Archivi di Aprile 2010

Un mondo a nuvolette

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[N.B. Questo testo è un estratto dell'articolo integrale in cui trovate immagini e informazioni in più.]

Il mio primo amore arrivò ad otto anni. Avevo tutti gli elementi: un'amica del cuore, una fumetteria sotto casa di mia nonna e tanta curiosità. La prima serie che lessi fu Dragon Ball, di Akira Toriyama. Il primo volume che comprai fu Card Captor Sakura delle CLAMP. Se c'è qualche appassionato di manga, fra voi lettori, quasi sicuramente avrà sfogliato e/o letto almeno uno di questi due titoli. E se non l'ha fatto dovrebbe affrettarsi a rimediare. Parlare di manga è come parlare delle riviste italiane del '900: è un argomento vasto, vastissimo, che comprende storia, cultura, sensibilità artistica e morale, e tutto ciò che troviamo in un qualunque libro, o film, o prodotto culturale. Perché il manga non è solo intrattenimento, virtuosismo artistico o marketing. O almeno, non lo è un BUON manga. Questo articolo non sarà scritto da un'esperta del campo: sarà scritto da un'appassionata. Buona lettura.

ありがとう (Grazie!)

Cos'è un manga?

Manga è un vocabolo giapponese che classifica un genere di fumetto o di albo a figure (a volte chiamato komikku, dall'inglese comic) che ha avuto origine in Giappone negli ultimi anni del 19° secolo, ma nella sua caratterizzazione più moderna si svilupperà solo negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Attualmente in Giappone il manga è letto da individui di tutta l'età, perché vi sono tantissimi generi e sottogeneri adatti a tutti. I manga hanno le dimensioni di un libro tascabile e sono solitamente stampati in bianco e nero, ma esistono alcuni volumi che vengono stampati a colori: può essere una scelta dell'autore (ma è difficile che si stampi a colori un'intera collana), o anche di marketing (ad esempio in occasioni speciali, come anniversari o mostre importanti). I tankobon (volumi)  possono essere realizzati fondamentalmente con tre formati di pagina distinti: il più classico è il B6 (circa 12,5×18 cm), ma sono utilizzati anche, per edizioni più lussuose, l'A5 (15×21 cm) e il B5 (18×25 cm). In Giappone il mercato del manga rende annualmente 406 miliardi di yen (che ammontano circa a quasi 3 miliardi di euro), ed è in continua espansione. In Giappone si leggono manga ovunque: esistono i manga café, chiamati anche "manga kissa" (kissa è l'abbreviazione di "kissaten", un tipo di ristorante che vende caffè o pasti semplici), dove i clienti possono bere e mangiare mentre leggono un manga. Recentemente, inoltre, c'è stato un forte aumento di pubblicazione di webmanga originali, disegnati da appassionati di vario livello di esperienza, e pensati per la visualizzazione su internet; possono essere ordinate in forma di albo solo se è disponibile alla stampa. Il Museo Internazionale del Manga di Kyoto ha redatto una lunga lista dei manga pubblicati sul web in Giappone.

Un po' di storia

La parola "manga", tradotta, significa "immagini casuali", o "immagini senza nesso logico", ed appare nell'uso comune nel tardo 18° secolo, quando venne pubblicato il "Shiji no yukikai" (1798) di Santo Kyoden, e quando nel 19° secolo fu il turno di "Manga hyakujo" (1814) di Aikawa Minwa, e dei libri "Hokusai Manga" (1814-1878), che contiene disegni e schizzi del famoso artista di ukiyo-e Genjo Hokusai. Il primo ad utilizzare la connotazione moderna di manga fu Rakuten Kitazawa (1876-1955). I fumetti giapponesi erano connotati anche con Tobae (da Toba, artista del XI secolo), Byooga ("immagine disegnata"), e Ponchie (da Punch, una popolare rivista inglese).

Alcuni studiosi ritengono che l'origine del manga sia riconducibile agli eventi successivi alla Seconda Guerra Mondiale, altri all'era Meiji e quella precedente. L'occupazione statunitense del Giappone (1945-1952) sembrerebbe aver ispirato gli autori in erba, portando nel paese i fumetti americani, la televisione, i film e i cartoni animati come quelli della Disney, ma molti ritengono che il manga sia solo una continuità della cultura giapponese e dei suoi canoni estetici. Il manga moderno è nato durante l'occupazione americana, ed è nei primi anni '60 che nascono i primi lavori come "Astro Boy", di Osamu Tezuka, che ebbe un enorme successo ed ancora oggi ha moltissimi ammiratori. Dagli anni '50 ai '70 il manga si sviluppa in shounen manga e shoujo manga. È nel 1969 che viene fondato il primo gruppo di artiste di sesso femminile, col nome di "Il gruppo dell'anno 24", conosciuto anche come "Le magnifiche 24". Lo shoujo manga raggiungerà il suo apice con "Sailor Moon". Intorno agli anni '50 iniziò l'interesse per la fantascienza, e si svilupparono trame sui robot, sui viaggi nel tempo e nello spazio. Temi popolari includono anche la tecnologia, gli sport e i fenomeni soprannaturali. Stranamente, fumetti occidentali come Superman, Batman e Spider-Man non ebbero successo. Dagli anni '90 in poi i manga abbracciano con maggior spontaneità temi legati alla sfera erotica, anche nelle sue più diverse e crude sfumature (tra cui sadomasochismo e zoofilia). Contemporaneamente si sviluppò anche lo stile Gekiga, macabro e drammatico.

Editori, visionari innamorati

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Arrivando da Piazza Apollodoro, desolata alle tre del pomeriggio, raggiungere l'Auditorium non è complicato. Mentre la costruzione di Renzo Piano si mostra nella sua maestosità, l'impressione di trovarsi in un piccolo mondo, in una sorta di città colorata è inevitabile. Il silenzio delle strade circostanti è surreale, camminando sotto al porticato che brulica di gente. Per chi come me non c'era mai stata, l'impatto è notevole.

A confronto con il cielo grigio di questo marzo dal tempo bizzarro, i colori del logo "Libri Come" sembrano più accesi. Il che è un bene, perché mi ricorda il motivo per cui mi trovo lì. La conferenza su come si sceglie un libro inizia alle tre.

In una sala gremita, quasi al completo, troviamo posto lontano dal palco. La distanza non è tale da non riuscire a vedere in faccia le nove persone che si stanno accomodando sulle poltrone rosse:

Sandro Ferri (e/o), Gianluca Foglia (Feltrinelli), Ernesto Franco (Einaudi), Emilia Lodigiani (Iperborea), Stefano Mauri (GeMS), Antonio Sellerio (Sellerio), Massimo Turchetta (Mondadori), Paolo Zaninoni (Rizzoli) e il coordinatore nonché giornalista del «Sole 24ore» Stefano Salis.

In ordine, ognuno degli ospiti fa il proprio intervento, si concentra su punti specifici e dà uno spaccato della propria casa editrice e delle scelte da essa compiute. Chi si aspettava di sentire discorsi molto tecnici e pratici probabilmente è rimasto deluso.

In linea generale il ritratto dell'editore è stato realizzato con tinte delicate, poetiche anche sul nostalgico-sentimentale. Non si è nascosto che l'aspetto economico e materiale è senz'altro incisivo, ma non va considerato egemonico nel meccanismo decisionale delle case editrici. La maggior parte degli editori presenti si è schierata contro la comune immagine, confesso condivisa anche da me medesima, dell'editore come un giudice impassibile e sadico, tentando di abbattere la barriera che lo separa dal pubblico e lo relega in una dimensione poco umana e accessibile.

Sandro Ferri suggerisce l'esperienza della lettura come anello di congiunzione tra gli addetti ai lavori e i lettori, Gianluca Foglia propone di liberarci dell'immagine dell'editore-giudice e nel farlo si serve di Pennac così da offrirci una nuova lettura del suo mestiere, quella di un passante che tenta di oltreppassare un confine che, nell'immediato, è quello del favore del pubblico, Ernesto Franco pur sottolineando l'importanza del fattore economico, che chiama ironicamente giudizio di plus-valore, vuole far emergere l'impegno dell'editore a cercare il nuovo da intendere come "la novità che supera il tempo, un germoglio che fiorirà nel futuro". Emilia Lodigiani  si lascia sovrastare dalla passione per la scrittura del Nord Europa, per i grandi temi capaci di toccare il cuore, tratteggiando il suo mestiere con colori troppo roseei per essere reali, ma almeno degni del beneficio del dubbio. Antonio Sellerio fa un discorso pieno di verità semplici, a volte ovvie, ma necessarie da puntualizzare. Della sua Palermo ci regala uno spaccato tramite il filmato proiettato alle sue spalle mentre parla. Il presente si lega al passato ma si apre al futuro, così naturalmente che sfido a non immaginare Sciascia che prende un caffè con Camilleri. Il legame con le origini, della casa editrice Sellerio è una promessa al suo pubblico, che si rinnova nella decisione di mantenere la copertina blu per i suoi libri, di restare fedele al prezzo, di cercare autori che si identifichino con la casa editrice. Stefano Mauri e Massimo Tuchetta non cedono troppo al sentimentalismo. Il primo come conseguenza inevitabile della grandezza del suo gruppo editoriale, il secondo in quanto direttore generale di Mondadori. Mauri spiega che le scelte editoriali, per quanto concerne il suo gruppo, si muovono in due direzioni: gusto estetico e richieste di mercato. Turchetta presenta la sua squadra di editor come un repertorio di individui eterogenei e differenti che permette di avvicinarsi maggiormente ad un pubblico altrettanto eterogeneo e differenziato. Paolo Zannini conclude questa carrellata di nozioni editoriali con la considerazione che sia impossibile conoscere i meccanismi effettivi che spingono un editore a scegliere di pubblicare un libro piuttosto che un altro, ma essi non possono prescindere dalla passione e dalla visione. Quest'ultimo termine, per quanto io non lo abbia ancora nominato, è la chiave di lettura di tutta la conferenza. Quasi tutti infatti, chi più esplicitamente chi meno, si sono trovati a rifarsi a questo concetto per spiegare il proprio mestiere. La visione diventa così l'alibi, il carattere distintivo che muta l'editore da giudice a passante per Foglia, da manager a publisher per Turchetta, da semplice passionale a geniale visionario per Zaninoni citando De Niro.

Niccolò Ammaniti tra letteratura e cinema

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Scopro Niccolò Ammaniti nel 1999, l'anno in cui Mondadori pubblica il suo Ti prendo e ti porto via. Lo compro, lo divoro in un giorno. In seguito mi accadrà con ognuno dei suoi libri.

Ammaniti fa il suo esordio con Branchie nel 1994, edito dalla casa editrice Ediesse e ripubblicato nel 1997 per Einaudi "Stile libero". Una storia tra il surreale e l'allucinato da cui il regista Francesco Raniero Martinotti trarrà l'omonimo film nel 1999. Nel 1996 esce Fango, pubblicato dalla Mondadori. Una serie di racconti da cui emerge l'abilità dell'autore nel raccontare storie intrecciate, puzzle che prendono vita da luoghi e dimensioni distanti, con l'ausilio di una smisurata fantasia creativa, elemento dominante di tutta sua produzione.

Racconti come L'ultimo capodanno dell'umanità, anch'esso divenuto un film per la regia di Marco Risi nel 1998, o come Fango, che da il titolo al libro, ci proiettano in realtà costernate e popolate da eventi e personaggi dalle caratteristiche tragiche e grottesche, gettando uno sguardo disincantato su un'umanità priva di valori sani, specchio della complessa società in cui viviamo. Vicende narrate con ritmo incalzante che trascinano il lettore all'apice della tensione, per poi regalare spesso colpi di scena ben studiati e finali inaspettati.

manifesto.jpeg Fin qui, Ammaniti viene etichettato come autore di storie pulp e la sua scrittura, scrittura "di genere". Nel 2001 Einaudi "Stile libero" pubblica Io non ho paura, libro di successo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Questo periodo coincide anche con l'inizio della collaborazione con il regista Gabriele Salvatores, per il quale scriverà la sceneggiatura di questo titolo ed in seguito di Come Dio comanda. Con questi due romanzi Ammaniti si guadagna un'ulteriore etichetta della critica: scrittore di narrativa popolare. Questi ultimi due lavori vogliono essere una fotografia di realtà non-metropolitane, dove si muovono personaggi di bassa estrazione sociale e spesso di discutibile etica.

Io non ho paura è la scoperta del male e della sofferenza da parte di un bambino che trascorre le giornate con gli amici in giro per desolati campi di grano in una zona non specificata del Sud Italia, probabilmente la Lucania. Attraverso gli occhi del giovane, l'autore ci racconta la storia del rapimento di un bambino da parte di una banda di malviventi della quale fa parte anche il padre del protagonista. Emergono il tema dell'amicizia, del dolore e dei complessi rapporti familiari attraverso una scrittura che sa scavare nell'animo delle persone e sa tirarne fuori le gioie, le speranze, i timori, i terrori più reconditi. Io non ho paura è senza dubbio il romanzo di un Ammaniti maturo, desideroso di porre lo sguardo su uno dei tanti tristi temi della nostra società.

In un'intervista in cui gli si chiede cosa comporti la trasposizione cinematografica di un libro, Ammaniti risponde che, sebbene avesse egli stesso scritto quasi sempre le sceneggiature dei film tratti dai suoi libri, le mediazioni del regista, del direttore della fotografia o dello scenografo presuppongono comunque un lavoro d'interpretazione, una selezione, una scrematura di un materiale che, nel libro, è svincolato da tutto ciò. Aggiunge che nulla come un libro offre la possibilità di narrare e di descrivere da un lato e di essere trascinati e dare diverse interpretazioni dall'altro.

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