Editori, visionari innamorati

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Arrivando da Piazza Apollodoro, desolata alle tre del pomeriggio, raggiungere l'Auditorium non è complicato. Mentre la costruzione di Renzo Piano si mostra nella sua maestosità, l'impressione di trovarsi in un piccolo mondo, in una sorta di città colorata è inevitabile. Il silenzio delle strade circostanti è surreale, camminando sotto al porticato che brulica di gente. Per chi come me non c'era mai stata, l'impatto è notevole.

A confronto con il cielo grigio di questo marzo dal tempo bizzarro, i colori del logo "Libri Come" sembrano più accesi. Il che è un bene, perché mi ricorda il motivo per cui mi trovo lì. La conferenza su come si sceglie un libro inizia alle tre.

In una sala gremita, quasi al completo, troviamo posto lontano dal palco. La distanza non è tale da non riuscire a vedere in faccia le nove persone che si stanno accomodando sulle poltrone rosse:

Sandro Ferri (e/o), Gianluca Foglia (Feltrinelli), Ernesto Franco (Einaudi), Emilia Lodigiani (Iperborea), Stefano Mauri (GeMS), Antonio Sellerio (Sellerio), Massimo Turchetta (Mondadori), Paolo Zaninoni (Rizzoli) e il coordinatore nonché giornalista del «Sole 24ore» Stefano Salis.

In ordine, ognuno degli ospiti fa il proprio intervento, si concentra su punti specifici e dà uno spaccato della propria casa editrice e delle scelte da essa compiute. Chi si aspettava di sentire discorsi molto tecnici e pratici probabilmente è rimasto deluso.

In linea generale il ritratto dell'editore è stato realizzato con tinte delicate, poetiche anche sul nostalgico-sentimentale. Non si è nascosto che l'aspetto economico e materiale è senz'altro incisivo, ma non va considerato egemonico nel meccanismo decisionale delle case editrici. La maggior parte degli editori presenti si è schierata contro la comune immagine, confesso condivisa anche da me medesima, dell'editore come un giudice impassibile e sadico, tentando di abbattere la barriera che lo separa dal pubblico e lo relega in una dimensione poco umana e accessibile.

Sandro Ferri suggerisce l'esperienza della lettura come anello di congiunzione tra gli addetti ai lavori e i lettori, Gianluca Foglia propone di liberarci dell'immagine dell'editore-giudice e nel farlo si serve di Pennac così da offrirci una nuova lettura del suo mestiere, quella di un passante che tenta di oltreppassare un confine che, nell'immediato, è quello del favore del pubblico, Ernesto Franco pur sottolineando l'importanza del fattore economico, che chiama ironicamente giudizio di plus-valore, vuole far emergere l'impegno dell'editore a cercare il nuovo da intendere come "la novità che supera il tempo, un germoglio che fiorirà nel futuro". Emilia Lodigiani  si lascia sovrastare dalla passione per la scrittura del Nord Europa, per i grandi temi capaci di toccare il cuore, tratteggiando il suo mestiere con colori troppo roseei per essere reali, ma almeno degni del beneficio del dubbio. Antonio Sellerio fa un discorso pieno di verità semplici, a volte ovvie, ma necessarie da puntualizzare. Della sua Palermo ci regala uno spaccato tramite il filmato proiettato alle sue spalle mentre parla. Il presente si lega al passato ma si apre al futuro, così naturalmente che sfido a non immaginare Sciascia che prende un caffè con Camilleri. Il legame con le origini, della casa editrice Sellerio è una promessa al suo pubblico, che si rinnova nella decisione di mantenere la copertina blu per i suoi libri, di restare fedele al prezzo, di cercare autori che si identifichino con la casa editrice. Stefano Mauri e Massimo Tuchetta non cedono troppo al sentimentalismo. Il primo come conseguenza inevitabile della grandezza del suo gruppo editoriale, il secondo in quanto direttore generale di Mondadori. Mauri spiega che le scelte editoriali, per quanto concerne il suo gruppo, si muovono in due direzioni: gusto estetico e richieste di mercato. Turchetta presenta la sua squadra di editor come un repertorio di individui eterogenei e differenti che permette di avvicinarsi maggiormente ad un pubblico altrettanto eterogeneo e differenziato. Paolo Zannini conclude questa carrellata di nozioni editoriali con la considerazione che sia impossibile conoscere i meccanismi effettivi che spingono un editore a scegliere di pubblicare un libro piuttosto che un altro, ma essi non possono prescindere dalla passione e dalla visione. Quest'ultimo termine, per quanto io non lo abbia ancora nominato, è la chiave di lettura di tutta la conferenza. Quasi tutti infatti, chi più esplicitamente chi meno, si sono trovati a rifarsi a questo concetto per spiegare il proprio mestiere. La visione diventa così l'alibi, il carattere distintivo che muta l'editore da giudice a passante per Foglia, da manager a publisher per Turchetta, da semplice passionale a geniale visionario per Zaninoni citando De Niro.

Niccolò Ammaniti tra letteratura e cinema

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Scopro Niccolò Ammaniti nel 1999, l'anno in cui Mondadori pubblica il suo Ti prendo e ti porto via. Lo compro, lo divoro in un giorno. In seguito mi accadrà con ognuno dei suoi libri.

Ammaniti fa il suo esordio con Branchie nel 1994, edito dalla casa editrice Ediesse e ripubblicato nel 1997 per Einaudi "Stile libero". Una storia tra il surreale e l'allucinato da cui il regista Francesco Raniero Martinotti trarrà l'omonimo film nel 1999. Nel 1996 esce Fango, pubblicato dalla Mondadori. Una serie di racconti da cui emerge l'abilità dell'autore nel raccontare storie intrecciate, puzzle che prendono vita da luoghi e dimensioni distanti, con l'ausilio di una smisurata fantasia creativa, elemento dominante di tutta sua produzione.

Racconti come L'ultimo capodanno dell'umanità, anch'esso divenuto un film per la regia di Marco Risi nel 1998, o come Fango, che da il titolo al libro, ci proiettano in realtà costernate e popolate da eventi e personaggi dalle caratteristiche tragiche e grottesche, gettando uno sguardo disincantato su un'umanità priva di valori sani, specchio della complessa società in cui viviamo. Vicende narrate con ritmo incalzante che trascinano il lettore all'apice della tensione, per poi regalare spesso colpi di scena ben studiati e finali inaspettati.

manifesto.jpeg Fin qui, Ammaniti viene etichettato come autore di storie pulp e la sua scrittura, scrittura "di genere". Nel 2001 Einaudi "Stile libero" pubblica Io non ho paura, libro di successo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Questo periodo coincide anche con l'inizio della collaborazione con il regista Gabriele Salvatores, per il quale scriverà la sceneggiatura di questo titolo ed in seguito di Come Dio comanda. Con questi due romanzi Ammaniti si guadagna un'ulteriore etichetta della critica: scrittore di narrativa popolare. Questi ultimi due lavori vogliono essere una fotografia di realtà non-metropolitane, dove si muovono personaggi di bassa estrazione sociale e spesso di discutibile etica.

Io non ho paura è la scoperta del male e della sofferenza da parte di un bambino che trascorre le giornate con gli amici in giro per desolati campi di grano in una zona non specificata del Sud Italia, probabilmente la Lucania. Attraverso gli occhi del giovane, l'autore ci racconta la storia del rapimento di un bambino da parte di una banda di malviventi della quale fa parte anche il padre del protagonista. Emergono il tema dell'amicizia, del dolore e dei complessi rapporti familiari attraverso una scrittura che sa scavare nell'animo delle persone e sa tirarne fuori le gioie, le speranze, i timori, i terrori più reconditi. Io non ho paura è senza dubbio il romanzo di un Ammaniti maturo, desideroso di porre lo sguardo su uno dei tanti tristi temi della nostra società.

In un'intervista in cui gli si chiede cosa comporti la trasposizione cinematografica di un libro, Ammaniti risponde che, sebbene avesse egli stesso scritto quasi sempre le sceneggiature dei film tratti dai suoi libri, le mediazioni del regista, del direttore della fotografia o dello scenografo presuppongono comunque un lavoro d'interpretazione, una selezione, una scrematura di un materiale che, nel libro, è svincolato da tutto ciò. Aggiunge che nulla come un libro offre la possibilità di narrare e di descrivere da un lato e di essere trascinati e dare diverse interpretazioni dall'altro.
Due confronti a più voci si sono sviluppati in parallelo durante il mese di marzo sul "Domenicale" del «Sole 24 ore»: il primo, dedicato al rapporto tra letteratura e mercato, è iniziato il 7 marzo 2010 con l'articolo di Federica Manzon Il mercato letterario? Non è il diavolo, apparso originariamente sul numero 49 della rivista «Nuovi Argomenti» (nuova serie edita da Mondadori), è proseguito nelle due settimane successive con gli interventi di Diego Marani (I lettori vogliono qualità?), Giulio Mozzi (Per favore, niente snobismi) e Gianandrea Piccioli (La chiave è l'accesso), e si è concluso il 28 marzo con la nota di Giorgio Van Straten, consigliere di amministrazione della RAI, Chi difende più la qualità?.
Il secondo filone ha toccato invece il tema degli esordienti, alternando in una sorta di controcanto la lettera al principiante di Filippo Tuena (Inferno per l'autore in attesa di editore - 14 marzo), i consigli alla Swift di Paolo Albani (Gettare la spugna con metodo - nella stessa data) e gli incoraggiamenti autentici di Tim Parks (Esordienti, non gettate la penna - 28 marzo 2010). I due testi di Tuena e di Albani sono estratti rispettivamente da pubblicazioni recenti: Manualetto pratico ad uso dello scrittore ignorante, appena edito da Mattioli 1885, e Manualetto pratico ad uso di coloro che vogliono imparare a scrivere il meno possibile, pubblicato per i tipi di Fuoco-fuochino di Afro Somenzaro in 11 (leggasi undici) copie.

Letteratura e mercato

Il punto di partenza della Manzon si basa su un interrogativo preciso: perché la società letteraria guarda con pregiudizio negativo alle opere che hanno successo e accusa il mercato di essere il principale artefice di un abbassamento della qualità letteraria delle nuove produzioni? Il pensiero corre subito ad alcuni best-seller degli ultimi anni, largamente premiati nelle vendite in una misura che la maggioranza dei critici ha trovato spoporzionata rispetto alla qualità letteraria. Ma è anche vero - sostiene la Manzon - che alcuni autori di grande successo, dall'Eco originario del Nome della rosa al prolifico Stephen King, sono diventati "maestri di culto" nel loro genere e apprezzati dal pubblico ben oltre una moda momentanea. Ecco allora quali sono i possibili termini del problema:
"L'opposizione mercato e letteratura non è quindi così netta. Il successo di pubblico non è facilmente indice di scarsa qualità letteraria, e si può azzardare tra i due una convergenza anche in negativo. L'alienazione del pubblico avviene infatti molto spesso quando lo scrittore, invece di concentrarsi su ciò che vuole veramente raccontare, si fa catturare da regole e mode, cerca di piegare la propria vocazione autentica ai dettami delle correnti letterarie in voga o delle supposte tendenze di mercato. In poche parole, non è così scontato che il valore economico sia inversamente proporzionale al valore artistico.
Diego Marani, scrittore, traduttore e inventore della lingua artificiale europanto, dissente decisamente dalla tesi che il successo di mercato in qualche modo sancisca anche il valore letterario di un'opera: tra i libri che vendono molte copie ce ne sono alcuni (pochi) che segnano un periodo storico e altri (la maggioranza) che servono a trascorrere con piacere qualche pomeriggio. Come esempio Marani suggerisce la differenza tra un John Grisham e un Gabriel Garcia Marquez; e tale distanza dovrebbe essere colta in primo luogo dal lettore - il che, a suo avviso, non accade: «in Italia oggi il lettore non è più abituato alla profondità e all'astrazione. La maggioranza degli italiani che ancora leggono, cercano nel libro quel che cercano in televisione: un divertimento facile per passare un paio d'ore».
Giulio Mozzi e Gianandrea Piccioli sono nella loro diversità due autentici "animali editoriali": il primo è consulente di case editrici, animatore del blog Vibrisse e docente in corsi di scrittura creativa; il secondo è stato direttore e amministratore delegato della Garzanti, dopo esser passato anche per la Rizzoli e la Sansoni.
Per Mozzi, la forza vitale della letteratura deriva da «tutta la produzione letteraria», sia da quella alta che da quella cosiddetta bassa, e richiama un esempio storico: «il conte Alessandro Manzoni non sarebbe sceso da cavallo, abbandonando inni e tragedie, per scrivere un romanzo, se il romanzo, questo genere letterario così disprezzato, così corruttivo, così popolare, così di basso livello da essere considerato roba per le donne, non si fosse nel frattempo imposto nel consumo dei lettori dell'epoca. Ripeto: nel consumo». L'esempio è intenzionalmente paradossale, perché la situazione attuale non è paragonabile con l'epoca manzoniana sotto molti punti di vista, ma ciò non toglie che l'arroccamento nella patria delle sacre lettere tende a perpetuare un'idea di letteratura oramai fuori del tempo.
Per Piccioli, il problema in discussione non è rappresentato dal mercato editoriale, necessariamente e inequivocabilmente condiviso da tutti; il vero nodo è l'accesso a questo mercato per i giovani o meno giovani autori e per quel prodotto «commercialmente più debole (perché più impegnativo alla lettura per forma o contenuto, perché meno televisivo, perché marginale rispetto al gusto main stream e per chissà quanti altri motivi)». E i motivi di queste difficoltà Piccioli prova ad elencarli sotto forma di interrogativi retorici, dai meccanismi centralizzati e statistici degli ordini delle librerie, alla disposizione dei libri nei grandi megastore, alla costruzione dei bestseller e, in definitiva, alla prevalenza della direzione marketing su quella editoriale nelle grandi case editrici.
Infine per Giorgio Van Straten, romanziere, traduttore e organizzatore culturale di grande esperienza, la carenza principale va individuata nella predominanza pressoché totale della componente mercato rispetto alla componente qualità, con una progressiva marginalizzazione della letteratura rispetto ai decenni precedenti: «negli ultimi anni, ormai direi un paio di decenni, si contano sulla punta delle dita di una sola mano i casi di romanzi italiani che abbiamo suscitato un dibattito pubblico, una riflessione collettiva, che abbiano dato vita a un confronto culturale", ossia che abbiano in qualche modo "contato" nella formazione della coscienza collettiva e della opinione pubblica. E l'esempio in positivo che cita è quello di Gomorra, ossia non di un vero e proprio romanzo ma di un saggio trasposto in forma letteraria.

Come nasce un libro

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222_festival_libricome_gen.jpg Da giovedì 25 a domenica 28 marzo, all´Auditorium Parco della Musica di Roma, si svolgerà la prima edizione di "Libri come - Festa del libro e della lettura" promosso da RadioTre Rai (l'idea dell'iniziativa è di Marino Sinibaldi) e dalla Fondazione Musica per Roma.

A differenza di altre manifestazioni dedicate al libro e alla lettura, "Libri come" si concentra sul processo di produzione editoriale e sulle figure che animano le varie fasi: dall'autore in primis, all'editore, al redattore e all'editor, al grafico e al commerciale, per chiudere il cerchio con il protagonista finale, ossia il lettore.

Il piatto forte è costituito ovviamente dagli autori. Sono stati invitati personaggi italiani e stranieri, come Alberto Arbasino, Andrea Camilleri, Gianrico Carofiglio, Dario Fo, Niccolò Ammaniti, Fabio Volo e i Wu Ming, oppure come lo scrittore americano di origine ucraina Safran Foer, il triestino di lingua slovena Boris Pahor, l'israeliano Abraham Yehoshua e lo scozzese Irvine Welsh. L'intenzione è quella di far conoscere i laboratori personali di scrittura, "quelle piccole abitudini quotidiane su cui spesso si fonda un libro di successo" (dal comunicato stampa del Festival).

In secondo luogo, e non per questo meno importante almeno dal nostro punto di vista, "Libri come" intende fare luce sul processo che dal testo d'autore fa giungere la nuova pubblicazione sugli scaffali di una libreria: si parlerà di selezione e di scelte editoriali in un panel di editori il 26 marzo, di traduzioni e anche delle regole dei cosiddetti generi letterari: dalla didattica della storia nei libri di testo con Vittorio Vidotto e Anna Foa e dai libri gialli con Giancarlo De Cataldo e Massimo Carlotto, fino alla poesia con Elisa Biagini e Gianni D'Elia, ai libri di cucina con Allan Bay e Stefania Barzini, al romanzo d'amore con una sessione "doverosamente" al femminile affidata a Sveva Casati Modignani e a Stefania Bertola.

Al lettore, infine, è destinata l'area "Garage del libro", uno spazio di più di 2.000 metri quadri con 5 "officine" in cui si potranno incontrare una cinquantina di editori accompagnati da circa 250 tra narratori, poeti e illustratori.

Il Festival è patrocinato dal Comune di Roma e si inserisce nel filone consolidato degli eventi culturali a tema: l'inaugurazione è aperta al pubblico e alle scuole, fino ad esaurimento dei posti disponibili (occorre ritirare un voucher a partire dal 15 marzo presso l'infopoint dell'Auditorium); anche l'accesso al garage non è a pagamento, mentre per le altre iniziative in programma il biglietto di ingresso è di 2 euro.

Requiem per un editore

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In occasione del decennale della morte di Giulio Einaudi, alcuni articoli sulla stampa quotidiana possono essere letti come una composizione sinfonica con un'ouverture e quattro tempi, scritti da autori diversi. L'ultimo lo abbiamo riservato a un nostro breve  commento.

Ouverture in do maggiore
[«Il Sole 24 ore» del 24 maggio 2009: Gian Arturo Ferrari, Bestseller voluti e no]
I bestseller interessanti sono quelli voluti, non quelli spontanei. Per comprendere gli spontanei occorrono indagini e analisi di alto profilo, sulla società, la storia e il gusto. Mentre i voluti sono piccole faccende di cucina editoriale, nel complesso più alla nostra portata. In Italia l'inventore del bestseller voluto fu il primo vero editore moderno, Emilio Treves, il quale, innamoratosi (editorialmente) di D'Annunzio, concentrò ogni risorsa su Il piacere, a scapito del precedente astro Giovanni Verga che di lì a poco ne morì.
Ma la prima vera e grande operazione bestseller, così come oggi l'intendiamo, si deve a Einaudi (inteso come figura editoriale collettiva, non come persona) che nella primavera del 1974 pubblicò La storia di Elsa Morante con una determinazione e una inventiva mai viste prima (la sola determinazione infatti non basta, come si potè constatare l'anno successivo con l'Horcynus Orca di Mondadori, eminente e memorabile flop). Le invenzioni furono due. La prima riguardò il publishing del libro in senso stretto, cioè la collana, il prezzo e la copertina. La storia è un voluminoso romanzo di oltre seicento pagine. Invece di metterlo nella sua collana regolare e naturale, i Supercoralli, Einaudi lo piazzò negli Struzzi, che era allora la collana economica, e di conseguenza abbassò drasticamente il prezzo. Il significato di queste scelte era 'Ci credo talmente e sono così sicuro che venderà tanto da potermi permettere un prezzo bassissimo'. Per la copertina scelse un'immagine solarizzata nera e rossa, quasi grafica, estremamente aggressiva. Ma la principale innovazione fu l'uso della pubblicità. Invece di tristi quadratini con più tristi frasette, prese, di domenica, tutta l'ultima pagina del "Corriere", la lasciò bianca e in mezzo mise una piccola riporoduzione della copertina del libro.

Primo tempo in si minore
[«la Repubblica» del 29 novembre 2009: Michele Smargiassi, Il capo della Mondadori contro Einaudi. "Travolto dalla sua megalomania"]
Il «naufragio» della casa editrice Einaudi negli anni Ottanta «non fu causato da ragioni gestionali», ma dalla «determinazione lucida e feroce» di Giulio Einaudi nel «perseguire un progetto grandioso, smisurato, megalomanico e forse insensato», un «progetto egemonico» che venne alla fine travolto dalla «catastrofica resurrezione dell'idea enciclopedica». Il severissimo giudizio è di un altro editore di spicco, Gian Arturo Ferrari, direttore della divisione libri della Mondadori ma anche, da poche settimane, nominato dal ministro Sandro Bondi presidente del Centro per il libro e la lettura, l'agenzia governativa che si occuperà della promozione della cultura scritta in Italia. Anche per questo l'attacco di insolita severità verso il fondatore della storica sigla editoriale (che attualmente fa parte proprio del portafoglio Mondadori)è stato letto da molti presenti come la dichiarazione politico-programmatica del nuovo grand commis culturale, più che come il risorgere di un'annosa polemica da terze pagine.
Si era in casa di un'altra nobile editrice: Il Mulino, che come ogni anno ha tenuto ieri a Bologna la sua annuale Lettura, in questa venticinquesima edizione eccezionalmente a tre voci: quelle del filosofo Remo Bodei, del sociologo e storico francese Marc Lazar e appunto di Ferrari, davanti a un parterre eccellente di docenti, politici e ovviamente di "mulinanti", tra cui l'ex premier Romano Prodi. Argomento della venticinquesima edizione, dedicata allo storico direttore del Mulino Giovanni Evangelisti scomparso un anno fa, lo stato di salute dell'editoria di cultura.
Per Ferrari il libro di qualità, circa il 10% del mercato editoriale, non è poi così in crisi come sembra, ma lo è (e a suo giudizio, fortunatamente) solo una certa idea del ruolo dell'editore come «figura hegeliana della cultura». Quella che ebbe in Einaudi, appunto, il suo archetipo, e nella sua avventura editoriale il modello tutto italiano di un rapporto fra libro e panorama politico-culturale dove l'editore «non è tale perché pubblica libri di cultura ma perché fa la cultura», cioè impone alla società intera la sua visione del mondo: «non casa editrice di partito, ma che detta la linea al partito», ovviamente il Pci; e neppure university press di tipo anglosassone, ma crogiolo di intellettuali di volta in volta gramsciani, francofortesi o strutturalisti, che indica costantemente all'università la linea culturale a cui «accodarsi». Un «einaudismo» siffatto si scontrò però con quella che sullo stesso palco Marc Lazar ha appena descritto come il «fallimento dell'intellettuale comunista» e la crisi dell'«impegno» diretto al fianco della politica. Ma anziché tornare nell'alveo naturale dell'editoria di cultura, come faranno le eredi dirette o indirette dell'esperienza einaudiana, l'ambizione del patriarca torinese secondo Ferrari sale negli anni Ottanta ulteriormente di livello: è allora che la sua «vena megalomanica» si trasforma «in conclamato delirio di onnipotenza, nell'utopia di una rifondazione universale e comprensiva del sapere» guidata e concentrata in una sola esperienza editoriale: appunto, la «catastrofe» dell'Enciclopedia.
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Editing and Publishing è il blog del corso di "Editing e tecniche di redazione" della laurea triennale, tenuto da Lucio D'Amelia tra il 2006 e il 2010: contiene post e documenti sul lavoro in casa editrice e sulla stampa di libri.

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