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Generazione TQ

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Sono in linea da ieri i primi tre documenti prodotti dal gruppo di scrittori e di intellettuali che si erano riuniti in aprile presso la casa editrice Laterza e di cui avevamo già parlato in questa pagina. Avevano scelto come nome "Generazione TQ" sia a indicare il dato anagrafico dell'età, che altre valenze di significato, di cui avevamo parlato nell'articolo precedente. Ora in un nuovo sito intenzionalmente minimalista (senza immagini e con 1 solo colore nel titolo oltre il nero del testo) hanno creato un ambiente di raccolta di adesioni e di discussione aperto a quanti vogliano partecipare sottoscrivendo la piattaforma iniziale.

Il gruppo dei promotori è nutrito, anche se mancano all'appello alcuni partecipanti alle prime riunioni come Mario Desiati (quarto classificato all'ultimo Premio Strega), Giuseppe Antonelli (tra i promotori dell'iniziativa, ha mandato una lettera citata in questo articolo della «Repubblica») e, soprattutto, Antonio Scurati (tra i relatori nell'incontro laterziano). Riportiamo qui sotto l'elenco dei primi firmatari, seguito da quello delle prime adesioni.
I firmatari
Giuseppe AllegriTiziana Lo Porto
Andrea BajaniCarlo Mazza Galanti
Simone BarillariFederica Manzon
Daniela BrogiGiordano Meacci
Cesare BuquicchioVincenzo Ostuni
Carlo CarabbaFrancesco Pacifico
Andrea L. CarboneDemetrio Paolin
Mattia CarratelloValentina Parlato
Marco CassiniGabriele Pedullà
Stefano ChiodiLorenza Pieri
Roberto CiccarelliGilda Policastro
Gianluca CollocaAlessia Polli
Andrea CortellessaLaura Pugno
Federica De PaolisCostanza Quatriglio
Matteo Di GesùChristian Raimo
Marco Di MarcoVeronica Raimo
Peppe FioreAlessandro Raveggi
Francesco ForlaniLuca Ricci
Stefano GalleraniMarco Rovelli
Tommaso GiartosioVanni Santoni
Daniele GiglioliEmiliano Sbaraglia
Alessandro GrazioliFrancesca Serafini
Andrea IngleseCarola Susani
Nicola LagioiaGiorgio Vasta
Alessandro LeograndeSara Ventroni
Giancarlo LivianoCaterina Venturini

Paolo Zanotti
Le prime adesioni
Rossano AstremoDaniela Petracco
Maria Grazia CalandroneValentina Pigmei
Mario CapelloAndrea Pugliese
Francesca ManzonItalo Testa

Autori, editori e librai/2

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Proseguiamo la comprensione del fenomeno della sovraproduzione libraria, iniziata nell'articolo precedente, con due interventi che rispecchiano punti di vista opposti e apportano arricchimenti originali dell'analisi. Si tratta di due articoli apparsi sulla «Repubblica» rispettivamente del 21 luglio e del 22 luglio 2011:
  • Il primo, intitolato Editori iperproduttivi e anomalie del mercato, è stato scritto da Marco Cassini, uno dei due fondatori e attualmente il direttore commerciale di minimum fax
  • il secondo, intitolato Ecco perché gli editori pubblicano così tanto (ribattezzato con una espressione efficace "I sassi del fondo"), si deve alla penna di Gian Arturo Ferrari, già direttore editoriale della Mondadori e attualmente presidente del Centro per il libro e la lettura del Ministero per i Beni e le attività culturali
megastore_feltrinelli.jpg 1. Cominciamo dal secondo proprio perché Ferrari si pone in controtendenza rispetto alle tesi considerate finora e cerca di spiegare quelli che a suo parere sono i motivi necessari della sovraproduzione libraria nel mercato italiano. L'incipit non è dei più felici: viene citato un personaggio televisivo degli anni Ottanta che si ricorda per le evidenze scontate con cui presumeva di filosofeggiare ("È meglio essere ricchi, belli e in salute o poveri, malati e anche un po' brutti?") per sostenere che certamente è preferibile pubblicare pochi libri, belli e di gran successo invece di molti, brutti e che si vendono poco o niente; e poi il Meneghello (citazione decisamente più colta questa) degli "atimpuri" che si intendeva correggere con buoni propositi del tutto ineffettuali; per arrivare a stabilire la regola del millesimo, "secondo la quale ogni anno i nuovi titoli sono nell'ordine di grandezza di circa un millesimo della popolazione", che, se nel caso dell'Italia funziona abbastanza bene, non si può dire altrettanto per le altre nazioni europee citate. Così ad esempio il mercato librario inglese vale 85.000 novità l'anno per una popolazione di circa 50 milioni (riferita alla sola Inghilterra) o di circa 65 milioni riferita al Regno Unito (Inghilterra e Irlanda del Nord); inversamente quello spagnolo "pesa" 35.000 nuovi titoli a fronte di una popolazione di più di 47 milioni di abitanti.

Ferrari è decisamente più convincente quando argomenta sulla difficoltà per gli editori di "indovinare" il libro che entrerà nei fortunati 5.000 volumi (su un totale di mezzo milione in circolazione) che da soli valgono la metà delle copie totali vendute e, di conseguenza, la metà del fatturato:
Per un editore installarsi in questa felice riserva è una questione vitale. Non si tratta di pescare il pesce grosso, si tratta di sopravvivere. Ma siccome il business è di per sé largamente imprevedibile, l'unica via per massimizzare le possibilità di successo e minimizzare, nel senso di distribuire, il rischio appare - dico appare - quella di reiterare i tentativi. È la strategia denominata "provando e riprovando", il cui continuato abuso finisce per portare a quella notte in cui tutte le vacche sono nere e tutte le copertine fosforescenti entro la quale, a detta di molti, ci troviamo.
Anche qui si potrebbe chiedergli su quale arco temporale considera questa percentuale di un centesimo dei volumi in commercio (detta così suona meglio), che, a occhio e croce, non dovrebbe essere il singolo anno di produzione. Dicevamo, tuttavia, che per un grande editore ci sembra più convincente, almeno in termini percentuali, un ragionamento come questo: "pubblico diverse centinaia di nuovi titoli all'anno nella speranza che le vendite di 1 libro su 100 vadano bene (direbbe la Morante "i felici pochi"); così posso ripagarmi i costi di produzione e di distribuzione degli altri ("gli infelici molti").

Autori, editori e librai

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Poco meno di due anni fa, trattando il tema dei riflessi della crisi economica nel settore editoriale, avevamo fatto riferimento ai piani di ristrutturazione di due grandi gruppi editoriali (RCS-Media Group e Mondadori) per affrontare il calo parallelo delle inserzioni pubblicitarie e dei ricavi dalle vendite. Come diagnosi del fenomeno si indicavano allora tre cause concomitanti: la saturazione dell'offerta di mercato (numero eccessivo di nuovi titoli presentati nell'arco dell'anno), la dimensione esigua dei lettori "forti" nel nostro paese e la concorrenza degli altri mezzi di comunicazione audiovisivi e multimediali.

Gli ultimi due fattori hanno caratteristiche peculiari: per un verso la crescita dell'universo dei lettori tocca una problematica di lungo periodo, che non è risolvibile senza cambiamenti nella "cultura" profonda del paese e nei processi di formazione delle nuove generazioni; per l'altro la penetrazione degli e-book e dei lettori elettronici, come concorrenti dei volumi tradizionali a stampa, rimane ancora limitata a una percentuale ridotta della popolazione in grado di leggere, mentre ha inciso fortemente sui quotidiani e sui periodici. Diventa quindi centrale il tema della sovraproduzione libraria, ossia del fatto che ogni anno vengano introdotti sul mercato circa 60.000 nuovi titoli, con un ciclo di rotazione delle novità che si è abbreviato terribilmente per la maggior parte dei libri che non assurgano al rango di best-seller. E in questi primi mesi del 2011 proprio a quest'ultima problematica si è rivolta l'attenzione di soggetti diversi della catena produttiva e distributiva: alcuni editori di medie dimensioni, librai indipendenti e un gruppo di autori hanno evidenziato questa difficoltà e hanno proposto delle soluzioni innovative. Quella che segue è una sintetica ricostruzione della discussione, iniziando in ordine cronologico dai librai.

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1. Nello scorso gennaio il presidente dell'Associazione Librai Italiani (ALI), Paolo Pisanti, in un'intervista pubblicata a cura di Loredana Lipperini sulla «Repubblica», ha sottolineato queste caratteristiche:
Sessantamila uscite l'anno (cioè più di 160 libri al giorno, ndr) sono una cifra incredibile rispetto a qualsiasi categoria merceologica, e senza soluzione di continuità. Un pasticcere sa che ci sono i momenti più impegnativi, come il panettone a Natale e la colomba a Pasqua. Noi non abbiamo pause. Non possiamo far altro che sostituire le quasinovità con altre novità. [...] Per fare spazio ai nuovi arrivi abbiamo bisogno di liberare i magazzini, e prima ancora di passare dalla vetrina al banco e dal banco allo scaffale: ci sono tempi tecnici,e tempi finanziari. I pagamenti all'editore avvengono mediamente a novanta giorni. Se voglio fare un'operazione economicamente valida, devo vendere i libri prima di pagarli, ma in tempi così brevi è difficilissimo.
Un punto di vista diverso è espresso nell'articolo della Lipperini da Romano Montroni, ex-direttore delle librerie Feltrinelli, attualmente consulente per il reparto libri nelle Coop, nonché autore di un fortunato volume sugli aspetti commerciali dell'editoria.
Il libro è come una pianta: diventa grande se lo innaffi tutti i giorni. Trenta giorni di vita? Può essere vero, ma dipende dalla libreria in cui viene collocato e dalla missione di quella libreria. Nelle Coop abbiamo sempre il trenta per cento di novità e il settanta di catalogo. Perché una filosofia di comportamento è necessaria: vedo troppi librai che per affrontare un problema finanziario fanno clic sul computer, tirano fuori l'elenco dei libri che hanno venduto meno negli ultimi tre mesi e rendono a più non posso. Una buona libreria deve sempre avere tre tipi di libri: quelli che si vendono molto, quelli che si vendono meno e quelli che servono a far vendere gli altri.
Forse Montroni può permettersi una tale posizione, perché ha alle spalle un "gigante" della grande distribuzione e può attuare delle politiche di gestione dell'invenduto che un piccolo-medio libraio non può permettersi. Dal suo punto di vista, tuttavia, la presenza di una nuova categoria di prodotti, gestita con intelligenza e non come semplice raccolta degli ultimi titoli di grido, può costituire un motivo di richiamo in zone periferiche delle grandi città dove le librerie certo non abbondano.

Che il suo sia però un caso isolato può esser desunto anche dalle conclusioni di un altro intervento, quello di Giuliano Vigini, saggista ed esperto di editoria dell'AIE, pubblicato sull'«Avvenire» del 13 luglio scorso. La premessa del ragionamento è proprio la crisi delle librerie indipendenti dovuta ai margini ridotti, alle spese accresciute di affitto e di gestione e alla stessa politica degli editori costretti alla iper-produzione. E allora? Allora le librerie devono in qualche modo ripensarsi:
C'è probabilmente per tutte le librerie la necessità di riprendere o intensificare un ruolo specifico rispetto al proprio pubblico di riferimento e rispetto alla concorrenza più vicina, con una pluralità di offerta (giornali, scolastico, metà prezzo e usato), con qualche nicchia di specializzazione e con una capacità di servizio sul territorio che abbiano per la clientela un motivo di costante di richiamo.

Un nuovo longseller

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Contrariamente ai bestseller che raggiungono picchi alti di vendita e li mantengono per un periodo definito, compreso tra alcuni mesi e al massimo uno-due anni, i longseller sono quei libri che mantengono un ritmo di diffusione costante nel tempo: esempi classici sono i romanzi di Calvino, della Morante, di Tomasi di Lampedusa (e si potrebbe continuare), che sono entrati nella formazione generale delle nuove generazioni e ogni anno, da molti anni, vendono diverse migliaia di copie con evidente soddisfazione dei loro editori. Avevamo accennato al tema in questo articolo.

Nel ristretto e apparentemente chiuso gruppo di autori di longseller è difficile entrare per diversi motivi: da quell'abitudine elementare di ripetere le azioni già note alla vera e propria difficoltà di essere ammessi in una sorta di "empireo" letterario condiviso. Quando questo accade, significa che si è andati oltre alle mode passeggere, spesso imposte dagli editori, e si è entrati in comunicazione con un livello più profondo dell'universo dei lettori. È quanto sta succedendo con un autore italiano di cui abbiamo già parlato circa un anno fa con un intervento di Tommaso Bolasco che aveva raccontato la sua personale esperienza di lettura: si tratta di Niccolò Ammaniti e del suo libro di maggior successo Io non ho paura.

style-luglio_reduced.jpg La copertina dell'ultimo numero di «Style», il mensile di moda e di tendenza del «Corriere della Sera», riportata qui a fianco, è l'ennesimo segnale del nuovo ruolo di Ammaniti come autore riconosciuto di longseller e di bestseller destinati ai mercati esteri. Si era cominciato più di un mese fa e non solo e non tanto in occasione della pubblicazione di Io e te (Einaudi Stile libero, Torino 2011), quanto dello status acquisito di "giovane classico", capace di parlare alle nuove generazioni. Così sempre il «Corriere della Sera» dell'11 maggio 2011 aveva pubblicato un suo lungo articolo con il titolo "Conigli alla riscossa, la bella utopia", in una sezione intitolata «Classici per crescere». Si può leggere per intero in questa pagina.

Si tratta, se volete, di un articolo di circostanza: i consigli di lettura che un giovane scrittore affermato dà per coinvolgere nella lettura i cosiddetti "nativi digitali", tutti presi dal computer o dai videogiochi. Cionondimeno traspare in questo testo la capacità di dialogare con la propria parte adolescenziale e di saperla adattare alle diverse condizioni della società odierna. Ecco l'incipit dell'articolo:
Consiglio L'isola del tesoro se il ragazzino ha un rapporto avventuroso con l'esistenza, se invece è un tipo tenebroso e introverso vado su Dottor Jekyll e Mister Hyde. Nel caso in cui è un po' sfigato, non ha donne e negli sport è una schiappa (anche se è difficile che un genitore te lo confessi apertamente) scelgo Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas. La lunga e premeditata vendetta di Edmond Dantès gli darà energia per riscattare i torti subiti.
Quella sera invece così, senza pensarci, mi è uscito dalle labbra un romanzo sepolto sotto gli strati di incrostazioni che avvolgono i miei neuroni: La collina dei conigli.
Il padre non lo conosceva. Gli ho spiegato che è un romanzo del 1972 scritto da Richard Adams e che, a suo tempo, aveva avuto un grande successo. E mi ha chiesto perché proprio quel libro?
Non lo sapevo. Me la sono cavata dicendo che i conigli, tranne per Alice nel paese delle meraviglie, sono sempre stati sottovalutati dalla letteratura e che da ragazzino i libri che amavo di più avevano gli animali come protagonisti.

Eventi e vanità

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berardinelli.jpgTra le reazioni dopo la fine del Salone del libro di Torino val la pena di registrare quella del critico letterario, Alfonso Berardinelli, pubblicata sul «Corriere della Sera» del 20 maggio 2011 con il titolo "Grandi eventi, sfilata di vanità". Berardinelli è ben noto agli addetti ai lavori per i suoi studi critici, riportati nella voce personale di Wikipedia per il periodo che va dal 1973 fino a oggi, e per la condirezione, insieme a Piergiorgio Bellocchio, della rivista «Diario», uscita per 10 numeri tra il 1985 e il 1993 (oggi si può leggere nella riproduzione fotografica integrale proposta dalla casa editrice Quodlibet di Macerata), che non è da confondere con il settimanale omonimo diretto da Enrico Deaglio tra il 1996 e il 2008 e pubblicato come supplemento del quotidiano «l'Unità».

Berardinelli era al Salone di Torino per partecipare a un dibattito sul poeta Sandro Penna insieme a Giuseppe Leonelli, che sta curando per Garzanti la nuova edizione critica delle opere del poeta. E qui si verifica la prima sorpresa inaspettata: le persone presenti in sala per ascoltare i due relatori non superano il numero di 15. Come sottolinea lo stesso Berardinelli:
Né più né meno che quindici, nella massa di visitatori della Fiera del libro, nella colta Torino, un numero di visitatori che, si dice, ogni anno è in crescita. Ma che cosa sa questo pubblico? Che cosa cerca? Penna è uno dei più leggibili, forse il più leggibile fra tutti i poeti del Novecento italiano. Ed è anche uno dei maggiori. La sua singolarità è fuori discussione. Su di lui Pasolini e Garboli hanno scritto saggi memorabili. Ma le poesie di Penna sembra che non abbiano bisogno di spiegazioni e interpretazioni.
Berardinelli scopre "dolorosamente" che la poesia, intesa come lettura diretta dell'opera o come lettura critica di un autore, non "tira", non coinvolge, almeno apertamente, ampie fette di pubblico, salvo poi collocare in un olimpo ideale i grandi autori delle opere in versi e nel mondo dei long-seller quelli amati dal pubblico. E gli sfugge un inizio di invettiva contro il pubblico ("Che cosa sa?... Che cosa cerca?", Come si permette? aggiungiamo noi): 15 persone, tutte attente e competenti, ma fuori della sala sciami di professori che credono già di conoscere e, quindi, cercano altro. In realtà a questi esterni sfugge che cos'è la poesia italiana contemporanea e soprattutto non sono in grado di comprendere che cos'è un vero grande poeta.

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