La figura dell'editor/2

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cesarirepetti.jpg Riprendiamo l'analisi della figura dell'editor a partire dalla intervista di Antonio Gnoli a Severino Cesari, che insieme a Paolo Repetti cura la collana di Einaudi "Stile libero", ritenuta uno degli esempi di maggior successo della nuova fase della casa editrice torinese.

Cesari si è formato nella "vecchia" Einaudi e proprio a lui era stato affidato nel 1991 il compito di dialogare con il "principe" per ricostruire la trama politica, editoriale e commerciale di cui è intessuta la lunga storia della casa editrice torinese. Repetti, da parte sua, era stato animatore della casa editrice romana Theoria, la cui esperienza si è conclusa nel 1995. E nello stesso anno, in una fase già post Giulio Einaudi, a entrambi è stata offerta l'opportunità di percorrere strade eterodosse nella ricerca editoriale con i volumi della collana "Stile libero".

La genesi e gli sviluppi di questa collana sono stati spiegati dallo stesso Cesari in un intervento video nel portale della Treccani, che abbiamo già citato in questo post. Nell'intervista di questi giorni alla «Repubblica» il ragionamento è rivolto maggiormente alle caratteristiche essenziali del lavoro dell'editor, che ovviamente può essere interpretato in modi diversi. Per Cesari si può parlare di un "lavoro invisibile". Vediamo perché.
«Cos'è un editor? Per me è solo uno che legge e che ascolta ciò che legge. Non ci sono regole, discipline da seguire: c'è solo la tua mente che risuona di parole altrui. Naturalmente non vorrei che si scadesse in una specie di afflato mistico, perché è ovvio che esiste anche una parte tecnica. Ma non è il lato più importante».
E qual è il lato più importante? [incalza l'intervistatore.]
«È quello – per dirlo con una fiaba raccolta da Frobenius – che scoprono i sudditi del Re ascoltando le storie raccontate da Farlimas. Le persone che lo ascoltano sentono accadere qualcosa dentro di loro: tempeste di emozioni, paure, rabbia, gioia. Ecco, quando si è in grado di avvertire tutto questo, allora si è davanti alla nascita di un vero libro».
La citazione finale è riferita a un classico dell'antropologia della prima metà del Novecento: La storia della civiltà africana (1933) dello studioso tedesco Leo Frobenius, in cui si racconta il mito del re Akaff e dei suoi cortigiani che erano come ipnotizzati dalle storie di Farlimas, la Sherazad del luogo: «Il re ascoltava. Gli invitati ascoltavano. Il re e gli invitati dimenticavano di bere. Dimenticavano di respirare. Il racconto di Farlimas era come l'hashish. Quando Farlimas ebbe finito, tutti erano immersi in un annientamento benefico. Il re aveva dimenticato i suoi pensieri sulla morte».
Il passaggio successivo diventa a questo punto quasi necessario: l'editor, per la sua capacità di ascolto è in grado di decifrare, tra i mille possibili, i rari "campioni" di voce narrante degni di essere valorizzati. L'autore, a sua volta, il "rabdomante" del titolo dell'intervista, pervaso dal démone del racconto, si esprime anche in forme che devono essere affinate e perfezionate, e solo l'incontro tra le due figure genera il possibile prodotto che sarà poi editato, stampato e distribuito effettivamente. La principale dote dell'editor diventa in questa prospettiva la capacità di valorizzare le storie che meritano di essere raccontate anche a un largo pubblico o, meglio, al più largo pubblico possibile.

E a questo punto Cesari ricorda i casi di autori esordienti in cui ha incontrato e ha interagito con voci narranti degne di questo nome: ad esempio Simona Vinci («c'era quel timbro particolarissimo che, in termini analitici, sintattici, linguistici, significava che la storia era fatta di immagini nette, staccate per paratassi, molto fotografica e poco dinamica») o Giancarlo De Cataldo («...fu subito chiaro che era un libro forte e avvincente. Però, alla fine della lettura, mi resi conto che il romanzo non aveva un punto di ingresso. Mancava, ai miei occhi, una facilitazione per il lettore, qualcosa che lo portasse immediatamente nell'epica criminale di quella storia...»).

La conclusione a cui obbligatoriamente si giunge sottolinea la distanza che corre tra i "vecchi" redattori di casa Einaudi (da Vittorini a Pavese, da Bollati a Calvino, spesso autori con forte "voce narrante" in prima persona) e la nuova leva di "Stile libero" che rivendica una propria cifra editoriale, caratterizzata da una "dimensione artigianale" (legata alla qualità formale e sostanziale del prodotto) e dalla capacità di "stare sul mercato" e di rispettarne le "ragioni industriali". Con la postilla che questa duplicità non deve essere intesa come la ricerca esclusiva del best-seller, ma piuttosto come l'attenzione alle novità e alle nuove tendenze che si manifestano nella al società: dalla valorizzazione degli scrittori "cannibali" della seconda metà degli anni Novanta al "New Italian Epic" dei Wu Ming dei primi anni Duemila.

Il successo della collana sta facendo, infine, decollare l'ipotesi di uno spin-off dalla casa madre, ossia della costituzione di una casa editrice autonoma a partire dal marchio ben consolidato. In attesa di questi sviluppi è stata studiata negli ultimi mesi l'ipotesi di un cambiamento dei formati editoriali, del marchio, del carattere e delle copertine, come si legge nel comunicato stampa, pubblicato sul sito di Affari italiani in margine a un'intervista a Cesari e Repetti dello scorso ottobre. 

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Questa pagina contiene un solo post di lucius pubblicato il 27.12.10 19:45.

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