Memoria svelata/2. Cronache di un editore e dei suoi autori

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Ilaria Leodori ci ha raccontato recentemente il rapporto non sempre lineare di Sebastiano Vassali con Giulio Einaudi, attraverso il commosso ricordo che lo scrittore genovese ha tratteggiato durante l'ultimo Salone del libro di Torino. Il senso comune vuole che gli autori siano personaggi bizzarri per antonomasia, alle prese con la difficoltà di dare vita al proprio mondo interiore attraverso l'uso originale delle parole, ma anche gli editori - si potrebbe aggiungere - non "scherzano", ossia spesso non sono esenti da caratteristiche soggettive che li portano talora a toccare i limiti delle situazioni.

Il primo esempio viene proprio dalla figura di Einaudi (ne abbiamo parlato a lungo qui), personaggio non solo del racconto di Vassalli, ma anche del mondo editoriale italiano per lo stile di gestione "principesco" della casa editrice o per gli innamoramenti e gli abbandoni che hanno costellato la sua vita professionale. Un secondo caso è quello di Livio Garzanti, proprietario e direttore della omonima casa editrice dal 1954 fino al 1998 e autore egli stesso di romanzi e di racconti, tra cui si ricorda Amare Platone dedicato alla moglie Gina Lagorio morta nel 2005.

Garzanti, che si sta avvicinando in piena lucidità alla venerabile età dei 90 anni, ha iniziato a pubblicare una serie di articoli sul «Corriere della Sera» per ricordare alcuni episodi della sua vita, contraddicendo dichiarazioni rilasciate circa dieci anni fa a caldo dopo la cessione della casa editrice: «Non ricordo niente, e le testimonianze le ho buttate. Via tutte le lettere, quelle di Gadda, quelle di Bertolucci, non ho più memoria» (intervista di Donata Righetti sul «Corriere della Sera» del 22 giugno 2000).

Il primo articolo, uscito il 29 agosto scorso, è dedicato al rapporto con Pier Paolo Pasolini, di cui è stato per molti anni e per molte opere l'editore (salvo per il passaggio finale dello scrittore friulano proprio alla casa editrice Einaudi).
Sono nato editore quando ho pubblicato Ragazzi di vita e ho finito di esserlo attivamente quando, purtroppo, in ben altro tragico modo, si chiuse anche la vita di Pasolini. Lo avevo incontrato auspice Attilio Bertolucci, raffinatissimo grand gourmand della letteratura e «papa» del mondo letterario romano, mondo che io sogguardavo dal marciapiede. Pasolini era un puro, un cataro, che viveva nelle sozzure peggiori, tra tante epidermidi bitorzolute e ripugnanti incontrate nelle tenebre notturne delle stazioni ferroviarie. La bocca spalancata di Ninetto (che ho incontrato poi amichevole a Forte dei Marmi), la bocca aperta di questi ragazzi incantati! Conoscevo dalle confidenze di Laura Betti le storie torbide e la tragedia del mio nuovo amico, di questo illuminato da una morale sociale che esplodeva come una necessità fisiologica ad alimentare la fiamma letteraria.
Copertina_RdV.jpgSono parole forti, che manifestano l'ammirazione e la distanza che non potevano non segnare il rapporto con questo autore così diverso in tutto: nell'approccio alla vita, nelle preferenze amorose, nella ricerca letteraria. Di più: Garzanti data la sua parabola di editore tra l'anno (1955) della pubblicazione di Ragazzi di vita e quello (1975) della morte di Pasolini, ricorrendo sicuramente a una forzatura per il momento della conclusione, che arrivò più di vent'anni dopo. Ma - ne siamo certi - c'è una sua personale verità in questa affermazione, perché l'intensità del rapporto non può essere messa in discussione ed è provata da quella sorta di "fiducia a distanza" accordata a uno scrittore all'epoca non ancora famoso e celebrato, come sarebbe poi diventato.

Usiamo l'espressione "fiducia a distanza", perché i due poli, positivo e negativo, di una calamita sono presenti nella loro relazione: all'inizio egli anni Cinquanta Pasolini si era dovuto trasferire a Roma per sfuggire alle accuse mossegli di corruzione di minorenni e di omosessualità; ciononostante riusciva a dare corso alla sua vena poetica e letteraria con una serie di testi pubblicati su riviste o da piccoli editori, in parte ancora in dialetto friulano e in parte avvicinandosi a quello romano. Quando nel 1955 spedì il manoscritto del suo primo romanzo in dialetto romanesco alla casa editrice Garzanti, non è difficile immaginare le reazioni che poteva provocare nei lettori dell'epoca, abituati a canoni espressivi più classici e meno espressionistici, e nelle preoccupazioni che poteva alimentare all'interno della casa editrice per le possibili reazioni dei cosiddetti "benpensanti".
Proprio il «Corriere della Sera» nel gennaio 2006 aveva dato la notizia del ritrovamento delle pagine corrette nella fase di bozza dall'autore e aveva ricostruito per mano di Paolo Di Stefano – che abbiamo già conosciuto in occasione della pubblicazione del suo ultimo libro – il travaglio di questa opera, con i primi no e le prime richieste di intervento ricevute da personaggi importanti come Anna Banti e come Giorgio Bassani, con il sostegno offerto invece da Attilio Bertolucci e l'approdo finale in Casa Garzanti in via Spiga a Milano. Lasciamo la parola a Di Stefano:
[...] Attilio Bertolucci consigliò a Livio la pubblicazione del volume. E l'editore accettò di buon grado. Il fatto è che quando si ritrovò tra le mani le bozze di Ragazzi di vita, Garzanti si rese conto che il romanzo, così com'era, avrebbe finito per sconvolgere il buonsenso comune. In realtà, già alla fine del '54, l'editore aveva espresso qualche dubbio di carattere stilistico, se Pasolini il 28 novembre precisava: «I suoi consigli mi paiono molto giusti e sensati, specie per quel che riguarda la lingua: (...), ma ne terrò conto nel correggere il libro quando sarà completo».
Iniziò a questo punto per Pasolini un lavoro di revisione e di "edulcorazione" dei passaggi più spinti dal punto di vista lessicale e contenustico, che dovette costare sicuramente non poche fatiche e traumi, come emerge anche dalla corrispondenza con gli amici. Ad esempio in una lettera inviata a Vittorio Sereni in data 9 maggio 1955 Pasolini scrisse: «Garzanti all'ultimo momento è stato preso da scrupoli moralistici e si è smontato. Così mi trovo con delle bozze morte fra le mani, da correggere e da castrare.Una vera disperazione, credo di non essermi trovato mai in un più brutto frangente letterario...».

Logo_Garzanti_red.jpg I due poli sopra richiamati, presenti nelle parole attuali di Garzanti, hanno dovuto far oscillare il pendolo in una direzione e nell'altra, con un iter di produzione editoriale senza dubbio condizionato da preoccupazioni che si sarebbero dimostrate più che realistiche: dopo la pubblicazione la magistratura di Milano accolse l'accusa di "carattere pornografico" dell'opera, da parte sua l'associazione dei librai protestò vivacemente e la stessa società letteraria italiana, rappresentata nei premi Strega e Viareggio, decise per la sua non ammissione alle fasi finali delle rispettive competizioni.

Dopo il successo di pubblico della epopea giovanile romanesca Pasolini si consolidò come autore di punta della casa editrice e continuò a pubblicare le sue opere fin quasi verso la fine prematura della sua vita. E anche prima di morire riuscì a ritrovare il suo editore principale in una serata romana trascorsa insieme: «Ricordo la nostra ultima notte. Ero a Roma in casa di Attilio Bertolucci e Pasolini mi volle riportare in automobile al mio albergo in via Veneto. Passavano oltre il finestrino le pallide luci della città. Fu la pace che sanava un contrasto di cui non avevo capito la ragione, dovuto - era incredibile, ecco la sorpresa - a una sua vanità letteraria».

L'ultimo atto di questo lungo rapporto è avvenuto dopo la morte di Pasolini all'Idroscalo di Ostia. Racconta ancora Garzanti: «[...] ebbi in mano, dalla nipote di Pasolini Graziella Chiercossi, i fogli confusi e mal assortiti di Petrolio. Un titolo ad effetto, ottimo per il successo commerciale nello spazio di un mattino molto cupo. In seguito fu dato alle stampe da Einaudi e si volle farlo apparire come un libro autonomo. Un libro che io mi rifiutai di pubblicare. Un libro impossibile nato dal sogno ingenuo di Pasolini che, alla fine della sua esistenza, si sentiva impegnato a far fermentare la cronaca in un' opera che incidesse sull' attualità della vita. Lui che della vita era stato il poeta e il supervisore».

Aggiornamento del 31 ottobre 2010.Seconda puntata dei ricordi di Livio Garzanti: questa volta in visita alla redazione del «Corriere», con i libri sottobraccio della casa editrice da distribuire per le recensioni, racconta di Montale alle prese con la correzione di bozze delle colonne o con la redazione degli articoli di critica musicale. E poi le passeggiate per Milano con il poeta e la moglie, la "Mosca": «era piccola, poche ossa, e io la vedevo scura».

Aggiornamento del 4 aprile 2011. Un tenero ritratto di Elsa Morante («viveva nell'incanto della realtà che portava in sé»), accompagnato da una dura critica di Alberto Moravia per la sua freddezza («sempre attento, con la sua mente fredda e senza trascendenze, nel guardare le cose della vita»): Garzanti ricorda la grande scrittrice e vede nel bambino Useppe, il protagonista della Storia, «la conoscenza di quella dolce e tenera carnalità infantile che trascende i limiti dell'esperienza diretta del vivo».

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