Un nuovo longseller

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Contrariamente ai bestseller che raggiungono picchi alti di vendita e li mantengono per un periodo definito, compreso tra alcuni mesi e al massimo uno-due anni, i longseller sono quei libri che mantengono un ritmo di diffusione costante nel tempo: esempi classici sono i romanzi di Calvino, della Morante, di Tomasi di Lampedusa (e si potrebbe continuare), che sono entrati nella formazione generale delle nuove generazioni e ogni anno, da molti anni, vendono diverse migliaia di copie con evidente soddisfazione dei loro editori. Avevamo accennato al tema in questo articolo.

Nel ristretto e apparentemente chiuso gruppo di autori di longseller è difficile entrare per diversi motivi: da quell'abitudine elementare di ripetere le azioni già note alla vera e propria difficoltà di essere ammessi in una sorta di "empireo" letterario condiviso. Quando questo accade, significa che si è andati oltre alle mode passeggere, spesso imposte dagli editori, e si è entrati in comunicazione con un livello più profondo dell'universo dei lettori. È quanto sta succedendo con un autore italiano di cui abbiamo già parlato circa un anno fa con un intervento di Tommaso Bolasco che aveva raccontato la sua personale esperienza di lettura: si tratta di Niccolò Ammaniti e del suo libro di maggior successo Io non ho paura.

style-luglio_reduced.jpg La copertina dell'ultimo numero di «Style», il mensile di moda e di tendenza del «Corriere della Sera», riportata qui a fianco, è l'ennesimo segnale del nuovo ruolo di Ammaniti come autore riconosciuto di longseller e di bestseller destinati ai mercati esteri. Si era cominciato più di un mese fa e non solo e non tanto in occasione della pubblicazione di Io e te (Einaudi Stile libero, Torino 2011), quanto dello status acquisito di "giovane classico", capace di parlare alle nuove generazioni. Così sempre il «Corriere della Sera» dell'11 maggio 2011 aveva pubblicato un suo lungo articolo con il titolo "Conigli alla riscossa, la bella utopia", in una sezione intitolata «Classici per crescere». Si può leggere per intero in questa pagina.

Si tratta, se volete, di un articolo di circostanza: i consigli di lettura che un giovane scrittore affermato dà per coinvolgere nella lettura i cosiddetti "nativi digitali", tutti presi dal computer o dai videogiochi. Cionondimeno traspare in questo testo la capacità di dialogare con la propria parte adolescenziale e di saperla adattare alle diverse condizioni della società odierna. Ecco l'incipit dell'articolo:
Consiglio L'isola del tesoro se il ragazzino ha un rapporto avventuroso con l'esistenza, se invece è un tipo tenebroso e introverso vado su Dottor Jekyll e Mister Hyde. Nel caso in cui è un po' sfigato, non ha donne e negli sport è una schiappa (anche se è difficile che un genitore te lo confessi apertamente) scelgo Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas. La lunga e premeditata vendetta di Edmond Dantès gli darà energia per riscattare i torti subiti.
Quella sera invece così, senza pensarci, mi è uscito dalle labbra un romanzo sepolto sotto gli strati di incrostazioni che avvolgono i miei neuroni: La collina dei conigli.
Il padre non lo conosceva. Gli ho spiegato che è un romanzo del 1972 scritto da Richard Adams e che, a suo tempo, aveva avuto un grande successo. E mi ha chiesto perché proprio quel libro?
Non lo sapevo. Me la sono cavata dicendo che i conigli, tranne per Alice nel paese delle meraviglie, sono sempre stati sottovalutati dalla letteratura e che da ragazzino i libri che amavo di più avevano gli animali come protagonisti.
Inizia qui un ragionamento sugli animali, parte integrante e naturale di un mondo infantile che volentieri li traspone in una dimensione favolistica e anche letterariamente mitologica. Il racconto si svolge in due tempi: nel primo è l'Ammaniti ragazzo che si interroga sulle caratteristiche di Zanna Bianca, eroe all'epoca più amato; nel secondo è l'Ammaniti adulto che cerca di spiegarsi la scelta quasi involontaria dei conigli. Sì, proprio i conigli, tra gli animali più deboli e inermi, ben lontani dalla gagliardia e dal coraggio di Zanna bianca, che devono utilizzare come novelli Ulisse doti di intelligenza e di astuzia per sopravvivere nel mondo selvaggio che li circonda. Non è più l'eroe singolo ad occupare la scena, ma un'intera specie animale che assurge a protagonista di una storia che dimostra un messaggio non banale: «la volontà degli ultimi può creare le condizioni per una società non fondata sul sopruso e su regole naturali, date per scontate».

Tirature_Non_ho_paura.jpg L'imprimatur più autorevole è venuto poi da Gian Arturo Ferrari, direttore del Centro per il libro e per la lettura del Ministero per i beni e le attività culturali, che sulla «Repubblica» del 17 giugno 2011 ha celebrato come un piccolo grande classico Io non ho paura nel decennale della sua prima pubblicazione. Rimandando gli interessati alla lettura dell'articolo completo in questa pagina, preme qui sottolineare la garbata, ma esplicita, canonizzazione del nostro Autore, messo a confronto con Italo Calvino o con Antoine de Saint-Exupéry:
Sarà un caso, ma la prima delle Fiabe italiane di Calvino si intitola "Giovannin senza paura". E la paura negata ritorna nella spavalda dichiarazione che fa da titolo al romanzo di Ammaniti. La fiaba di Calvino è una fiaba di magia e Giovannino, che assiste combattivo a uno squartamento e a una ricomposizione magica, è davvero senza paura.
Ma per il Michele di Ammaniti è vero esattamente il contrario. La paura è il soggetto, la paura è il tema e il filo conduttore del libro, la paura si insinua, cresce e si addensa come le nubi che corrono verso il temporale finale. Ed è una paura terribile perché fatta non solo di timore dei pericoli esterni, che pure ci sono in buon numero, ma soprattutto della crescente consapevolezza che i propri cari sono malvagi, che sotto l'apparente normalità sono loro i mostri.
La paura non c'entra con la fiaba, c'entra con la tragedia, è la componente costitutiva della tragedia. Arriviamo così a comprendere il carattere proprio della narrazione di Ammaniti, una narrazione che allontanata nel tempo e avvolta nello spazio della fiaba ha al suo centro un nucleo tragico: una fiaba tragica, dunque, una tragedia fiabesca. Non una fiaba sentimentale, come Il piccolo principe.
E della tragedia ha anche quello che secondo Aristotele, maestro di tutti noi, è il secondo elemento costitutivo, la pietà.
La lettura di Ferrari è acuta e originale, perché segnala nel sacrificio di Michele, il figlio del rapitore, "la grandezza profonda del libro", che è riuscito a creare nelle campagne meridionali la riproposizione di un mito antico che vuole un figlio capace di sacrificarsi per riscattare le colpe del padre. E sono proprio le assonanze con tale dimensione arcaica e appunto profonda ad aver assicurato alla prosa di Ammaniti un favore prolungato ed esteso, non solo tra i lettori forti e nelle famiglie colte, ma anche all'interno delle scuole o in paesi lontani.

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