Mercato e letteratura con pensieri "affettuosi" per gli esordienti

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Due confronti a più voci si sono sviluppati in parallelo durante il mese di marzo sul "Domenicale" del «Sole 24 ore»: il primo, dedicato al rapporto tra letteratura e mercato, è iniziato il 7 marzo 2010 con l'articolo di Federica Manzon Il mercato letterario? Non è il diavolo, apparso originariamente sul numero 49 della rivista «Nuovi Argomenti» (nuova serie edita da Mondadori), è proseguito nelle due settimane successive con gli interventi di Diego Marani (I lettori vogliono qualità?), Giulio Mozzi (Per favore, niente snobismi) e Gianandrea Piccioli (La chiave è l'accesso), e si è concluso il 28 marzo con la nota di Giorgio Van Straten, consigliere di amministrazione della RAI, Chi difende più la qualità?.
Il secondo filone ha toccato invece il tema degli esordienti, alternando in una sorta di controcanto la lettera al principiante di Filippo Tuena (Inferno per l'autore in attesa di editore - 14 marzo), i consigli alla Swift di Paolo Albani (Gettare la spugna con metodo - nella stessa data) e gli incoraggiamenti autentici di Tim Parks (Esordienti, non gettate la penna - 28 marzo 2010). I due testi di Tuena e di Albani sono estratti rispettivamente da pubblicazioni recenti: Manualetto pratico ad uso dello scrittore ignorante, appena edito da Mattioli 1885, e Manualetto pratico ad uso di coloro che vogliono imparare a scrivere il meno possibile, pubblicato per i tipi di Fuoco-fuochino di Afro Somenzaro in 11 (leggasi undici) copie.

Letteratura e mercato

Il punto di partenza della Manzon si basa su un interrogativo preciso: perché la società letteraria guarda con pregiudizio negativo alle opere che hanno successo e accusa il mercato di essere il principale artefice di un abbassamento della qualità letteraria delle nuove produzioni? Il pensiero corre subito ad alcuni best-seller degli ultimi anni, largamente premiati nelle vendite in una misura che la maggioranza dei critici ha trovato spoporzionata rispetto alla qualità letteraria. Ma è anche vero - sostiene la Manzon - che alcuni autori di grande successo, dall'Eco originario del Nome della rosa al prolifico Stephen King, sono diventati "maestri di culto" nel loro genere e apprezzati dal pubblico ben oltre una moda momentanea. Ecco allora quali sono i possibili termini del problema:
"L'opposizione mercato e letteratura non è quindi così netta. Il successo di pubblico non è facilmente indice di scarsa qualità letteraria, e si può azzardare tra i due una convergenza anche in negativo. L'alienazione del pubblico avviene infatti molto spesso quando lo scrittore, invece di concentrarsi su ciò che vuole veramente raccontare, si fa catturare da regole e mode, cerca di piegare la propria vocazione autentica ai dettami delle correnti letterarie in voga o delle supposte tendenze di mercato. In poche parole, non è così scontato che il valore economico sia inversamente proporzionale al valore artistico.
Diego Marani, scrittore, traduttore e inventore della lingua artificiale europanto, dissente decisamente dalla tesi che il successo di mercato in qualche modo sancisca anche il valore letterario di un'opera: tra i libri che vendono molte copie ce ne sono alcuni (pochi) che segnano un periodo storico e altri (la maggioranza) che servono a trascorrere con piacere qualche pomeriggio. Come esempio Marani suggerisce la differenza tra un John Grisham e un Gabriel Garcia Marquez; e tale distanza dovrebbe essere colta in primo luogo dal lettore - il che, a suo avviso, non accade: «in Italia oggi il lettore non è più abituato alla profondità e all'astrazione. La maggioranza degli italiani che ancora leggono, cercano nel libro quel che cercano in televisione: un divertimento facile per passare un paio d'ore».
Giulio Mozzi e Gianandrea Piccioli sono nella loro diversità due autentici "animali editoriali": il primo è consulente di case editrici, animatore del blog Vibrisse e docente in corsi di scrittura creativa; il secondo è stato direttore e amministratore delegato della Garzanti, dopo esser passato anche per la Rizzoli e la Sansoni.
Per Mozzi, la forza vitale della letteratura deriva da «tutta la produzione letteraria», sia da quella alta che da quella cosiddetta bassa, e richiama un esempio storico: «il conte Alessandro Manzoni non sarebbe sceso da cavallo, abbandonando inni e tragedie, per scrivere un romanzo, se il romanzo, questo genere letterario così disprezzato, così corruttivo, così popolare, così di basso livello da essere considerato roba per le donne, non si fosse nel frattempo imposto nel consumo dei lettori dell'epoca. Ripeto: nel consumo». L'esempio è intenzionalmente paradossale, perché la situazione attuale non è paragonabile con l'epoca manzoniana sotto molti punti di vista, ma ciò non toglie che l'arroccamento nella patria delle sacre lettere tende a perpetuare un'idea di letteratura oramai fuori del tempo.
Per Piccioli, il problema in discussione non è rappresentato dal mercato editoriale, necessariamente e inequivocabilmente condiviso da tutti; il vero nodo è l'accesso a questo mercato per i giovani o meno giovani autori e per quel prodotto «commercialmente più debole (perché più impegnativo alla lettura per forma o contenuto, perché meno televisivo, perché marginale rispetto al gusto main stream e per chissà quanti altri motivi)». E i motivi di queste difficoltà Piccioli prova ad elencarli sotto forma di interrogativi retorici, dai meccanismi centralizzati e statistici degli ordini delle librerie, alla disposizione dei libri nei grandi megastore, alla costruzione dei bestseller e, in definitiva, alla prevalenza della direzione marketing su quella editoriale nelle grandi case editrici.
Infine per Giorgio Van Straten, romanziere, traduttore e organizzatore culturale di grande esperienza, la carenza principale va individuata nella predominanza pressoché totale della componente mercato rispetto alla componente qualità, con una progressiva marginalizzazione della letteratura rispetto ai decenni precedenti: «negli ultimi anni, ormai direi un paio di decenni, si contano sulla punta delle dita di una sola mano i casi di romanzi italiani che abbiamo suscitato un dibattito pubblico, una riflessione collettiva, che abbiano dato vita a un confronto culturale", ossia che abbiano in qualche modo "contato" nella formazione della coscienza collettiva e della opinione pubblica. E l'esempio in positivo che cita è quello di Gomorra, ossia non di un vero e proprio romanzo ma di un saggio trasposto in forma letteraria.

I consigli "affettuosi" per l'esordiente

Basterebbero i titoli degli articoli per capire l'atteggiamento di Filippo Tuena e di Paolo Albani nei confronti degli scrittori esordienti: Inferno per l'autore in attesa di editore per il primo, Gettare la spugna con metodo per il secondo. Di diverso tenore quello di Tim Parks, sulla base di una esperienza personale, con un invito esplicito alla costanza e alla resistenza in vista del premio finale: la pubblicazione.
Tuena utilizza la metafora della "discesa agli Inferi", mentre Albani ricorre a una sorta di paradosso swiftiano con toni semiseri: nel primo caso si suggerisce di iniziare dalla frequentazione dei testi più dozzinali o dal confronto con gli autori popolari di successo, su cui occorrerà esercitarsi in una lettura ad alta voce delle edizioni più economiche per la carta e la qualità della stampa, aggiungendo alla beffa il danno per gli occhi; nel secondo caso si legifera con la costruzione di un nuovo decalogo rivolto all'abbandono della vocazione letteraria.
Gli esiti sono, tuttavia, diversi. Per Tuena il desiderio del giovane esordiente è "irrefrenabile", per cui, nonostante tutte le punizioni infernali a cui è sottoposto per liberarsi dal proprio invasamento, scatta improvvisa la molla recidiva di riprovarci, «di giocare la sorte ancora una volta perché senti intimamente di far parte dei pochi e dei grandi, anzi sei certo di farne parte indipendentemente dai giudizi degli altri...». Per Albani il decalogo ha uno sviluppo circolare: nel decimo e ultimo comandamento suggerisce di disfarsi del "manualetto" e di tornare al primo, quello per cui «è buona regola non indugiare troppo in scomode posture alla scrivania, davanti alle cosiddette "sudate carte"», ed è meglio «dedicarsi ad altri piacevoli svaghi, anche, perché no?, di tipo bassamente corporale. Ne guadagneranno moltissimo il vostro umore e la vostra schiena».
Tim Parks, scrittore inglese trapiantato in Italia da molti anni, racconta la personale vicenda di aspirante romanziere che tra il 1977, durante la tesi di dottorato, e il 1985, dopo il matrimonio in Italia e con un lavoro di insegnante, è arrivato a scrivere 8 romanzi, tutti rigorosamente ignorati dalle case editrici a cui si era rivolto. La svolta avvenne con l'intervento di un vecchio tutor universitario, a cui si rivolse negli anni successivi e che autonomamente inviò il dattiloscritto a un premio letterario. L'happy end si può già immaginare, perché a partire da questo momento la ruota della fortuna inizia a girare nell'altro senso e la produzione pubblicata di Parks è elencata nelle prime quattordici voci di questa pagina di Internet Bookshop, dove spiccano vicino ai titoli dei libri i nomi di editori quali Adelphi, Einaudi e Bompiani. E questa è la morale dell'autore inglese:
«È davvero arduo sapere se vale la pena continuare oppure no (dopo il rifiuto dei primi 8 romanzi - N.d.R.). Nessuno è in grado di dare consigli. È perfettamente possibile che qualche bel libro non troverà mai un editore. La predestinazione non c'entra. L'apprendimento sì, invece. (...) Forse quello che conta davvero è che la volontà e il piacere di provare rimangano più forti della sofferenza del rifiuto. Alla fine la vita è anche spreco, e chi si stanca è perduto.»

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Questa pagina contiene un solo post di lucius pubblicato il 31.03.10 22:41.

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