Niccolò Ammaniti tra letteratura e cinema

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Scopro Niccolò Ammaniti nel 1999, l'anno in cui Mondadori pubblica il suo Ti prendo e ti porto via. Lo compro, lo divoro in un giorno. In seguito mi accadrà con ognuno dei suoi libri.

Ammaniti fa il suo esordio con Branchie nel 1994, edito dalla casa editrice Ediesse e ripubblicato nel 1997 per Einaudi "Stile libero". Una storia tra il surreale e l'allucinato da cui il regista Francesco Raniero Martinotti trarrà l'omonimo film nel 1999. Nel 1996 esce Fango, pubblicato dalla Mondadori. Una serie di racconti da cui emerge l'abilità dell'autore nel raccontare storie intrecciate, puzzle che prendono vita da luoghi e dimensioni distanti, con l'ausilio di una smisurata fantasia creativa, elemento dominante di tutta sua produzione.

Racconti come L'ultimo capodanno dell'umanità, anch'esso divenuto un film per la regia di Marco Risi nel 1998, o come Fango, che da il titolo al libro, ci proiettano in realtà costernate e popolate da eventi e personaggi dalle caratteristiche tragiche e grottesche, gettando uno sguardo disincantato su un'umanità priva di valori sani, specchio della complessa società in cui viviamo. Vicende narrate con ritmo incalzante che trascinano il lettore all'apice della tensione, per poi regalare spesso colpi di scena ben studiati e finali inaspettati.

manifesto.jpeg Fin qui, Ammaniti viene etichettato come autore di storie pulp e la sua scrittura, scrittura "di genere". Nel 2001 Einaudi "Stile libero" pubblica Io non ho paura, libro di successo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Questo periodo coincide anche con l'inizio della collaborazione con il regista Gabriele Salvatores, per il quale scriverà la sceneggiatura di questo titolo ed in seguito di Come Dio comanda. Con questi due romanzi Ammaniti si guadagna un'ulteriore etichetta della critica: scrittore di narrativa popolare. Questi ultimi due lavori vogliono essere una fotografia di realtà non-metropolitane, dove si muovono personaggi di bassa estrazione sociale e spesso di discutibile etica.

Io non ho paura è la scoperta del male e della sofferenza da parte di un bambino che trascorre le giornate con gli amici in giro per desolati campi di grano in una zona non specificata del Sud Italia, probabilmente la Lucania. Attraverso gli occhi del giovane, l'autore ci racconta la storia del rapimento di un bambino da parte di una banda di malviventi della quale fa parte anche il padre del protagonista. Emergono il tema dell'amicizia, del dolore e dei complessi rapporti familiari attraverso una scrittura che sa scavare nell'animo delle persone e sa tirarne fuori le gioie, le speranze, i timori, i terrori più reconditi. Io non ho paura è senza dubbio il romanzo di un Ammaniti maturo, desideroso di porre lo sguardo su uno dei tanti tristi temi della nostra società.

In un'intervista in cui gli si chiede cosa comporti la trasposizione cinematografica di un libro, Ammaniti risponde che, sebbene avesse egli stesso scritto quasi sempre le sceneggiature dei film tratti dai suoi libri, le mediazioni del regista, del direttore della fotografia o dello scenografo presuppongono comunque un lavoro d'interpretazione, una selezione, una scrematura di un materiale che, nel libro, è svincolato da tutto ciò. Aggiunge che nulla come un libro offre la possibilità di narrare e di descrivere da un lato e di essere trascinati e dare diverse interpretazioni dall'altro.

le copertine di tre libri di Ammaniti
La coppia Ammaniti Salvatores si ripropone in Come Dio comanda, altra prova di grande abilità narrativa dello scrittore, subito portata al cinema dal regista. Il libro esce per la Mondadori nel 2006 e nel 2008 è già nelle sale. Racconta la storia di Rino Zena, padre disoccupato, emarginato, violento, alcolista, che cerca di crescere il figlio Cristiano all'etica della forza e della violenza aiutato dal disadattato Quattro Formaggi e dall'altro amico Danilo. Una storia dura, violenta. Una storia in cui il ruolo di padre e figlio spesso si invertono creando nel lettore una sorta di compassione per questi personaggi disorientati da una realtà difficile da accettare.

L'ultimo libro Che la festa cominci, pubblicato dalla collana "Stile libero big" di Einaudi, è invece una sorta di ritorno alle origini. Ammaniti ci ripropone una società dissipata in cui donne e uomini si muovono con la destrezza di veri animali, come nel caso dell'imprenditore di successo Sasà Chiatti, o con la ambigua  intolleranza verso la mondanità e lo sfarzo da parte dello scrittore Fabrizio Ciba. Attraverso la struttura di due storie parallele che poi magicamente s'incontrano andando a creare un unico filo narrativo, di nuovo ritornano figure senza valori, un concetto portato all'estremo nella descrizione di una sgangherata setta satanica di Oriolo Romano.

Che la festa cominci è una sorta di bizzarra commedia umana dove trovano spazio attori, attoruncoli e vip d'ogni genere che cercano a tutti i costi momenti di notorietà durante una stravagante festa organizzata dall'imprenditore Sasà Chiatti nella Villa Ada di sua proprietà. Torna lo stile tragicomico sostenuto dalla consueta tensione crescente che sfocia in un finale catastrofico in cui è presente anche un piccolo spazio per una critica verso l'ex Unione Sovietica. Emerge una visione della società in cui il bene e il male si confondono in una grande miscela di "non-valori" che nulla rendono possibile se non una gran confusione.

Si è parlato in un primo momento di Ammaniti come scrittore di genere, del genere pulp, il Quentin Tarantino della letteratura italiana. In seguito, come scrittore di narrativa popolare o come il parallelo italiano di Stephen King, per la sua abilità di creare storie parallele che poi quasi magicamente si incontrano.

Abbandonando un tipico atteggiamento teso ad etichettare tutto ciò che ci troviamo davanti, si può invece pensare ad un autore che sicuramente prende spunto e si forgia della lezione di artisti di grande successo degli ultimi vent'anni, per poi giungere al suo personale stile, al suo personale genere: una vasta miscela di commedia, tragedia, giallo, thriller, condita da una piacevole leggerezza di scrittura e amalgamata da una precisa struttura narrativa. La vena tragica e grottesca, la grande capacità di creare intrecci narrativi in storie spesso ondeggianti tra realtà e fantasia, la sottile comicità e il desiderio di raccontarci una società alla deriva e degenerata, hanno reso Ammaniti uno scrittore di grande seguito e, la sua riuscita collaborazione con grandi registi italiani non può che testimoniare ed accrescere questo mio "umile" pensiero di lettore appassionato.

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Questa pagina contiene un solo post di Tommaso Bolasco pubblicato il 05.04.10 12:32.

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