La figura dell'editor/3

| | Commenti (2) | TrackBack (0)

Ancora articoli interessanti sulla figura dell'editor, pubblicati nell'ultimo numero del "Domenicale" del «Sole 24 ore» con una copertura di ben tre pagine per costruire un quadro polifonico originale. La voce principale è quella di Stefano Salis, che ci è capitato di citare per i suoi informatissimi interventi in campo editoriale e che anche questa volta ci regala una "chicca" preziosa con la riproduzione fotografica di una cartella esemplare dell'intervento – proprio da editor forte, se non da maestro – che Ezra Pound fece sul dattiloscritto originale dell'opera The Waste Land ("La terra desolata") di Thomas S. Eliot. Come racconta Salis, Eliot non si adontò e, anzi, lo ringraziò pubblicamente con la dedica: "al miglior fabbro". Riportiamo di seguito la pagina con gli interventi.

Pound.jpg

La dedica al proprio lettore/editor è rimasta abituale anche ai giorni nostri e Salis cita i casi di Stefano Benni per Grazia Cherchi e di Luca Bianchini per Joy della Mondadori, come dire che il "connubio" autore-editor può diventare così intenso da sfociare su un piano di riconoscimento sì professionale, ma soprattutto affettivo. E a proposito della Cherchi, decana delle attività di scouting e di editing, Salis ricorre alla memoria di Antonio Franchini, che abbiamo già incontrato in questa pagina, per tracciarne un breve e sentito ritratto.
«Lavorava con pochi scrittori, Grazia. E se li sceglieva lei. Selezionava in base a caratteristiche di stile dell'autore, certo, ma anche in base a caratteristiche umane. Il suo era un editing artistico, ma oggi un atteggiamento come il suo sarebbe impensabile. Io ho avuto anche la fortuna di vedere fare editing a un poeta come Raffaello Baldini, altro straordinario personaggio. Erano esponenti di un editing invasivo: in qualche modo, si spendevano su ogni singola riga, su ogni singola parola...»
A fronte di questa figura abbastanza impegnativa, c'è stato nel passato anche un altro tipo di editor, che lavorava in base a un principio di understatement, con interventi limitati ai segni di interpunzione ("ah, le virgole!"), alla sequenza delle parole, alle ripetizioni, ecc. Franchini lo attribuisce alla casa editrice Einaudi ma probabilmente non è l'unico esempio citabile. Le due opposte tipologie sono in qualche modo figlie di un'epoca che risale agli anni Ottanta, quando l'editor uscì dall'ombra delle redazioni e acquisì uno statuto pubblico, lavorando soprattutto con autori esordienti o ricercando nuovi talenti letterari.

Negli ultimi anni la situazione è cambiata: sono cresciuti gli editor e sono cresciuti anche gli autori; è aumentato conseguentemente il numero delle opere e, spesso, anche il livello di qualità di partenza. Salis ne traccia un quadro esauriente e a tre di essi (Giulia Ichino della Mondadori, Giulio Mozzi – lo abbiamo già conosciuto – e Laura Lepri, free-lance) si offre uno spazio autonomo per parlare della propria attività. Il quadro è infine concluso da un intervento di Gianluigi Ricuperati, collaboratore del "Domenicale", alle prese con gli editor come autore di un'opera prima (Il mio impero è nell'aria, Minimum Fax, Roma 2011).
Ecco alcune dichiarazioni riportate da Salis:
  • Alberto Rollo (talent scout della Feltrinelli): «Sono più professionali le nuove generazioni di editor, e io segnalo volentieri il lavoro che sta facendo con me in Feltrinelli, Carlo Buga. Poi ciascuno interpreta l'editing in maniera diversa: chi è più invasivo, chi si limita a vedere se il testo c'è o non c'è...»
  • Matteo Codignola (editor e traduttore dell'Adelphi, che esprime il punto di vista del management): «A volte gli editor salvano i libri, ma a volte li sfigurano. In compenso quasi sempre si lamentano: della paga (scarsa), della visibilità (idem), degli editori (inetti), degli autori (idem). Non è colpa loro, tuttavia, ma di un sistema ambiguo, che a volte fa rimpiangere quello precedente» fondato sulle scelte dell'editore e sul lavoro tradizionale della redazione
  • Vincenzo Ostuni (editor di Ponte alle Grazie): «L'editing, per quanto mi riguarda, è una specie di male necessario, quando va bene, ma lo si deve fare per libri che siano strettamente necessari. È un mestiere che normalmente appiattisce e fa male ai libri, ma quando decido di pubblicare un libro la mia prima preoccupazione è quella di salvaguardare l'eccentricità dell'autore, non piegare verso l'appiattimento sulle aspettative del mercato»
  • Nicola Lagioia (scrittore e direttore di una collana di Minimum Fax): «Il miglior editing possibile penso che sia un esercizio di maieutica. L'editor non deve pensare di essere il co-autore di alcunché, e il suo compito è quello di fare rilievi, muovere obiezioni, discorrere del libro con l'autore lasciando sempre a quest'ultimo l'ultima parola»
Ed ecco i nomi dei collaboratori delle principali case editrici [vedi commenti in basso] di alcuni editor, responsabili di case editrici o di collana:
• Michele Rossi (Rizzoli) • Chiara Valerio (Nottetempo) • Giuseppe Strazzeri (Longanesi) • Elisabetta Migliavada (Garzanti) • Mario Desiati (Fandango) • Gabriele Dadati (Laurana) • Davide Musso (Terre di Mezzo) • Francesco Colombo (Baldini Castoldi Dalai) • Giulio Milani (Transeuropa)
Tra i cosiddetti "battitori liberi" ricordiamo infine la già citata Laura Lepri, che ha lavorato con la Tamaro, Sergio Claudio Perroni (traduttore, agente letterario e editor di Sandro Veronesi) e Raffaella Lops (in origine libraia e poi valorizzatrice e editor di Paolo Giordano).

franzen.jpgSono tutti esempi alti di ricerca dei talenti o di interlocuzione con gli autori. Non dimentichiamoci però che nell'attività di editing vi è anche la preparazione del testo per la stampa, con la messa a norma dei criteri e con l'attenta correzione degli errori. Non vorremmo, cioè, che si ripeta l'incidente occorso recentemente all'edizione inglese di Freedom, il nuovo e già acclamato romanzo di Jonathan Franzen (uscito in questi giorni anche in Italia per i tipi della Einaudi), ritirato precipitosamente dal mercato: secondo l'articolo del «Guardian» del 1° ottobre 2010, "In a highly embarrassing move, publishers HarperCollins were today forced to offer to exchange thousands of copies after Franzen revealed that the UK edition of a novel dubbed 'the book of the century' is based on an early draft manuscript, and contains hundreds of mistakes in spelling, grammar and characterisation."

Come annota Stefano Salis, si tratta di un vero e proprio paradosso per chi aveva raggiunto il successo con un romanzo intitolato Le correzioni.

Aggiornamento del 28 marzo 2011. Sul "Domenicale" di ieri (27 marzo), interviene sul tema Giuseppe ("Pepe") Laterza con un articolo intitolato «Editor, onore a una figura essenziale». Laterza si basa sulla distinzione dell'ambiente editoriale anglosassone tra copyeditor e editor: il primo è una figura analoga al nostro redattore editoriale che "lavora" al desk i testi d'autore; il secondo è l'ideatore di nuove iniziative che valorizza gli autori emergenti o tratta il rapporto con quelli affermati. E la notazione vale in particolare per l'editor di testi saggistici che "idea" il libro ancor prima dello stesso autore. La sintesi tra l'attività dell'editor e quella del copyeditor porta alla preparazione del prodotto finale di qualità. E in proposito ricorda Pepe Laterza:
"Qualche anno fa l'«editor in chief» della Penguin nonfiction mi spiegò che i tempi di pubblicazione della sua prestigiosa casa editrice sono spesso lunghi perché il testo viene, letto, corretto e rimandato all'autore e poi nuovamente letto e corretto e magari rispedito ancora una volta all'autore perché possa essere pubblicato e venduto come best-seller."
Una figura analoga e, se possibile, potenziata è quella dell'editor di testi scolastici che, per le sue competenze editoriali e didattiche, lavora a fianco dell'autore, partecipando alla stesura, alla revisione e al completamento del testo e occupandosi degli apparati di servizio finali.

Il problema, secondo Laterza, è che attualmente gli sviluppi dell'editoria in America e in Inghilterra stanno ridimensionando queste figure a vantaggio dei responsabili del marketing e degli agenti letterari, che svolgono talora la funzione alta dell'editor "inventando" nuovi titoli e cercando di convincere gli autori a scriverli. Se questa tendenza si affermasse si rischierebbe di perdere un contributo importante nello sviluppo di prodotti non solo commercialmente ma anche culturalmente validi.

Categorie:

Post correlati

Generazione TQ - 28.07.11
Autori, editori e librai/2 - 24.07.11
Autori, editori e librai - 20.07.11


Commenti (2)

Giulio Mozzi Author Profile Page ha scritto:

Sotto la voce "collaboratori di case editrici" sono state inserite qui figure professionali molto diverse. Michele Rossi non è un "collaboratore" di Rizzoli: è l'editor della narrativa italiana. Giulio Milani non è un "collaboratore" di Transeuropa: ne è il titolare.

lucius Author Profile Page ha scritto:

Grazie a Giulio Mozzi per la precisazione. Nel riquadro si era ricorso a una semplificazione che merita di essere corretta



Su questo post

Questa pagina contiene un solo post di lucius pubblicato il 16.03.11 09:50.

1861-2011. L'Italia dei libri è il post precedente

Bologna Children's Book Fair è il post successivo

Ultimi commenti

lucius su: La figura dell'editor/3
Giulio Mozzi su: La figura dell'editor/3

Archivi per mese