Autori, editori e librai

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Poco meno di due anni fa, trattando il tema dei riflessi della crisi economica nel settore editoriale, avevamo fatto riferimento ai piani di ristrutturazione di due grandi gruppi editoriali (RCS-Media Group e Mondadori) per affrontare il calo parallelo delle inserzioni pubblicitarie e dei ricavi dalle vendite. Come diagnosi del fenomeno si indicavano allora tre cause concomitanti: la saturazione dell'offerta di mercato (numero eccessivo di nuovi titoli presentati nell'arco dell'anno), la dimensione esigua dei lettori "forti" nel nostro paese e la concorrenza degli altri mezzi di comunicazione audiovisivi e multimediali.

Gli ultimi due fattori hanno caratteristiche peculiari: per un verso la crescita dell'universo dei lettori tocca una problematica di lungo periodo, che non è risolvibile senza cambiamenti nella "cultura" profonda del paese e nei processi di formazione delle nuove generazioni; per l'altro la penetrazione degli e-book e dei lettori elettronici, come concorrenti dei volumi tradizionali a stampa, rimane ancora limitata a una percentuale ridotta della popolazione in grado di leggere, mentre ha inciso fortemente sui quotidiani e sui periodici. Diventa quindi centrale il tema della sovraproduzione libraria, ossia del fatto che ogni anno vengano introdotti sul mercato circa 60.000 nuovi titoli, con un ciclo di rotazione delle novità che si è abbreviato terribilmente per la maggior parte dei libri che non assurgano al rango di best-seller. E in questi primi mesi del 2011 proprio a quest'ultima problematica si è rivolta l'attenzione di soggetti diversi della catena produttiva e distributiva: alcuni editori di medie dimensioni, librai indipendenti e un gruppo di autori hanno evidenziato questa difficoltà e hanno proposto delle soluzioni innovative. Quella che segue è una sintetica ricostruzione della discussione, iniziando in ordine cronologico dai librai.

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1. Nello scorso gennaio il presidente dell'Associazione Librai Italiani (ALI), Paolo Pisanti, in un'intervista pubblicata a cura di Loredana Lipperini sulla «Repubblica», ha sottolineato queste caratteristiche:
Sessantamila uscite l'anno (cioè più di 160 libri al giorno, ndr) sono una cifra incredibile rispetto a qualsiasi categoria merceologica, e senza soluzione di continuità. Un pasticcere sa che ci sono i momenti più impegnativi, come il panettone a Natale e la colomba a Pasqua. Noi non abbiamo pause. Non possiamo far altro che sostituire le quasinovità con altre novità. [...] Per fare spazio ai nuovi arrivi abbiamo bisogno di liberare i magazzini, e prima ancora di passare dalla vetrina al banco e dal banco allo scaffale: ci sono tempi tecnici,e tempi finanziari. I pagamenti all'editore avvengono mediamente a novanta giorni. Se voglio fare un'operazione economicamente valida, devo vendere i libri prima di pagarli, ma in tempi così brevi è difficilissimo.
Un punto di vista diverso è espresso nell'articolo della Lipperini da Romano Montroni, ex-direttore delle librerie Feltrinelli, attualmente consulente per il reparto libri nelle Coop, nonché autore di un fortunato volume sugli aspetti commerciali dell'editoria.
Il libro è come una pianta: diventa grande se lo innaffi tutti i giorni. Trenta giorni di vita? Può essere vero, ma dipende dalla libreria in cui viene collocato e dalla missione di quella libreria. Nelle Coop abbiamo sempre il trenta per cento di novità e il settanta di catalogo. Perché una filosofia di comportamento è necessaria: vedo troppi librai che per affrontare un problema finanziario fanno clic sul computer, tirano fuori l'elenco dei libri che hanno venduto meno negli ultimi tre mesi e rendono a più non posso. Una buona libreria deve sempre avere tre tipi di libri: quelli che si vendono molto, quelli che si vendono meno e quelli che servono a far vendere gli altri.
Forse Montroni può permettersi una tale posizione, perché ha alle spalle un "gigante" della grande distribuzione e può attuare delle politiche di gestione dell'invenduto che un piccolo-medio libraio non può permettersi. Dal suo punto di vista, tuttavia, la presenza di una nuova categoria di prodotti, gestita con intelligenza e non come semplice raccolta degli ultimi titoli di grido, può costituire un motivo di richiamo in zone periferiche delle grandi città dove le librerie certo non abbondano.

Che il suo sia però un caso isolato può esser desunto anche dalle conclusioni di un altro intervento, quello di Giuliano Vigini, saggista ed esperto di editoria dell'AIE, pubblicato sull'«Avvenire» del 13 luglio scorso. La premessa del ragionamento è proprio la crisi delle librerie indipendenti dovuta ai margini ridotti, alle spese accresciute di affitto e di gestione e alla stessa politica degli editori costretti alla iper-produzione. E allora? Allora le librerie devono in qualche modo ripensarsi:
C'è probabilmente per tutte le librerie la necessità di riprendere o intensificare un ruolo specifico rispetto al proprio pubblico di riferimento e rispetto alla concorrenza più vicina, con una pluralità di offerta (giornali, scolastico, metà prezzo e usato), con qualche nicchia di specializzazione e con una capacità di servizio sul territorio che abbiano per la clientela un motivo di costante di richiamo.
2a. Anche per gli editori, soprattutto per quelli di medio-piccole dimensioni, si pone un problema analogo: la necessità di evitare una programmazione elevata di nuovi volumi per stare al passo con le uscite continue in libreria dei grandi gruppi. La questione è stata posta nello scorso giugno da un consulente e dirigente editoriale, fino al 2005 editore in proprio con la casa editrice Alet: Simone Barillari. La tesi è molto semplice e può essere così espressa: negli "ultimi due decenni il mercato ha imposto con darwiniana durezza di crescere per sopravvivere: publish or perish". A ciò hanno corrisposto un cambiamento del pubblico meno attento alla cura editoriale dei libri e l'affermarsi del principio per cui un libro che vende subito venderà sempre di più e un libro che non vende subito rimarrà completamente invenduto. Di fronte a questi imperativi, che rispondono a una logica economica di pura crescita quantitativa, si può immaginare e praticare una politica di "decrescita" o di "non incremento della produzione di libri", da condividere con soggetti affini per attenzione alla qualità culturale e editoriale dei nuovi prodotti.

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Simone Barillari
Marco Cassini

Marco Cassini, a sua volta, uno dei due fondatori della casa editrice romana minimum fax, che recentemente ha lanciato Sur, una nuova casa editrice dedicata alla letteratura sudamericana con un programma di 6-7 titoli l'anno e un rapporto privilegiato con i librai indipendenti e con i lettori, ha avanzato in stile swiftiano "Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia". Il punto di partenza è una breve autocritica così formulata:
Credo che noi editori abbiamo sbagliato, e sbagliamo, a lasciare che sia il mercato, e i suoi tortuosi percorsi, a regolare le nostre scelte, o anche solo le forme del rapporto fra noi e i lettori. Quello che il mercato vuole o impone a un editore che non voglia sparire dalla libreria è la crescita, è una produzione maggiore, la conquista di uno spazio nei negozi, che (invertendo il principio di causa-effetto) è sempre più limitato. E così noi editori rischiamo di dimenticarci di parlare ai lettori, e parliamo invece al mercato.
Cassini non ripropone la vecchia distinzione tra "editoria di cultura" e "editoria di mercato": la sua concezione del mercato è necessariamente più moderna, perché in questa entità astratta egli vede giustamente l'insieme dell'universo dei lettori, reali e potenziali, a cui bisogna saper comunicare linee editoriali o scelte di pubblicazione valide e originali. Il "mercato" nell'accezione negativa consiste invece in una concorrenza al ribasso con gli altri editori, siano essi grandi gruppi o medie e piccole case editrici: in questa prospettiva il mercato diventa il punto di raccolta di politiche "aggressive" di marketing (sconti, messaggi promozionali semplificati, packaging uniformato, ricerca della visibilità a ogni costo, ecc.), che spesso fanno precipitare l'oggetto libro in una dimensione che non gli appartiene per natura e per finalità.
Dobbiamo resistere alle tentazioni, alle richieste, alle regole che qualcuno vorrebbe far passare per le uniche leggi di mercato che valgano (iperproduzione, crescita, semplificazione, imitazione) e dimostrare che non è vero, che si riesce a restare sul mercato anche senza pubblicare solo le mode del momento, che un romanzo si vende anche senza la fascetta fosforescente o senza una donna ammiccante in copertina, che un libro ha il suo valore anche per la rilegatura e l'impaginazione che usa, per l'investimento che l'editore ha fatto nella traduzione o nell'editing, e nel numero di correzioni di bozze cui ha sottoposto il testo, per la strenua ricerca del nostro libro di essere difficilmente classificabile, di non assomigliare a niente se non a se stesso.
La conclusione dell'intervento tende a un'estensione della proposta di Barillari che Cassini avanza con tre punti consequenziali agli editori indipendenti: 1) limitare la produzione annuale e migliorarla ("descrescita felice"); 2) evitare le facili imitazioni o le scorciatoie apparentemente vantaggiose; 3) opporsi alle distorsioni del mercato, così come vengono esaltate dalle "sirene" incantatrici del facile profitto. Detto in altri termini, il lavoro imprenditoriale dell'editore accetta e interpreta i principi della qualità della produzione intesa come rispetto e come alleanza con il proprio pubblico di riferimento: tale alleanza è fondamentale per garantire alla fine il "benessere dei cittadini", siano essi editori, librai o, nella maggioranza dei casi, lettori.

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Il disegno nella testata del sito della casa editrice Voland

2b. «la Repubblica» ha ripreso per due giorni di seguito le proposte di Barillari e Cassini. Prima il 18 luglio 2011, Loredana Lipperini ha intervistato alcuni medi editori indipendenti, poi Maurizio Bono il 19 luglio ha registrato i pareri anche di alcuni grandi editori. Le opinioni raccolte sono nella maggioranza favorevoli, con pochi "no" dichiarati (ad es. Giuseppe Laterza), qualche "ni" (ovvero sì ma c'è il pericolo di scomparire dagli scaffali espresso da Stefano Verdicchio di Quodlibet, piccola ma sofisticata casa editrice di Macerata) o "sì però" (sostenuto da Lorenzo Fazio di Chiarelettere con il giudizio "si sceglierebbero solo i libri che possono andare in televisione").

Daniela Di Sora, responsabile della casa editrice Voland, che pure è a favore della decrescita, non si nasconde i pericoli di una tale scelta: «Viviamo in una perversione: ci sono tanti titoli che avrebbero bisogno di tempo ma oggi i libri sono diventati beni come gli altri e si restituiscono senza dar loro una chance». Giuseppe "Pepe" Laterza, insieme a Carmine Donzelli, ha posto infine il pericolo imminente che preoccupa seriamente tutti gli editori e i librai: il recente sbarco in Italia, ormai in via di assestamento, di Amazon con la minaccia di concentrare in pochi mani il processo di distribuzione (ne abbiamo parlato in questa pagina).

Il punto di vista dei grandi editori è stato espresso da Stefano Mauri, che dirige il gruppo editoriale Mauri-Spagnol (GeMS) con ben 16 marchi di case editrici, e da Massimo Turchetta, direttore generale del ramo libri della Rizzoli, ed entrambi riconoscono che il problema posto sia giusto. Turchetta lo interpreta come mix da ricercare nel pubblicare le novità: aumentando il numero delle nuove proposte può emergere un titolo che diventa un bestseller; tuttavia non occorre aumentare troppo tale quantità per non incappare in un alto numero di rese. Mauri dichiara di aver già praticato la "decrescita", ad esempio nel caso della Garzanti, di cui ha ridotto del 30% il numero delle novità rispetto al 2003, alla fine di un periodo (gli anni Novanta) in cui si aumentava ipertroficamente la produzione. Oggi la questione va posta in altri termini:
Ora piuttosto bisogna badare a non tagliare titoli di cui è impossibile anticipare le potenzialità. Non è un mistero che di Saviano e del Cacciatore di aquiloni i loro editori all'uscita prevedevano di venderne cinquemila copie... Tutti pubblichiamo libri che sappiamo in anticipo potrebbero essere in perdita, la condizione è che siano libri che noi per primi consideriamo importanti.
Di parere in parte diverso è il direttore generale della Giunti, Daniele Tinelli che, in un'intervista alla rivista on-line Business People del 17 maggio 2011, ha sottolineato i dati di crescita del suo gruppo nel biennio 2009-2010, attribuendo la crisi principalmente a quei canali di vendita che erano già saturi (vendita per corrispondenza, vendita rateale, volumi collaterali in edicola, collezionabili). Come gruppo, invece:
abbiamo continuato a investire, soprattutto nell'ambito della produzione editoriale, che ci ha portato a realizzare circa 800 nuovi titoli all'anno (quasi tre nuovi libri ogni giorno), e della distribuzione, che ha visto all'inizio del 2010 la nascita di un'importante joint venture paritetica col gruppo Messaggerie [ne avevamo parlato in questa pagina - N.d.A.]. È nato così un polo di vendita e commercializzazione del libro che copre tutti i canali del mercato trade, dalla libreria alla GDO, dall'ingrosso al commercio elettronico.

3. Accenniamo infine al movimento parallelo che si è verificato in questi ultimi mesi tra un folto gruppo di scrittori: l'emergere di una corrente di autori connotati da un range di età simile tra i 30 e i 50 anni, che si sono autodefiniti appunto "Generazione TQ" e che non necessariamente sono i rappresentanti di una poetica omogenea (come possono essere stati gli esponenti del romanzo new epic o del pulp). Nelle intenzioni dei promotori, "TQ" è certamente un riferimento anagrafico, ma può essere inteso al tempo stesso come:
  • "tale e quale", in riferimento ai padri spirituali e alla difficoltà di individuarli e, successivamente, di superarli
  • "tanto quanto", in termini sia di cultura alta che di cultura bassa (in particolare di quest'ultima: telefilm, fumetti, comici, tendenze della musica rock)
  • "Tarantino Quentin", con una forzatura tra cognome e nome, come riferimento obbligato alle correnti del "pulp" e dei "cannibali" dal cui cliché i nuovi autori vorrebbero potersi staccare
  • "tutto questo", come insieme dei temi su cui personaggi tipicamente solitari come gli scrittori potrebbero confrontarsi per uscire dall'isolamento

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Nicola Lagioia
Antonio Scurati
Giorgio Vasta

A chiarire i termini del problema sono stati Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia, Giorgio Vasta con un articolo sul «Sole 24 Ore» del 18 aprile 2011 dal titolo "Andare oltre la linea d'ombra": capovolgendo il titolo di un romanzo di Cormac McCarthy, essi affermano che l'Italia "non è un Paese per giovani, e tantomeno un Paese per intellettuali", ma che non basta più limitarsi alle denunce e occorre invece "uscire dall'angolo". Con questa espressione essi intendono un'attivazione concreta delle forze degli scrittori "giovani" con l'apertura di "un confronto che arrivi a produrre idee, proposte, progetti nuovi".

Un primo momento di confronto c'è stato il 29 aprile 2011 presso la sede romana della casa editrice Laterza, con la partecipazione di un ampio gruppo di autori.

Il resoconto della riunione si può leggere in quest'articolo del «Corriere della Sera» del 30 aprile 2011 (su YouTube è disponibile anche un video, presentato spiritosamente come infermimmagine dell'incontro e, in effetti, la ripresa fa capire ben poco). Tra le posizioni più interessanti quelle di Lagioia e Scurati: il primo ha espresso l'auspicio che dopo il primo incontro si potessero trovare insieme le forme per incidere di più sull'ecosistema socio-culturale che ci circonda. Secondo Scurati, occorrerebbe fondare un quotidiano online che non sia solo una trasposizione di contenuti dalla carta al web: una testata sia culturale che di informazione, in cui sia protagonista la generazione TQ e si possa raccontare la realtà senza distorsioni. "Chi lavora nelle redazioni sa bene che i giornali di carta hanno le ore contate. E sarebbe bello che il definitivo passaggio sia merito di un gruppo di scrittori che vogliono aprirsi all'esterno".
Anche in questa sede non sono mancate le critiche alla pressione negativa delle logiche di mercato e della promozione commerciale. Così come abbiamo visto nel caso dei librai e degli editori indipendenti, anche gli autori delle generazioni più giovani intendono difendere la propria autonomia creativa in uno scenario sempre più condizionato da logiche di competizione esasperata.
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Ovviamente l'iniziativa presso la casa editrice Laterza non poteva non suscitare reazioni critiche nel mondo editoriale e letterario italiano. Ci limitiamo a indicarne due: la prima di Filippo La Porta con un corsivo sul «Corriere della Sera» del 27 aprile 2011 dal titolo "Rassegnatevi, cari Scrittori: la letteratura non è un collettivo", che si può leggere in questa pagina; la seconda di Luca Mastrantonio, sempre sul «Corriere della Sera», dopo l'assegnazione del Premio Strega, con il titolo "Sconfitta doppia per la generazione TQ", che abbiamo riportato qui. Di seguito, come conclusione provvisoria, ecco l'incipit pungente di questo secondo articolo:
Paradossi letterari italiani. Lo Strega è stato vinto da un quarantenne che, per ironia del destino, non appartiene alla generazione TQ, il composito gruppo di intellettuali e scrittori che hanno 30 e 40 anni. Edoardo Nesi, il vincitore, è del 1964, quindi poteva rientrare a pieno titolo tra i senior di TQ, ma niente, ha ballato da solo. Del 1977 è Mario Desiati, arrivato quarto, cofondatore di TQ, un po' latitante in realtà. L'etichetta forse stava stretta a lui che è tra gli intellettuali più in vista della nuova classe dirigente. È direttore della Fandango Libri (che ha tra i soci fondatori Nesi), dove ha pubblicato il programma del conterraneo Nichi Vendola, politico cui è molto legato. I suoi ultimi romanzi, invece, sono pubblicati da Mondadori, come Ternitti, con il quale vincere lo Strega, però, è apparso impossibile già dalla serata a casa Bellonci, quando i voti dell' Einaudi non si sono allineati al candidato di Segrate. L' ennesima vittoria mondadoriana, inoltre, non avrebbe giovato alla credibilità del premio. Per ciò, sebbene sconfitto, Desiati può uscire dal Ninfeo di Villa Giulia come beautiful loser.

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