Letteratura e editoria

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La relazione tra letteratura e editoria è di solito interpretata in una direzione principale: un "buon" editore è chi riesce a scoprire, lanciare e valorizzare il giovane autore o la giovane autrice di talento, fornendogli/le al tempo stesso la possibilità di alimentare, rafforzare e appagare la sua vena creativa. In ogni caso, sia che ottenga un risultato importante, sia che non lo ottenga, l'editore agisce "nell'ombra" come un Pigmalione moderno, che favorisce l'emergere della creazione fino alla conclusione dell'opera. Nella storia dell'editoria il legame tra l'autore che è arrivato al successo e il suo editore è diventato quasi un luogo comune per rappresentare una storia di amore, colma anche di tensioni e di dissidi (come tutte le vere storie d'amore) e sviluppatasi lentamente negli anni attraverso una reciproca perseveranza.

Meno frequente è stata invece la considerazione dello scenario inverso: la rappresentazione delle figure del processo editoriale all'interno di un romanzo o di un racconto, con tipologie di personaggi originali, anche se ritagliati su figure della realtà. Tra le pubblicazioni recenti si ricorda Il libraio di Kabul, opera di una giornalista norvegese tradotta in italiano nel 2003 da Sonzogno e ristampata nel 2008 per i tipi della Rizzoli: lo scenario delle guerre interminabili di quella regione si incrocia con la vita di un personaggio inedito amante dei libri e della cultura e, al tempo stesso, patriarcale, se non autoritario, nei rapporti familiari.

balzac.jpg Risalendo nel tempo, il primo e forse il più grande esempio è quello dello scrittore francese Honoré de Balzac, creatore di una Comédie humaine in più di 100 romanzi e saggi, e con una esperienza personale di editore per un breve periodo di tempo, conclusasi con un pesante fallimento economico. Nelle Illusioni perdute, opera tripartita composta tra il 1837 e il 1843, andrebbero riletti l'incipit fulminante e tutti i quei passi che descrivono personaggi e ambienti del mondo editoriale parigino o della provincia francese nella prima metà dell'Ottocento. La penna di Balzac scorre rapida nella descrizione di personaggi che alternano l'alterigia da grande imprenditore con la ritrosia "meschina" dell'avaro di professione. Balzac ha di fronte gli inizi della moderna editoria francese e tratteggia appieno le figure di editore che affondano le radici nel processo di produzione o in quello di distribuzione e vendita: nella seconda parte del romanzo, infatti, il giovane Lucien incontra a Parigi vari tipi di editori, conoscitori a loro modo e quasi creatori del mercato editoriale in formazione.

Copertina_Pendolo.jpg Il secondo caso ci riporta vicino ai nostri giorni, nella seconda metà del Novecento a Milano, dove Umberto Eco ha ambientato parte del suo secondo romanzo: Il pendolo di Foucault, edito da Bompiani nel 1988. Uno dei protagonisti del romanzo, Casaubon, lavora come redattore presso una casa editrice, che ha la caratteristica di svolgere una doppia attività: in una parte degli uffici si dà corso alle normali operazioni editoriali, mentre in un'altra parte alcuni dipendenti si occupano di un diverso tipo di editoria, quello per cui è lo stesso autore a pagare la pubblicazione dell'opera, secondo uno stile che è rimasto diffuso fino ad oggi. Il filo conduttore del romanzo è legato al mito dei Cavalieri Templari, in cui si riannodano fili del pensiero religioso e filosofico eterodosso che hanno intessuto le correnti sotterranee del pensiero europeo e che sono cari ad Eco (e che trovano uno specchio nella tradizione anti-ebraica ricostruita nel recentissimo romanzo del semiologo piemontese: Il cimitero di Praga). Nel Pendolo la casa editrice e il lavoro editoriale sono intesi come uno dei centri di costruzione di teorie e di visioni che alternano una ratio economica e culturale con patologie mentali condite di paranoie e di visioni mistiche. Siamo alla fine del secondo millennio e la stessa editoria corre il rischio di non riflettere e di non rappresentare simbolicamente la realtà e la vita, patendo direttamente al suo interno la crisi dei momenti di transizione.

Sempre in Italia, in un periodo precedente quando l'industria culturale si stava ancora formando, Luciano Bianciardi nella Vita agra (Rizzoli, Milano 1963) ha raccontato, con tinte ora amare ora esilaranti, le sue avventure editoriali nella Milano degli anni Sessanta. Dopo esser stato licenziato dalla redazione di un "quindicinale dello spettacolo" per un'assenza ingiustificata, cerca di intraprendere il lavoro di traduttore dall'inglese. Così racconta il suo "ingaggio":
Io appunto ascoltavo i consigli del dalmata, ma non i suoi solamente. Anche la gentile signora che mi aveva fatto attendere in salottino mi diede i suoi consigli, e io ne feci tesoro, perché oltre ai consigli dava il lavoro, quella.
Era assai diversa – e mi piacque – dalle normali taccheggiatrici vibratili aziendali che sempre paiono avere qualche linea di temperatura. Alta ma lenta, ferma ma mansueta, ammorbidita dagli anni e insieme stagionata dalle esperienze, la credetti vedova e così la penso ancora.
Mi raccomandò di tenermi fedele al testo, di consultare spesso il dizionario, di badare ai frequenti tranelli linguistici, perché in inglese eventually per esempio significa finalmente, di avere sempre sott'occhio un buon vocabolario italiano, Palazzi Panzini eccetera, di evitare le rime, ato ato, ente ente, zione zione, così consuete nei traduttori alle prime armi, di scrivere qual senza apostrofo, tranne che nei libri gialli, nei quali si può mettere anche l'apostrofo, perché tanto il lettore bada solo alla trama.
Ma a me non dette un giallo, bensì un libro più serio, dopo che le ebbi promesso di non scordare i suoi consigli. [Tascabili Bompiani, Milano 2004, pp. 123-124]
L'ultimo esempio proviene da una pubblicazione della scrittrice italo-svizzera Anna Cuneo: Il maestro di Garamond, già edita nel 2002 in francese per le edizioni di Bernard Campiche e ora tradotta in italiano dalla casa editrice Sironi. Si tratta di un ritorno alle origini della stampa e dell'editoria, alla prima metà del Cinquecento, nei decenni successivi all'invenzione dei caratteri mobili da parte di Gutenberg e alla stampa della «Bibbia a 42 righe». Nelle storie tradizionali dell'editoria Claude Garamond è conosciuto come il primo incisore francese di caratteri mobili: il Garamond appunto, che è stato ripreso e diffuso con i sistemi moderni di Desktop Publishing e si distingue per un'estrema eleganza delle forme. ClaudeGaramond.jpeg Nel romanzo della Cuneo Garamond è soprattutto l'allievo di un altro incisore e stampatore, Antoine Augerau, che fu condannato al rogo su una pila di libri a Parigi nel 1534 con l'accusa di aver stampato e fatto affiggere manifesti sacrileghi contro la messa di rito cattolico.

Spiega bene l'autrice nella nota introduttiva che all'epoca con il temine "stampatore" si indicava una figura poliedrica che riassumeva in sé, al tempo stesso, le competenze e le attività dello stampatore, dell'editore e del libraio, "qualche volta anche dell'incisore di caratteri" (p. 12). Il termine "editore", derivante dal verbo latino edere (da cui anche la parola editto) è un'acquisizione più tarda, del secolo XVIII, che del latino conserva l'adeguata radice etimologica del "produrre, portare alla luce".

Il maestro di Garamond, composto come un romanzo storico che ricorre all'artificio della scrittura in prima persona, ci fa ascoltare attraverso le parole del protagonista le vicissitudini di un gruppo di artigiani geniali che, in vari paesi d'Europa (Francia, Italia e Germania), cercarono di sviluppare l'invenzione gutenberghiana della stampa: vicissitudini dovute all'intreccio con le lotte religiose del periodo e con la divisione della istituzione ecclesiastica in chiesa di Roma e chiesa riformata. Anche qui – come nel romanzo balzachiano – intere pagine o singoli passi descrivono le attività svolte nella composizione dei testi o nella preparazione dei nuovi caratteri.
«Maestro Tory, per sostenere la sua tesi in favore di un alfabeto conforme alle proporzioni del corpo umano si serviva di un disegno che aveva trovato, mi pare, in un trattato di Leonardo da Vinci. Questo disegno mostra un uomo a braccia e gambe aperte. Il suo corpo è una I, e l'apertura delle sue membra distese forma un quadrato circondato da un cerchio. Questo cerchio è la O, il tondo perfetto, il principio e la fine di tutto. (...)
Di questa sua teoria mi limiterò a dare un esempio, quello che mi causa più difficoltà nel disegno di una lettera: gli appoggi anche detti "grazie". I caratteri che si posano sul compositoio devono avere degli appoggi affinché possano essere allineati correttamente. Questo, ogni apprendista stampatore lo impara con l'abc del mestiere. In particolare, tuttavia, la teoria di maestro Tory voleva che tali appoggi si ispirassero alle proporzioni del piede umano. "La lettera deve posarsi sul compositoio come il piede sul suolo" amava ripetere. E ci invitava a non incidere, nei nostri caratteri, grazie troppo piccole.»
Non solo. Insieme al Leonardo citato sopra, altri personaggi storici entrano in scena, con i loro nomi carichi di significato o di importanza: lo scrittore francese François Rabelais, incontrato sui sentieri intorno a Poitiers, le figure di rilievo della monarchia francese o della persecuzione antiprotestante, fino all'umanista italiano Aldo Manuzio, conosciuto e frequentato nella sua bottega veneziana. Manuzio, in particolare, è già a tutti gli effetti non soltanto un editore, ma anche un innovatore con le sue aldine, il formato in dodicesimo, il logo del delfino e dell'ancora, il carattere latino (Roman) chiaro e leggibile, la scelta della carta e la rilegatura.

Gothic Roman

In definitiva il romanzo storico della Cuneo, che ripropone figure dimenticate come il maestro Augereau o trasformate come il maestro Garamond (ai nostri giorni un font elegante), ben si presta a una riflessione sui caratteri originari e ricorrenti dell'editoria. Inoltre ripropone quel legame tra attività editoriale e dimensione religiosa allora e politica oggi, che ha segnato e continua a segnare la produzione di idee sotto forma di oggetti o di semplici bit.

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