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Elogio dell'inutilità

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In un mondo che si affanna nella salvaguardia di se stesso, affogando in una marea di buone intenzioni (che, il più della volte, restano tali), tra le manifestazioni di rabbia popolar-globale, le molteplici associazioni naturaliste-umanitarie, cultural-sociali, i concerti contro la povertà che solo per essere allestiti richiedono una spesa pari a quella che salverebbe il Congo, gli allarmi nostradamici sull'imminente conflagrazione universale: in mezzo a tutto questo, rimane per fortuna qualcosa di perfettamente inutile. Privo di fini, privo di intenti, privo di moralità. L'arte. L'unica cosa capace di compiere un elogio completo ed efficace dell'inutilità: perché più è inutile, e cioè priva delle buone intenzioni di cui sopra, più è bella, più è perfetta. Ci piacerebbe, per sentirci forse un po' meno inadeguati e crudeli, poter inventare l'arte sociale, impegnata, che risolve i problemi e si presta a essere l'arco impugnato da noi moderni Robin Hood, ma fortunatamente non ci è permesso violare il regno sacro dell'artista con successo. Qualcuno ci prova e lì per lì ci riesce, ma resta un isolato tentativo ingoiato dal tempo.
Lo aveva capito già Wilde, che scriveva nella prefazione del Ritratto di Dorian Gray: «nessun artista ha intenzioni etiche. Uno scopo etico in un artista è un imperdonabile manierismo stilistico.»

Discussione semiseria su arte e mercato

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Il mondo dell'arte è una medaglia a due facce: una è il genio, l'altra il mercato. E non sempre vanno a braccetto: puoi essere un talento e non essere collocabile nemmeno per quei "venticinque lettori" (o ascoltatori, o quello che sia) che dovrebbero essere il minimo sindacale per chiunque si esprima creativamente.
Al contrario, magari sei un discreto scrittore, un pittore di Santi senza infamia e senza lode, un musicista appena apprezzabile, e fai furore: perché?
Grazie al marketing. La storia ci ha più volte platealmente mostrato come individui che postmortem sono stati incensati da pubblico e critica in tutti i salotti bene e in tutte le trasmissioni tv del pomeriggio, in vita languivano senza mezzi né possibilità economiche, erano buttati fuori dalle mostre, impazzivano, stroncati da ogni recensore (e non c'erano ancora quelli di Amazon!).
Colpa del marketing. O meglio, colpa del fatto che il marketing non c'era ancora, nel senso moderno del termine. Forse, se Proust avesse avuto un team di esperti in cravatta a curare le sue relazioni con gli editori, si sarebbe evitato il dispiacere di ricevere, dall'editore cui aveva inviato una copia del primo volume della "Recherche", questa risposta: "Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto (...) non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta. Che scopo ha tutto questo? Che cosa significa? Dove ci vuole condurre? Impossibile saperne e dirne nulla".
Forse, se le strade parigine fossero state tappezzate con accattivanti pannelli pubblicitari inneggianti a quanto sia in leggere Proust (cose del tipo "Vieni anche tu dalla parte di Swann!"), tutto sarebbe stato diverso.
Sarebbe andata diversamente anche per i vituperati pittori impressionisti (tanto per citare anche le arti figurative), e nessuno avrebbe osato dire a Renoir che i colori del suo "Nudo al Sole" ricordavano la carne putrefatta.
In tempi più recenti, facendo un veloce excursus anche in campo musicale, quante band finite nel dimenticatoio per colpa di manager incapaci? Penso ad esempio ai New York Dolls, band di travestiti proto - punk, dispersisi a causa della cattiva gestione di Malcolm McLaren (futuro manager dei Sex Pistols) che impose loro un'immagine comunista (negli Stati Uniti degli anni '70!) con tanto di bandiera rossa sul palco (McLaren ebbe anche l'ardire di organizzare a New York una festa a tema ispirata al colore rosso, con bandiere rosse, abiti rossi, decorazioni rosse: in seguito dichiarò: "tutti si scandalizzarono dicendo che avevo organizzato una festa comunista, ma per me non era una festa comunista: era solo una festa del rosso").
Insomma: il dio denaro è grande e il manager, l'editore, il produttore è il suo profeta. A lui e al suo entourage spetta il prosaico compito di rendere vendibile, piazzare sul mercato e pubblicizzare a più non posso l'opera compiuta dalla poeticissima figura dell'artista il quale, senza questo fondamentale step, rimarrebbe nel suo meraviglioso mondo a fissare le nuvole davanti alla finestra, povero in canna, chiedendosi perché, quando fissa le nuvole, gli sembra che somiglino tutte a dei tortellini.

Morte di uno scaltro scrittore saturo

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Alex Torton stava male in arnese. Aveva scelto un cattivo momento per rincitrullirsi: sembrava una tartaruga arenata. Era uno scrittore d'altronde. Stava là, nel suo studiolo, macchina per scrivere davanti; montato sopra una seggiola girevole si spingeva su e giù, destra-sinistra, avanti e indietro. Allungava le gambette, rigide rigide, e muoveva a ritmo di un incessante jazz malinconico i piedi scarpati. La pagina bianca lo fissava da dentro il rullo con lattescente rancore. Era insopportabile guardarlo.

Se ne accorse finalmente e allora tutto indispettito tenne gli occhietti occhialuti sul foglio. Era puro astio nei confronti di Torton: cose da non credere! Come poteva permettersi quel foglio di fare così!

''Che cosa cavolo ti guardi merdosa figlia di una quercia rinsecchita!''. Prese il malcapitato foglio in mano e lo strappò... ma prima lo aveva appallottolato. Si diede una bella spinta coi piedi e ops prese un'altra risma e la scartò. Tirò ben dentro la macchina la nuova carta. ''Cose da non credere!''. In quel mentre si accorse per giunta che la sua scoloratissima camicia a ex quadri si era macchiata di caffè: ''un po' di colore almeno''.

Agguantò dalla sua libreria un libro di George Orwell, 1984 : un romanzo che aveva odiato sin da subito, Orwell un nemico, ma ora si sentiva vuoto come il suo Winston. Poteva farci niente. Per tirarsi su iniziò a pensare a quello che aveva scritto in capo a tre mesi. Ehmbè aveva scritto abbastanza, ma erano cose che non gli interessavano. La televisione soprattutto.

Un giorno un prof. all'università aveva detto che il mestiere più bello del mondo era quello di scrivere: non è facile ragazzi sopravvivere scrivendo. Alex fu colpito nel segno quel giorno. Era cominciata lì la sua carriera di scrittore. Si presentò ad un giornaletto locale con tutto il coraggio che gli montava dentro. Lo presero in simpatia, non c'era nulla da perdere: tutto gratis! Gli facevano scrivere dei pezzi satirici. Gli scoppiava il cervello con la satira: ce l'aveva nel sangue, e nelle dita. Da lì alla televisione il passo fu breve e lieve. Scriveva idee per programmi televisivi, gags per comici incapaci, e alcune scenggiature per fiction.

Era un fine umorista, il Torton. Aveva fatto anche e soprattutto un libro, un libro nel vero senso della parola. Un grande romanzo tragicomico e bislacco sulla fine dei giorni di un astronauta depresso tornato sulla terra a malincuore. Il libro aveva un finale mozzafiato che gli era valso quasi il Pulitzer: il protagonista che scende le scale di casa con la tuta spaziale, ferma un taxi giallo e chiede una corsa per le stelle. Viene alla fine ritrovato morto qualche isolato più in là riverso a terra, stroncato da un infarto.

Il romanzo era tutto farcito di paradossi, battute mordaci e episodi assurdi. Quel libro divenne un bestseller che si vendeva come gli hamburger. Nessuno poteva smettere di ridere tanto faceva ridere, le poltrone scricchiolavano, i lettori schiattavano sulle gambe, c'era proprio da piegarsi dalle risate. Torton era un bislacco, un buffo, la critica lo sminuiva, la gente invece lo fermava per strada: firmava autografi con scarabocchi. Non ne poteva più.

Doveva insomma ripartire da lì, da questo bestseller che non riusciva a scrollarsi di dosso. Sapeva che le quotazioni salgono salgono ma se non scrivi più niente scendono scendono...

Torton era sceso dalla sedia. Era squillato il telefono. Lo raccoglie, era l'editore senza alcun tipo di sonno. Erano le quattro. Di notte. E se dormiva? Dopo tutto quello che gli aveva fatto guadagnare... Perse la calma.

- Stavo dormendo, Sir Mr Press e Co.
- Tu non dormi mai a quest'ora!
- Chi gliel'ha detto, il netturbino?
- Forza Torton non si impermalosisca. Come va piuttosto il nuovo best
- Non lo so, stavo vedendo la televisione.
- Che guarda?
- Zapping.
- Ho visto un programma scritto da lei, ieri. Mi è piaciuto molto.
- Impossibile.
- Che cosa?
- È impossibile che a lei piaccia guardare questa Tv.
- Ma io ne sono contento.
- Essere contenti di guardare questa Tv è come fermarsi al primo bacio...
- Lei allora è complice, lei scrive per questa televiosone!
- Io devo scrivere per questa televisione se voglio campare... ho scritto un bestseller: quanti soldi ho guadagnato io?... e lei?
- Lei dovrebbe sapere quanto costa fare un libro, dovrebbe fare un corso per capire che onesta casa editrice ha alle spalle... invece di sputare sentenze...!
- E lei si definisce un editore puro...che forma il gusto, la morale, il pensiero della nazione? E poi guarda la tv e le piace ahaahahahahah!!
- Un po' di rispetto Torton: io posso rovinarla!
- Lei già mi rovina chiamandomi ogni notte: io devo poter scrivere in pace!

Tu tu tu tu tu. Chiamata interrotta. Di nuovo un'altra trambata al muro. Sir Mr Press e Co. amava scaraventare il telefono contro la parete. Frantumi a parte, a sto punto Torton era saturo. Lanciò la macchina per scrivere fuori dalla finestra. Prima l'aveva aperta, la macchina per scrivere. Da sotto suonò un allarme antiaereo. Scese le scale, il taxi giallo lo aspettava da un po'. Entrò nella vettura con un sorriso a 3000 denti. Aveva una splendida tuta spaziale.

Fine

PS: è una storiella per ridere, la dedico a tutti coloro che ambiscono a fare gli scrittori e non trovano un editore.  Sir Mr. Press e Co.  alla fin fine sarà pure avido e poco ''puro'', però forse un po' di bene glielo vuole pure a Torton. Almeno secondo me.

Un giorno perfetto

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Sky aveva messo a disposizione sul suo sito il servizio giornalistico sulla giornata alla Scuola Holden di Torino con la partecipazione - in veste di docenti - di Niccolò Ammaniti, Alessandro Baricco, Gianrico Carofiglio, Carlo Lucarelli, Melania Mazzucco, Antonio Scurati, Domenico Starnone, Sandro Veronesi. Purtroppo il video, che rendeva bene l'atmosfera della giornata, non è più disponibile. Si può in ogni caso leggere questa cronaca in forma di racconto scritto.

Uno scrittore grondaia, Erri de Luca

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Erri de Luca nacque a Napoli, nell'anno 1950, da una famiglia della piccola borghesia. Lo stesso scrittore preciserà in seguito che,in realtà, la sua è stata una famiglia borghese impoverita dalla guerra. A diciotto anni è a Roma, sono gli anni di piombo: Erri vi partecipa schierandosi con Lotta Continua,(movimento diretto da Adriano Sofri); si definisce ''rivoluzionario  a tempo pieno'' e conduce questa sua missione fino a quando l'organizzazione non si sciolse nel 1976. Da allora è stato un generosissimo tuttofare: operaio qualificato della Fiat, magazziniere all'aeroporto di Catania, camionista, scalatore appassionato (lo è tuttora) e muratore per diversi cantieri in Italia, Francia ed Africa. Ad una giornalista televisiva, Daria Bignardi, durante le famose ''Interviste Barbariche'', racconta come fare l'operaio non sia questione di vocazione, ma di necessità. Sono infatti molti quelli che sostengono che la sua immersione nel proletariato sia stata quasi volontaria immedesimazione alla classe sociale da lui sostenuta politicamente.

Impara da autodidatta, spinto dalla sua enorme passione per le Sacre Scritture, l'ebraico e, in seguito, anche l'yiddish, e traduce la Bibbia. E' molto toccante, sempre nel corso dell'intervista con la Bignardi, quando lo scrittore parla di come la lettura mattutina, fatta insomma prima di recarsi al lavoro, delle Sacre Scritture gli sia servita a sopportare la ''giornata venduta di lavoro'' grazie alla pura forza di quelle parole, forza di frasi piene di sostanza  e consistenza che ''mi rimanevano in bocca tutta la giornata, me le rigiravo in bocca''; trova in quelle storie il gusto dei racconti antichi, semplici, toccanti e soprattutto saggi. Erri de Luca,a dispetto di quanto possa emergere da queste informazioni private, è totalmente laico e non  credente.

Scrive sin da quando aveva vent'anni, ma solo nel 1989 gli viene pubblicato il suo primo libro che è ''Non ora non qui'', con la casa editrice ''Feltrinelli'': ha quasi quant'anni. Racconta che la pubblicazione avvenne per caso,addirittura il suo libro arriva alla casa editrice attraverso i banchi di tribunale (si trovava lì per un processo dov'era coinvolto) che spingono come binari il manoscritto tra le mani di un'amica che lavorava per Feltrinelli. La pubblicazione non gli cambia la vita, ma lo appaga mostrare il romanzo stampato al padre prossimo alla morte, che aveva trasmesso al figlio il suo amore per la letteratura e la scrittura. Raffaele La Capria lo definisce ''scrittore vero'', scrittore della memoria come dolore e testimonianza; da quel primo lavoro in poi sono molti i libri licenziati dall'autore, che spaziano dalla narrativa alla saggistica, dalla scrittura di poesie  fino ad arrivare negli ultimi anni alle traduzioni dall'ebraico e la composizione di testi teatrali. Erri de Luca non ama partecipare ai concorsi letterari perché ''non li desidera'' ma ne ha vinti ugualmente alcuni: in Francia si è aggiudicato il premio ''France Culture'' del 1994 per il romanzo ''Aceto, arcobaleno''; il ''Laure Bataillon'' del 2002 per ''Tre cavalli'' ; il ''Femina Etranger'' sempre nel 2002 per ''Montedidio''. Collabora anche con ''La Repubblica'' e con ''Il Manifesto'' come opinionista, un po' nelle vesti di tuttologo, un po di scienziato della vita.

Mi è piaciuto fare il presente lavoro di ricerca sulla rete e sul cartaceo di questo autore perché trovo davvero emozionanti la sua vita e il suo coraggio. Amo scoprire le vite degli autori perché mi piacciono le storie,e mi piace capire un artista anche nel suo vissuto, abbattere cioè quella barriera che è alla fin fine la distanza che separa il libro dal suo creatore. A parte questa mia attitudine, credo che Erri rimanga attinente al nostro corso: la sua esperienza si riallaccia come una stringa alla scarpa, la scarpa della discussione che abbiamo tenuto a lezione sulla editoria di quarta dimensione e sul problema degli esordienti. Si riallaccia perché Erri è il caso di uno scrittore di certo non accademico, di un autore autodidatta che racconta di essere stato un barricato nella stanza dei libri del padre, di un narratore e poeta il cui campo più naturale è il lavoro duro, il lavoro semplice di uomini semplici che sputano sangue e soffrono le pene della precarietà. Erri scrive di cose che vive e ha vissuto, scrive da quando aveva vent'anni e lo fa nei ritagli di tempo dal lavoro: la scrittura diventa fonte di compagnia, come lui stesso dice, fedele accompagnatrice per non essere massacrato da quella routine massacrante che tutto è fuorché vocazione. E' uno scrittore dal volto nuovo, un ''raccontantore'' di storie piene e intense, con uno stile forte, pressante, pungente, una scrittura molto fisica, che si attacca al corpo e lo fa proprio, prendendosi tutte le ossa. Erri de Luca pubblica per la prima volta, come ho già scritto, a quarant'anni suonati, e a me sembra un grande esempio di come scrivere sia un modo per cercarsi e trovarsi, crearsi e raccontarsi: le casi editrici possono aspettare, insomma! Ma mi pare costruttivo raccontare di un autore pubblicato così relativamente tardi perché voglio poter pensare che il talento, se c'è talento, prima o poi viene fuori e che non c'è poi solo bisogno di ''quello che ti raccomanda'' ma c'è da saper scrivere: se vuoi fare lo scrittore devi continuare a scrivere, basta quello.

Questo mio post voleva essere anche e soprattutto un invito alla lettura e alla conoscenza di questo signore che vive nella campagna romana e si sveglia tutte le mattine alle 5 per leggere la Bibbia e scalare le sue montagne. D'altronde neanche io ho letto tutto di lui ma tra i suoi libri adoro e consiglio ''Il contrario di uno'' che è una raccolta di racconti molto belli e sanguigni dove vengono ripercorse tappe molto fondamentali della sua vita, come le esperienze africane e quelle degli anni di piombo. Questo argomento, di cui molti della nostra generazione parlano con grande coinvolgimento, è trattato in modo molto diretto e intenso da quest'uomo che l'ha attraversato da protagonista e che ci tiene molto particolarmente a conservare, perché lui è uno scrittore che serra i ranghi della memoria, la tiene stretta a sé, dando ragione a chi lo vuole, come Marco Lodoli, ''uno scrittore grondaia, impegnato a raccogliere l'acqua che andrebbe a perdersi giù dalle tegole della memoria''.

Copio qui, per chi volesse leggerla, una poesia di Erri de Luca, che è stata presente anche su youtube e che si intitola ''Considero valore''. Anzi, ci ho ripensato, non la trascrivo perché è più bello sentirla direttamente dalla sua voce.

Grazie a tutti.

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