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Domenica di carta

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La locandina della giornata Questa volta non parliamo di autori, editori, redattori o lettori; né di distributori e di librai; o di bozze e di impaginazione. Questa volta il post è dedicato all'ultimo anello della catena editoriale, quello che quasi viene dopo, alla fine, e che pure svolge una funzione decisiva. Vogliamo parlare di biblioteche e archivi, ossia delle istituzioni - pubbliche e private - che hanno la finalità di conservare e di catalogare i materiali alla base dei libri o di permettere la consultazione e la lettura dei volumi stampati. E ne parliamo perché domenica 3 ottobre, dalle 9 alle 20, biblioteche e archivi saranno aperti al pubblico con programmi di valorizzazione dei fondi e delle collezioni.

Nella presentazione del Ministero per i Beni culturali, l'iniziativa è "un percorso affascinante alla scoperta della memoria del sapere attraverso libri, documenti, fotografie, stampe, disegni e molto altro. Tesori sconosciuti, presentati ai cittadini di ogni età. Tecnologie e servizi innovativi per l'accesso alle informazioni di oggi e di ieri. Visite guidate, esposizioni ed eventi per rendere ancora più avvincente il viaggio nel cuore della cultura che ha fatto grande il nostro Paese." Sembrano espressioni di un rinnovato marketing della cultura, ma leggendo il programma si rimane effettivamente impressionati dall'ampiezza e dalla qualificazione delle proposte. Al momento sono elencati 95 eventi in 18 regioni italiane. Roma fa la parte del leone con ben 10 iniziative che riportiamo di seguito per chi fosse interessato.

Un mondo a nuvolette

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[N.B. Questo testo è un estratto dell'articolo integrale in cui trovate immagini e informazioni in più.]

Il mio primo amore arrivò ad otto anni. Avevo tutti gli elementi: un'amica del cuore, una fumetteria sotto casa di mia nonna e tanta curiosità. La prima serie che lessi fu Dragon Ball, di Akira Toriyama. Il primo volume che comprai fu Card Captor Sakura delle CLAMP. Se c'è qualche appassionato di manga, fra voi lettori, quasi sicuramente avrà sfogliato e/o letto almeno uno di questi due titoli. E se non l'ha fatto dovrebbe affrettarsi a rimediare. Parlare di manga è come parlare delle riviste italiane del '900: è un argomento vasto, vastissimo, che comprende storia, cultura, sensibilità artistica e morale, e tutto ciò che troviamo in un qualunque libro, o film, o prodotto culturale. Perché il manga non è solo intrattenimento, virtuosismo artistico o marketing. O almeno, non lo è un BUON manga. Questo articolo non sarà scritto da un'esperta del campo: sarà scritto da un'appassionata. Buona lettura.

ありがとう (Grazie!)

Cos'è un manga?

Manga è un vocabolo giapponese che classifica un genere di fumetto o di albo a figure (a volte chiamato komikku, dall'inglese comic) che ha avuto origine in Giappone negli ultimi anni del 19° secolo, ma nella sua caratterizzazione più moderna si svilupperà solo negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. Attualmente in Giappone il manga è letto da individui di tutta l'età, perché vi sono tantissimi generi e sottogeneri adatti a tutti. I manga hanno le dimensioni di un libro tascabile e sono solitamente stampati in bianco e nero, ma esistono alcuni volumi che vengono stampati a colori: può essere una scelta dell'autore (ma è difficile che si stampi a colori un'intera collana), o anche di marketing (ad esempio in occasioni speciali, come anniversari o mostre importanti). I tankobon (volumi)  possono essere realizzati fondamentalmente con tre formati di pagina distinti: il più classico è il B6 (circa 12,5×18 cm), ma sono utilizzati anche, per edizioni più lussuose, l'A5 (15×21 cm) e il B5 (18×25 cm). In Giappone il mercato del manga rende annualmente 406 miliardi di yen (che ammontano circa a quasi 3 miliardi di euro), ed è in continua espansione. In Giappone si leggono manga ovunque: esistono i manga café, chiamati anche "manga kissa" (kissa è l'abbreviazione di "kissaten", un tipo di ristorante che vende caffè o pasti semplici), dove i clienti possono bere e mangiare mentre leggono un manga. Recentemente, inoltre, c'è stato un forte aumento di pubblicazione di webmanga originali, disegnati da appassionati di vario livello di esperienza, e pensati per la visualizzazione su internet; possono essere ordinate in forma di albo solo se è disponibile alla stampa. Il Museo Internazionale del Manga di Kyoto ha redatto una lunga lista dei manga pubblicati sul web in Giappone.

Un po' di storia

La parola "manga", tradotta, significa "immagini casuali", o "immagini senza nesso logico", ed appare nell'uso comune nel tardo 18° secolo, quando venne pubblicato il "Shiji no yukikai" (1798) di Santo Kyoden, e quando nel 19° secolo fu il turno di "Manga hyakujo" (1814) di Aikawa Minwa, e dei libri "Hokusai Manga" (1814-1878), che contiene disegni e schizzi del famoso artista di ukiyo-e Genjo Hokusai. Il primo ad utilizzare la connotazione moderna di manga fu Rakuten Kitazawa (1876-1955). I fumetti giapponesi erano connotati anche con Tobae (da Toba, artista del XI secolo), Byooga ("immagine disegnata"), e Ponchie (da Punch, una popolare rivista inglese).

Alcuni studiosi ritengono che l'origine del manga sia riconducibile agli eventi successivi alla Seconda Guerra Mondiale, altri all'era Meiji e quella precedente. L'occupazione statunitense del Giappone (1945-1952) sembrerebbe aver ispirato gli autori in erba, portando nel paese i fumetti americani, la televisione, i film e i cartoni animati come quelli della Disney, ma molti ritengono che il manga sia solo una continuità della cultura giapponese e dei suoi canoni estetici. Il manga moderno è nato durante l'occupazione americana, ed è nei primi anni '60 che nascono i primi lavori come "Astro Boy", di Osamu Tezuka, che ebbe un enorme successo ed ancora oggi ha moltissimi ammiratori. Dagli anni '50 ai '70 il manga si sviluppa in shounen manga e shoujo manga. È nel 1969 che viene fondato il primo gruppo di artiste di sesso femminile, col nome di "Il gruppo dell'anno 24", conosciuto anche come "Le magnifiche 24". Lo shoujo manga raggiungerà il suo apice con "Sailor Moon". Intorno agli anni '50 iniziò l'interesse per la fantascienza, e si svilupparono trame sui robot, sui viaggi nel tempo e nello spazio. Temi popolari includono anche la tecnologia, gli sport e i fenomeni soprannaturali. Stranamente, fumetti occidentali come Superman, Batman e Spider-Man non ebbero successo. Dagli anni '90 in poi i manga abbracciano con maggior spontaneità temi legati alla sfera erotica, anche nelle sue più diverse e crude sfumature (tra cui sadomasochismo e zoofilia). Contemporaneamente si sviluppò anche lo stile Gekiga, macabro e drammatico.

Niccolò Ammaniti tra letteratura e cinema

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Scopro Niccolò Ammaniti nel 1999, l'anno in cui Mondadori pubblica il suo Ti prendo e ti porto via. Lo compro, lo divoro in un giorno. In seguito mi accadrà con ognuno dei suoi libri.

Ammaniti fa il suo esordio con Branchie nel 1994, edito dalla casa editrice Ediesse e ripubblicato nel 1997 per Einaudi "Stile libero". Una storia tra il surreale e l'allucinato da cui il regista Francesco Raniero Martinotti trarrà l'omonimo film nel 1999. Nel 1996 esce Fango, pubblicato dalla Mondadori. Una serie di racconti da cui emerge l'abilità dell'autore nel raccontare storie intrecciate, puzzle che prendono vita da luoghi e dimensioni distanti, con l'ausilio di una smisurata fantasia creativa, elemento dominante di tutta sua produzione.

Racconti come L'ultimo capodanno dell'umanità, anch'esso divenuto un film per la regia di Marco Risi nel 1998, o come Fango, che da il titolo al libro, ci proiettano in realtà costernate e popolate da eventi e personaggi dalle caratteristiche tragiche e grottesche, gettando uno sguardo disincantato su un'umanità priva di valori sani, specchio della complessa società in cui viviamo. Vicende narrate con ritmo incalzante che trascinano il lettore all'apice della tensione, per poi regalare spesso colpi di scena ben studiati e finali inaspettati.

manifesto.jpeg Fin qui, Ammaniti viene etichettato come autore di storie pulp e la sua scrittura, scrittura "di genere". Nel 2001 Einaudi "Stile libero" pubblica Io non ho paura, libro di successo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Questo periodo coincide anche con l'inizio della collaborazione con il regista Gabriele Salvatores, per il quale scriverà la sceneggiatura di questo titolo ed in seguito di Come Dio comanda. Con questi due romanzi Ammaniti si guadagna un'ulteriore etichetta della critica: scrittore di narrativa popolare. Questi ultimi due lavori vogliono essere una fotografia di realtà non-metropolitane, dove si muovono personaggi di bassa estrazione sociale e spesso di discutibile etica.

Io non ho paura è la scoperta del male e della sofferenza da parte di un bambino che trascorre le giornate con gli amici in giro per desolati campi di grano in una zona non specificata del Sud Italia, probabilmente la Lucania. Attraverso gli occhi del giovane, l'autore ci racconta la storia del rapimento di un bambino da parte di una banda di malviventi della quale fa parte anche il padre del protagonista. Emergono il tema dell'amicizia, del dolore e dei complessi rapporti familiari attraverso una scrittura che sa scavare nell'animo delle persone e sa tirarne fuori le gioie, le speranze, i timori, i terrori più reconditi. Io non ho paura è senza dubbio il romanzo di un Ammaniti maturo, desideroso di porre lo sguardo su uno dei tanti tristi temi della nostra società.

In un'intervista in cui gli si chiede cosa comporti la trasposizione cinematografica di un libro, Ammaniti risponde che, sebbene avesse egli stesso scritto quasi sempre le sceneggiature dei film tratti dai suoi libri, le mediazioni del regista, del direttore della fotografia o dello scenografo presuppongono comunque un lavoro d'interpretazione, una selezione, una scrematura di un materiale che, nel libro, è svincolato da tutto ciò. Aggiunge che nulla come un libro offre la possibilità di narrare e di descrivere da un lato e di essere trascinati e dare diverse interpretazioni dall'altro.

Biblioteche... queste sconosciute!

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Che tipo di persone prendono oggi in prestito libri in biblioteca? Quali titoli richiedono più spesso? Cosa li interessa maggiormente? E ancora, la biblioteca è un mero edificio deputato al prestito di volumi o racchiude anche altre attività? Che differenze ci sono tra le biblioteche di Roma e quelle di provincia?
Per rispondere a queste e ad altre domande, abbiamo indagato in tre biblioteche, una di Roma, una di Carpineto Romano (provincia di Roma) e una di Gaeta (provincia di Latina), e questi sono i risultati.

SOMIGLIANZE

  • incremento delle richieste da parte di studenti universitari negli ultimi due anni;
  • incremento dei prestiti e degli iscritti negli ultimi due anni;
  • aumento delle richieste di prestito da parte delle donne rispetto agli uomini (rapporto 2:1);
  • budget inferiore alle richieste dell'utenza;
  • staticità dell'utenza (frequentanti tipo: 18/25 anni, studente, fuori sede, o 40/50 anni, lavoratori e studenti medi;
  • affluenza mattutina di studenti universitari, nel pomeriggio afflusso di pensionati, lavoratori, casalinghe e studenti medi;
  • richiesti maggiormente testi di narrativa, romanzi storici, gialli e novità; minore domanda di saggi, tra cui i più richiesti sono di argomento filosofico e psicologico (per ricerche e tesi di laurea).
DIFFERENZE

  • Roma: mancanza di attività culturali capaci di attrarre nuovi lettori;
  • provincia: biblioteca come luogo di aggregazione e centro di attività culturali (giornate dedicate alla Memoria della Shoah, alla donna, progetti di lettura teatralizzata, mostre tematiche).
  • Roma: grande presenza e facile reperibilità di volumi di argomento letterario, con interesse particolare per i romanzi e le novità di impatto editoriale e di pubblico;
  • provincia: mancanza delle novità e dei titoli più commerciali, ma massiccia presenza di sezioni specializzate sull'ambiente (Carpineto Romano) e sezioni specializzate su letteratura di viaggio e d'avventura, sezioni musicali con biblioteca audio (Gaeta).
  • Roma: presenza di un catalogo multimediale;
  • provincia: presenza di un catalogo multimediale ma poca fiducia nella tecnologia (supporto del catalogo cartaceo).

In base ai dati raccolti, grazie alla disponibilità più o meno alta di chi ce li ha forniti, ora possiamo guardare le biblioteche con occhi meno interrogativi. Esse infatti non sono solo il luogo dove sono raccolti e ordinati i libri, come ci può confermare qualsiasi dizionario. Le biblioteche sono molto di più: luoghi in cui si respira cultura, dove il sapere è accessibile non solo attraverso la scrittura, ma anche attraverso altri linguaggi, come la pittura e la musica (la biblioteca di Gaeta è integrata dal museo artistico-storico della città, e contiene al suo interno una sezione dedicata alla musica).

Le biblioteche sono fatte, oltre che di volumi e scaffali, anche e soprattutto di persone: quelle che si occupano di "custodire" e vigilare su questo piccolo partimonio, e quelle che usufruiscono del suo materiale e dei suoi servizi. Questi luoghi, che possono dare un'idea di staticità, sono invece uno scenario dinamico e attivo, dove incontri autori-lettori, mostre tematiche e altri eventi culturali, li rendono testimoni e protagonisti di un continuo viavai di persone di tutte le età, genere e occupazione.


Francesco Briganti
Anna Rita Cattolico
Valentina Vitali

Who watches the Watchmen? We do!

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Si parla di editoria. E quindi di libri. I fumetti sono libri, no? Quindi parlerò di un fumetto, anzi di una graphic novel.
Sì, ho appena finito di leggere Watchmen. E ne sono rimasta colpita.
La mia sola remora era questa: adesso sembrerà che lo stia leggendo sull'onda dell'entusiasmo scatenato dal film. In realtà, da almeno un anno scrutavo questo ponderoso albo dall'aria oscura sugli scaffali delle librerie, e tra me e me pensavo "uhm, interessante".
Poi, però, me ne dimenticavo: a torto, naturalmente. Avessi dato retta all'istinto, avrei potuto precorrere la moda degli avventurieri mascherati e sembrare una vera scopritrice di talenti (anche se l'albo risale a più di vent'anni fa - precisamente al 1986 - e Alan Moore, il suo autore, somiglia ormai ad una specie di sciamano psichedelico e non è certo un novellino).
Invece ho dovuto soffocare l'istinto che mi spinge sempre 500 miglia lontano da tutto ciò che è di moda, e che negli anni mi ha impedito di leggere i libri di Coelho, Harry Potter e La Solitudine dei Numeri Primi.
Scelta fortunata, visto che la saga degli avventurieri in costume è un'interessantissima esperienza di lettura sia che per gli appassionati di fumetti che per gli amanti dei romanzi nel senso più ampio del termine: lo dimostra il fatto che il «Time Magazine» lo abbia annoverato fra i 100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 ad oggi. I testi di Moore passano da toni piani e discorsivi a vette di poesia (talvolta anche un po' troppo facili alla retorica), venati di humour nero, capaci di creare suspense ed immedesimazione, mentre i disegni di Dave Gibbons forniscono un adeguato contraltare ad un'atmosfera tanto fosca, tratteggiando con precisione le espressioni dei personaggi, la rabbia, la tristezza e la paura, la claustrofobia dei luoghi chiusi, la desolazione degli ampi spazi, e producendosi in effetti speciali cinematografici come esplosioni atomiche, smaterializzazioni e viaggi spaziali.
Il titolo del fumetto (originariamente una serie di 12 albi, poi riuniti in volume) viene dalla frase del poeta latino Giovenale "quis custodiet ipsos custodes"? Ossia, "chi sorveglierà i sorveglianti?", che in inglese suona "who watches the watchmen?": scritta che, sotto forma di graffito, inizia a spuntare ovunque sulle pareti degli edifici di una New York stufa dello strapotere degli avventurieri in costume.
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