «Come ha scritto di recente Carlo Carena, riportando una massima di Thomas Fuller, "la cultura ha guadagnato più di tutto dai libri con cui gli stampatori hanno perso"».

[«Il Corriere della sera» del 6 dicembre 2009: Dino Messina, Einaudi, la settimana più difficile]
Nell'anno del decennale della scomparsa, avvenuta il 5 aprile 1999, quella che si è appena conclusa è stata la settimana più difficile per la famiglia che custodisce il ricordo di Giulio Einaudi. Ma anche nella sede di via Biancamano della casa torinese non sono stati giorni facili. Il presidente Roberto Cerati, dopo aver letto le dichiarazioni di Gian Arturo Ferrari, direttore generale in uscita della Mondadori Libri, gruppo che controlla anche l'Einaudi, sulla «determinazione lucida e feroce» di Giulio ad attuare «il disegno egemonico» teorizzato da Gramsci, con punte di «megalomania» che si sono rivelate pienamente nel progetto dell'Enciclopedia, ha pensato seriamente alle dimissioni. A confermarci questa notizia, con addolorato garbo, è la nipote di Giulio, Roberta, fondatrice con Ginevra Bompiani della casa editrice Nottetempo.
«Ho parlato con Cerati due giorni fa - dice Roberta Einaudi, figlia del fratello di Giulio, Roberto. Era indignato, gli tremava la voce, mi ha detto di essere stato a un passo dalle dimissioni. Una decisione bloccata da una vera e propria sollevazione in suo favore all'interno dell'Einaudi». Ma anche i vertici di Segrate potrebbero essere intervenuti per far restare Cerati. Gian Arturo Ferrari a Bologna, durante una cena organizzata nella sede del Mulino alla vigilia della tradizionale lettura annuale, venerdì della scorsa settimana aveva parlato di Giulio Einaudi come dell'«inventore dell'editoria di qualità» e poi s'era lanciato in una serie di definizioni quali «Fitzcarraldo del libro», per niente preoccupato dai conti economici, un editore che non dipendeva dall'università o dal partito (inteso come Pci), ma che voleva «influenzare l'università e il partito». Un'accusa «insensata», commenta Roberta Einaudi: «Se l'immagina Palmiro Togliatti che prende ordini da mio zio?». La nipote del fondatore della casa editrice torinese, in questi giorni ha inviato agli amici una lettera che il nonno Luigi, governatore della Banca d'Italia e secondo presidente della Repubblica italiana, aveva inviato nel 1944 dalla Svizzera al figlio Giulio, quando questi aveva deciso di raggiungere una formazione partigiana. «Tu hai creato una impresa che vale assai più della mia, che è stata e sarà ancora - scriveva Luigi al figlio che temeva di perdere - una fiaccola luminosa nella vita spirituale italiana; ed in quel lavoro ti sorresse sempre il pensiero di lavorare per quelli a cui hai dato la vita». E a proposito dell'aspetto economico dell'impresa aggiungeva: «Sarai, se non il più grande economicamente, che non conta nulla, il capo spirituale del tuo ramo». Giulio, conclude Roberta Einaudi, «è stato il suo catalogo. Forse è stato megalomane perché vedeva in grande, è morto senza possedere nulla».
A telefonare tra i primi a Roberto Cerati è stato il nipote dell'editore, Malcolm Einaudi, che fu adottato dal nonno a quattro anni, alla morte di Elena, prima figlia nata dal secondo matrimonio di Giulio. Malcolm, 41 anni, nel 2003 assieme ad alcuni famigliari e collaboratori del nonno, ha creato la Fondazione Giulio Einaudi: «In consiglio di amministrazione avevamo previsto un posto per la casa editrice oggi controllata dalla Mondadori, ma dal notaio non si presentò nessuno. O meglio, arrivò il presidente di via Biancamano, Roberto Cerati, precisando che era lì a titolo personale. Ho sentito Cerati lunedì scorso: era scosso e arrabbiato, non escludo che abbia pensato alle dimissioni. Credo comunque che ai vertici di Segrate sia arrivata una nota di protesta firmata non soltanto da lui. Lealista per definizione, se non può parlare bene di qualcuno, Roberto tace. Ha passato gli ultimi anni della sua vita a spiegare alle nuove leve che l'editoria di qualità non passa soltanto dall'aspetto commerciale. Lui, che era direttore commerciale dell'Einaudi di Giulio Einaudi». Malcolm pone una questione: «Perché l'attacco di Ferrari arriva in questo momento? La mia sensazione è che alcuni manager, finché amministrano l'Einaudi, cercano di essere all'altezza del modello che li ha preceduti e quando lasciano viene fuori la contraddizione: che l'Einaudi di oggi non è più quella creata da mio nonno. Dove sono oggi i Pavese e i Calvino, che prestarono il loro talento per la creazione di un catalogo che fa la storia della letteratura italiana?».
Sull'aspetto economico della vecchia gestione Einaudi, Malcolm sostiene infine che i critici sono stati troppo duri: «Il fallimento dell'Einaudi non dipese dalla megalomania di mio nonno, ma dagli interessi bancari che erano al 15 per cento. Bastarono tre anni di amministrazione controllata per rimettere in piedi l'azienda».

III tempo in sol maggiore per voce solista
[«la Repubblica» del 30 novembre 2009: Alberto Asor Rosa, Si spara su Einaudi. Difesa del grande editore, del ruolo storico esercitato sulla cultura italiana e delle sue ragioni, dopo gli attacchi del direttore della Mondadori].
Puntuale come un meccanismo ad orologeria arriva l'attacco alla Einaudi: una volta alla sua pervicace, quasi massonica pretesa di egemonismo; un'altra alla sua forsennata ambizione di governare il Partito (comunista, s'intende); un'altra alla sua cedevole disponibilità a farsene governare; un'altra ancora alle scelte presuntuosamente aristocratiche dei suoi redattori ed autori (gli uni e gli altri, il più delle volte, con un'insopportabile puzza sotto il naso).
Questa volta l'attacco è mosso direttamente al suo fondatore ed eroe eponimo, Giulio Einaudi, appunto, responsabile, più che di aver creato la Casa editrice che ne porta ancora il nome (come sarebbe giusto), di averla disfatta. Strano: l'autore dell'attacco è una persona che conosco come seria e posata, Gian Arturo Ferrari, che per ragioni di età lascerà la carica di direttore della divisione libri della Mondadori ed ha assunto quella di presidente del Centro per il libro e la lettura, giustamente offertagli dal Ministro Bondi. Ma tant'è. Un colpo di vento può capitare a chiunque.
Nel merito si possono fare, sinteticamente, tre ordini di considerazioni. Il primo è: l'«egemonia culturale» è come il coraggio, chi non ce l'ha, non se la può dare. Se fra gli anni '40 e i '70 questa egemonia l'ha avuta indiscutibilmente la Einaudi, invece di esorcizzare bisognerebbe capire. Per carità: questo non significa che nel campo dell'editoria culturale in Italia nel medesimo periodo (o quasi) non ci sia stato altro. Basta fare i nomi, per giunta a me cari sia in passato sia oggi (e credo di averlo dimostrato) di Laterza e Feltrinelli, per rendersene conto. Ma è un'altra cosa. Egemonia culturale vuol dire praticare sistematicamente le strade che, insieme con il prodotto librario, percorrono le tendenze di ricerca più vive e più di avanguardia nel proprio paese e nel mondo. Questo ha fatto in Italia la Einaudi: andare alla ricerca delle tendenze culturali più vive e più di avanguardia, ospitarle e a sua volta alimentarle. Evidentemente è questa la colpa non irrilevante che le si rimprovera oggi, dove è dominante la rincorsa all'appiattimento e alla mediocrità.
Secondo: quando si attacca la Einaudi per l'uno o per l'altro dei motivi sopra ricordati, e per altri ancora, io provo sempre l'impressione che, al di là di quella sigla editoriale, s'attacchi il meccanismo culturale che essa ha largamente praticato e che in generale va oggi incontro a difficoltà d'ogni genere. Bisogna invece ribadire questo punto: l'editoria che guarda al grande mercato non può, non potrà mai svolgere le funzioni che svolge l'editoria culturale. Anche in questo caso, certo, le eccezioni non mancano. Una collana come "I Meridiani" è culturalmente ammirevole, ma è un'altra cosa. La ricerca delle nuove strade si è svolta necessariamente altrove: in Einaudi, appunto, e, come dicevo, altrove.
Terzo: la figura del fondatore ed eroe eponimo, Giulio Einaudi. Non mi verrebbe mai in mente di definirlo megalomane: se mai, eccezionale, uno che ha pensato in grande dall'inizio alla fine della sua vita. Se vogliamo esser precisi fino in fondo, anche sul piano storico, dovremmo dire infatti che le due «grandi opere», che per sua scelta caratterizzano il passaggio fra gli anni '70 e gli '80, e dunque preludono alla crisi, - e cioè la Storia d'Italia e l'Enciclopedia, - sono andate incontro a riuscite economiche molto dissimili (ottime la Storia, molto mediocri l'Enciclopedia), senza che di ambedue si possa mettere in dubbio il carattere pionieristico e fondativo (sul quale, per richiamare l'attenzione in concreto sul nesso editore-intellettuali-ricerca, ebbero un ruolo di primaria importanza due studiosi del calibro di Corrado Vivanti e Ruggiero Romano). Osserverò di sfuggita che l'anno medesimo della Grande Crisi usciva il primo volume della Letteratura italiana, cui si possono attribuire molti difetti, ma non quello di non essere andata benissimo sul mercato, anche in tempi molto difficili. Forse a spiegare la Grande Crisi servirebbe di più richiamare la folle corsa al rialzo degli interessi bancari fra i '70 e gli '80 che non la megalomania egemonistica del fondatore.
Ma veniamo brevemente al presente. Che bisogno ci sarebbe di attaccare così veementemente la Einaudi del passato se la Einaudi di oggi fosse un cane morto da seppellire, una sorta di scheletro vuoto intorno al quale danzare il rito dell'addio? La mia tesi è che non è così, e questo è forse ciò che spiega la durezza e l'insistenza degli attacchi. Nella mia esperienza la Casa editrice, - voglio esser chiaro: tutta la Casa editrice, dagli Amministratori delegati nominati dalla proprietà, e forse vittime di un rapido processo d'innamoramento, allo staff redazionale ai tecnici, - si è battuta in questi anni per continuare quella tradizione: cioè per restare, - non trovo altro modo per dirlo, - nel solco scavato un tempo da Giulio Einaudi (con il necessario rispetto, ça va sans dire, del nuovo e dell'imprevisto). Ci riesce? Ci riesce sempre? Fino a che punto ci riesce? Questo sarebbe un discorso più serio: ma è quello che si fa continuamente nella Casa editrice, e accanto a lei. Ritorna il sospetto già manifestato: forse è questa la Giulio Einaudi editore che dà fastidio, non quella di trenta-cinquant'anni fa. Se è così, lo sapremo presto.

IV tempo in re minore per voce solista

[brevi note di lucius suggerite dalla lettura del volume di Roberto Cicala e Velania La Mendola (a cura di), Libri e scrittori di via Biancamano. Casi editoriali in 75 anni di Einaudi, «Quaderni del Laboratorio di editoria», Facoltà di Lettere e Filosofia, Università Cattolica, Milano 2009]
La storia, come sempre, è più complessa: sfogliando le quasi 600 pagine di questo bel volume si può trarre un ritratto più approfondito di un'avventura editoriale che ha segnato la seconda metà del Novecento in Italia e riscoprire la ricchezza di un catalogo che spazia tra letteratura e storia, filosofia e scienze umane, diritto ed economia, senza tralasciare in rami minori epistemologia e scienze dure. Si rappresenta il trionfo della cosiddetta "editoria di cultura", animata secondo le parole del fondatore da una "felicità del fare", che sola può dare la spinta quotidiana alla ricerca del meglio.
Ed anche in questa sede, in una prospettiva storica più distaccata, non mancano i riferimenti - più sacrali che irriverenti - all'«Editore» (con la e maiuscola), al «principe», al «sovrano del libro» o al «Giulio Cesare dell'editoria», a testimonianza di una linea di politica culturale ambiziosa: quella di formare una classe dirigente all'altezza dei compiti che attendevano l'Italia liberata, l'Italia del neo-capitalismo o quella del dopo '68, e di incidere sulla crescita civile dell'opinione pubblica nella sua consistenza di ceti e gruppi sociali legati alle professioni, alla conoscenza o alle arti. Un disegno discendente da un'ambizione egemonica, curiosa nell'esplorare i nuovi filoni del pensiero contemporaneo e nel ricercare una sprovincializzazione della cultura italiana: tratti questi riconosciuti implicitamente nella stessa ouverture iniziale di Gian Arturo Ferrari.
Quanto alla crisi finale, che non fu la prima di questi anni di storia, ma l'ennesima situazione di difficoltà propria di un settore industriale caratterizzato da costi certi e ricavi solo probabili, non fu il frutto di un tratto soggettivo, che forse preesisteva dall'origine e a cui si devono anche molti dei risultati raggiunti, ma di un mutato contesto sociale ed economico (nazionale e internazionale) che ha influenzato i processi di formazione culturale e di scambio delle conoscenze - e continua tuttora a farlo in forme originali.

Breve postilla
[Mario Baudino, Non sparate sullo Struzzo. Dopo l'attacco di Ferrari, il direttore Ernesto Franco rivendica il progetto culturale della Einaudi, «La Stampa» del 17 dicembre 2009.]
Non ci sono fratture e discontinuità tra lo Struzzo di Giulio Einaudi e quello che, superato il fallimento negli anni Ottanta, è finito dopo alterne vicende nel gruppo Mondadori. Anzi, «l'Einaudi è stata ed è - sottolineo è - la stessa casa editrice. Una casa editrice di cultura, sulla base non di un progetto ma di un particolare giudizio di valore». Lo ha rivendicato ieri il direttore editoriale Ernesto Franco, parlando all'Archivio di Stato in apertura della quinta giornata di studi nell'ambito della mostra «Bobbio e il suo mondo»: e le sue parole sono suonate come una pacata ma orgogliosa risposta alle polemiche delle ultime settimane, innescate da una conferenza bolognese di Gian Arturo Ferrari. [...]
Qual è stato il progetto editoriale dello Struzzo? Franco ha risposto con le parole del fondatore: «Del progetto editoriale ti accorgi quando lo hai alle spalle», e ha tessuto l'elogio dell'editoria di cultura, intesa come tensione verso nuove idee e non come inseguimento delle novità che si bruciano rapidamente (e sono dei cadaveri, come diceva Walter Benjamin): «Il nuovo è rischio editoriale, una scommessa sul pubblico del futuro», e per questo l'Einaudi «si è sempre mossa come una casa editrice di cultura, grandi opere comprese, persino tradotte all'estero».
L'accenno alle grandi opere di taglio enciclopedico suona come un ridimensionamento della tesi che proprio esse abbiano affossato l'Einaudi negli anni Ottanta: una convinzione diffusa e fatta propria da Ferrari, quando a Bologna ha puntato il dito sulla «finale e catastrofica resurrezione dell'idea enciclopedica», risultato e culmine di un «conclamato delirio di onnipotenza (sempre editorialmente parlando), nell'utopia di una rifondazione universale e onnicomprensiva del sapere». Ci era andato giù duro. Franco procede felpato, rifacendosi al Norberto Bobbio di Politica e cultura per ribadire come la «politica della cultura» non sia «politica culturale» (la prima è apertura e difesa di spazi di confronto, la seconda pianificazione fatta dai partiti e dai potentati politico-economici ); e spiega la sua idea di «valore editoriale».
Non è una semplice valutazione, ma un giudizio di valore che va dal piano etico a quello economico. In altre parole, si crede in un libro e si fa di tutto per riuscire a venderlo, perché oggi come ieri «è necessario coniugare cultura e profitto». Tre sono i parametri di un editore con questo profilo, e devono stare in equilibrio: c'è quello appunto culturale, quello etico e quello economico. Se uno prevale si diventa qualcos'altro: «un'accademia, o un gruppo di volontariato, o una finanziaria». Le varie crisi einaudiane sono state appunto crisi di questo equilibrio. Ma «la casa editrice è rimasta com'è, e sottolineo com'è, perché consapevole che dal giudizio di valore dipende la sua vitalità».
A questo punto, la domanda si impone: il direttore dell'Einaudi ha usato almeno due volte il verbo sottolineare. Sempre riferito alla continuità. Ferrari invece insisteva sulla cesura. Sembra una risposta piuttosto diretta. «Niente affatto, penso proprio che sarebbe stato d'accordo con me, con quanto ho detto». Insistiamo. Nessun riferimento alle reazioni polemiche di molti autori della casa editrice? «No, ho parlato solo di argomenti generali». Di editoria di cultura, appunto. Quella che per lei è viva e vegeta, e per Ferrari ha concluso il suo ciclo. E di Giulio Einaudi, che è stato messo, ammettiamolo, parecchio sotto accusa. «Guardi, Einaudi si difende da solo, con la casa editrice che ha creato e che è viva e vegeta».
Tutto bene, o quasi, per l'attuale direttore editoriale dell'Einaudi, senza disaccordi o polemiche. A parte un semplice dubbio sull'affermazione iniziale: siamo sicuri che l'Einaudi sia rimasta quella voluta da Giulio...?

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