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Le copertine scartate

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Nella rubrica domenicale del «New York Times» dedicata ai libri potete leggere uno strano articolo su un tema inusuale. Ecco la traduzione.
Copertine di libri abbandonate

Per gli autori la scelta della copertina del libro è il momento delicato in cui la loro creazione privata inizia a mettersi in gioco esternamente e a prepararsi ad entrare nel mercato. Per i designer grafici può essere anche l'inizio di una lotta per difendere le loro idee preferite.

Una copertina proposta può essere scartata per tutta una serie di motivi: è troppo scura; è troppo chiara (su Amazon le copertine bianche non appaiono bene). Sembra troppo simile a quella di un libro per ragazzi. Non attrae gli uomini. E il verdetto negativo può arrivare da ogni parte: non soltanto dall'autore e dal suo agente, ma anche dall'editore, dalle forze interne di vendita o dai responsabili degli acquisti (i cosiddetti buyers), che sono ben noti per ridurre il quantitativo degli ordini, se la copertina non viene cambiata.

Per i libri più importanti i grafici possono arrivare a preparare fino a 50 copertine, anche se mediamente ci si ferma alla mezza dozzina.
Di seguito abbiamo riportato alcune copertine mai pubblicate, che sono state segnalate al giornale americano dai loro creatori. A fianco di ciascuna trovate quella pubblicata, come risultano nel database di Amazon.

A giudizio di chi scrive, in alcuni casi la "perdita" non è stata così drammatica; in altri la prima soluzione grafica avrebbe potuto fare una sua degna figura. A voi come sembrano?
Torino_Mostra_Italia_Libri.jpg Ritorniamo sul Salone del libro di Torino, per parlare, dopo averla vista, della mostra sulla storia dell'editoria italiana. L'iniziativa non ha avuto un grande successo di pubblico, vuoi per la collocazione in una sede distaccata, vuoi per la trattazione più per addetti ai lavori; può essere utile approfondirla nell'ottica dei temi che propone alla riflessione e delle reazioni che ha suscitato.

Allestita nel cosiddetto spazio Oval, lo stadio che ha ospitato le gare di pattinaggio di velocità durante le Olimpiadi del 2006, collegato ai padiglioni del Lingotto con un percorso coperto, "L'Italia dei libri" è articolata per sezioni e per classifiche nell'intento di sintetizzare una storia lunga un secolo e mezzo. L'ideatore, Rolando Picchioni, e il curatore, Gian Arturo Ferrari, hanno utilizzato lo strumento dell'elenco/classifica per creare un percorso a spirale scandito dalla ricorrenza dei 150 anni: per ogni anno hanno scelto un autore e un libro paradigmatico a cui hanno dedicato un pannello. Nell'immagine qui sotto riproduciamo un esempio di questo tipo di pannello.

pannello_autore.jpg superlibri_1981-2010.gif Parallelamente hanno selezionato 15 superlibri, uno per decennio, e 15 personaggi «che non è possibile sintetizzare in un unico capolavoro. Protagonisti il cui pensiero - e in molti casi la stessa "vita esemplare" - va al di là del confine della pagina letteraria ed è diventato matrice dell'identità di noi italiani d'oggi.» Nei superlibri si inizia con Le confessioni di un ottuagenario di Ippolito Nievo e si conclude con Gomorra di Roberto Saviano; tra i personaggi si va da Francesco De Sanctis ed Emilio Salgari, a Filippo Tommaso Marinetti e Antonio Gramsci, fino a Pier Paolo Pasolini e Oriana Fallaci (unica donna presente, come è stato rimproverato in alcune critiche).

Nelle parti tematiche l'esposizione si allarga alle principali case editrici e ai fenomeni editoriali che hanno contraddistinto il periodo, per concludersi con una previsione sul futuro digitale (su cui c'è poco da dire essendo stata delegata allo sponsor della mostra). Anche per le case editrici è stata costruita una classifica, con la difficoltà di rimanere nel numero di 15 arrivando, alla fine, a un elenco con 17 nomi, che si può leggere in questa pagina (le ultime due aggiunte sembrerebbero essere quelle della Sellerio e di Sperling & Kupfer). Ad ogni casa editrice è stato dedicato un pannello che riassume nella parte visiva le informazioni principali e che presenta nella parte testuale la biografia del fondatore, la storia della casa editrice, i principali collaboratori e le collane del catalogo. Ecco ad es. quello di Treves-Garzanti.

garzanti.jpg

La figura dell'editor/3

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Ancora articoli interessanti sulla figura dell'editor, pubblicati nell'ultimo numero del "Domenicale" del «Sole 24 ore» con una copertura di ben tre pagine per costruire un quadro polifonico originale. La voce principale è quella di Stefano Salis, che ci è capitato di citare per i suoi informatissimi interventi in campo editoriale e che anche questa volta ci regala una "chicca" preziosa con la riproduzione fotografica di una cartella esemplare dell'intervento – proprio da editor forte, se non da maestro – che Ezra Pound fece sul dattiloscritto originale dell'opera The Waste Land ("La terra desolata") di Thomas S. Eliot. Come racconta Salis, Eliot non si adontò e, anzi, lo ringraziò pubblicamente con la dedica: "al miglior fabbro". Riportiamo di seguito la pagina con gli interventi.

Pound.jpg

La dedica al proprio lettore/editor è rimasta abituale anche ai giorni nostri e Salis cita i casi di Stefano Benni per Grazia Cherchi e di Luca Bianchini per Joy della Mondadori, come dire che il "connubio" autore-editor può diventare così intenso da sfociare su un piano di riconoscimento sì professionale, ma soprattutto affettivo. E a proposito della Cherchi, decana delle attività di scouting e di editing, Salis ricorre alla memoria di Antonio Franchini, che abbiamo già incontrato in questa pagina, per tracciarne un breve e sentito ritratto.
«Lavorava con pochi scrittori, Grazia. E se li sceglieva lei. Selezionava in base a caratteristiche di stile dell'autore, certo, ma anche in base a caratteristiche umane. Il suo era un editing artistico, ma oggi un atteggiamento come il suo sarebbe impensabile. Io ho avuto anche la fortuna di vedere fare editing a un poeta come Raffaello Baldini, altro straordinario personaggio. Erano esponenti di un editing invasivo: in qualche modo, si spendevano su ogni singola riga, su ogni singola parola...»
A fronte di questa figura abbastanza impegnativa, c'è stato nel passato anche un altro tipo di editor, che lavorava in base a un principio di understatement, con interventi limitati ai segni di interpunzione ("ah, le virgole!"), alla sequenza delle parole, alle ripetizioni, ecc. Franchini lo attribuisce alla casa editrice Einaudi ma probabilmente non è l'unico esempio citabile. Le due opposte tipologie sono in qualche modo figlie di un'epoca che risale agli anni Ottanta, quando l'editor uscì dall'ombra delle redazioni e acquisì uno statuto pubblico, lavorando soprattutto con autori esordienti o ricercando nuovi talenti letterari.

Negli ultimi anni la situazione è cambiata: sono cresciuti gli editor e sono cresciuti anche gli autori; è aumentato conseguentemente il numero delle opere e, spesso, anche il livello di qualità di partenza. Salis ne traccia un quadro esauriente e a tre di essi (Giulia Ichino della Mondadori, Giulio Mozzi – lo abbiamo già conosciuto – e Laura Lepri, free-lance) si offre uno spazio autonomo per parlare della propria attività. Il quadro è infine concluso da un intervento di Gianluigi Ricuperati, collaboratore del "Domenicale", alle prese con gli editor come autore di un'opera prima (Il mio impero è nell'aria, Minimum Fax, Roma 2011).

Letteratura e editoria

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La relazione tra letteratura e editoria è di solito interpretata in una direzione principale: un "buon" editore è chi riesce a scoprire, lanciare e valorizzare il giovane autore o la giovane autrice di talento, fornendogli/le al tempo stesso la possibilità di alimentare, rafforzare e appagare la sua vena creativa. In ogni caso, sia che ottenga un risultato importante, sia che non lo ottenga, l'editore agisce "nell'ombra" come un Pigmalione moderno, che favorisce l'emergere della creazione fino alla conclusione dell'opera. Nella storia dell'editoria il legame tra l'autore che è arrivato al successo e il suo editore è diventato quasi un luogo comune per rappresentare una storia di amore, colma anche di tensioni e di dissidi (come tutte le vere storie d'amore) e sviluppatasi lentamente negli anni attraverso una reciproca perseveranza.

Meno frequente è stata invece la considerazione dello scenario inverso: la rappresentazione delle figure del processo editoriale all'interno di un romanzo o di un racconto, con tipologie di personaggi originali, anche se ritagliati su figure della realtà. Tra le pubblicazioni recenti si ricorda Il libraio di Kabul, opera di una giornalista norvegese tradotta in italiano nel 2003 da Sonzogno e ristampata nel 2008 per i tipi della Rizzoli: lo scenario delle guerre interminabili di quella regione si incrocia con la vita di un personaggio inedito amante dei libri e della cultura e, al tempo stesso, patriarcale, se non autoritario, nei rapporti familiari.

balzac.jpg Risalendo nel tempo, il primo e forse il più grande esempio è quello dello scrittore francese Honoré de Balzac, creatore di una Comédie humaine in più di 100 romanzi e saggi, e con una esperienza personale di editore per un breve periodo di tempo, conclusasi con un pesante fallimento economico. Nelle Illusioni perdute, opera tripartita composta tra il 1837 e il 1843, andrebbero riletti l'incipit fulminante e tutti i quei passi che descrivono personaggi e ambienti del mondo editoriale parigino o della provincia francese nella prima metà dell'Ottocento. La penna di Balzac scorre rapida nella descrizione di personaggi che alternano l'alterigia da grande imprenditore con la ritrosia "meschina" dell'avaro di professione. Balzac ha di fronte gli inizi della moderna editoria francese e tratteggia appieno le figure di editore che affondano le radici nel processo di produzione o in quello di distribuzione e vendita: nella seconda parte del romanzo, infatti, il giovane Lucien incontra a Parigi vari tipi di editori, conoscitori a loro modo e quasi creatori del mercato editoriale in formazione.

Copertina_Pendolo.jpg Il secondo caso ci riporta vicino ai nostri giorni, nella seconda metà del Novecento a Milano, dove Umberto Eco ha ambientato parte del suo secondo romanzo: Il pendolo di Foucault, edito da Bompiani nel 1988. Uno dei protagonisti del romanzo, Casaubon, lavora come redattore presso una casa editrice, che ha la caratteristica di svolgere una doppia attività: in una parte degli uffici si dà corso alle normali operazioni editoriali, mentre in un'altra parte alcuni dipendenti si occupano di un diverso tipo di editoria, quello per cui è lo stesso autore a pagare la pubblicazione dell'opera, secondo uno stile che è rimasto diffuso fino ad oggi. Il filo conduttore del romanzo è legato al mito dei Cavalieri Templari, in cui si riannodano fili del pensiero religioso e filosofico eterodosso che hanno intessuto le correnti sotterranee del pensiero europeo e che sono cari ad Eco (e che trovano uno specchio nella tradizione anti-ebraica ricostruita nel recentissimo romanzo del semiologo piemontese: Il cimitero di Praga). Nel Pendolo la casa editrice e il lavoro editoriale sono intesi come uno dei centri di costruzione di teorie e di visioni che alternano una ratio economica e culturale con patologie mentali condite di paranoie e di visioni mistiche. Siamo alla fine del secondo millennio e la stessa editoria corre il rischio di non riflettere e di non rappresentare simbolicamente la realtà e la vita, patendo direttamente al suo interno la crisi dei momenti di transizione.

Sempre in Italia, in un periodo precedente quando l'industria culturale si stava ancora formando, Luciano Bianciardi nella Vita agra (Rizzoli, Milano 1963) ha raccontato, con tinte ora amare ora esilaranti, le sue avventure editoriali nella Milano degli anni Sessanta. Dopo esser stato licenziato dalla redazione di un "quindicinale dello spettacolo" per un'assenza ingiustificata, cerca di intraprendere il lavoro di traduttore dall'inglese. Così racconta il suo "ingaggio":
Io appunto ascoltavo i consigli del dalmata, ma non i suoi solamente. Anche la gentile signora che mi aveva fatto attendere in salottino mi diede i suoi consigli, e io ne feci tesoro, perché oltre ai consigli dava il lavoro, quella.
Era assai diversa – e mi piacque – dalle normali taccheggiatrici vibratili aziendali che sempre paiono avere qualche linea di temperatura. Alta ma lenta, ferma ma mansueta, ammorbidita dagli anni e insieme stagionata dalle esperienze, la credetti vedova e così la penso ancora.
Mi raccomandò di tenermi fedele al testo, di consultare spesso il dizionario, di badare ai frequenti tranelli linguistici, perché in inglese eventually per esempio significa finalmente, di avere sempre sott'occhio un buon vocabolario italiano, Palazzi Panzini eccetera, di evitare le rime, ato ato, ente ente, zione zione, così consuete nei traduttori alle prime armi, di scrivere qual senza apostrofo, tranne che nei libri gialli, nei quali si può mettere anche l'apostrofo, perché tanto il lettore bada solo alla trama.
Ma a me non dette un giallo, bensì un libro più serio, dopo che le ebbi promesso di non scordare i suoi consigli. [Tascabili Bompiani, Milano 2004, pp. 123-124]

Lezioni di giornalismo

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giornalismo.jpgSono iniziate il 2 dicembre con le "Cronache dell'occupazione" della giornalista Amira Hass le "Lezioni di giornalismo", organizzate dalla Fondazione Musica per Roma in collaborazione con il settimanale «Internazionale». Il ciclo si svolge fino a giugno presso l'Auditorium e sta riscuotendo un notevole successo.
I curatori dell'iniziativa (Chiara Nielsen, Oscar Pizzo e Guido Barbieri) hanno invitato personalità per vari versi rappresentative del mondo dell'informazione:

  • Amira Hass, appunto, corrispondente da Ramallah del quotidiano israeliano "Ha'aretz", la cui lezione divisa in due parti può essere vista qui e qui.
  • David Remnick, direttore del "New Yorker", per anni corrispondente da Mosca per il "Washington Post" e vincitore del Premio Pulitzer nel 1994 con Lenin's Tomb: The Last Days of the Soviet Empire (19 gennaio 2008)
  • Alexander Stille, professore di giornalismo alla Columbia University ("La stampa americana nell'era di Internet" il 15 febbraio 2008),
  • Marjane Satrapi, autrice di fumetti di origine iraniana, regista del film d'animazione Persepolis ("La storia a fumetti" il 25 marzo 2008),
  • James Nachtwey, fotoreporter e fotografo di guerra e membro fondatore dell'agenzia fotografica VII ("Il mondo attraverso un obiettivo" il 16 aprile 2008),
  • Fred Pearce, consulente ambientale della rivista britannica «New Scientist» ("Raccontare la scienza" il 14 maggio 2008),
  • Robert Fisk, corrispondente dal Medio Oriente per il quotidiano britannico «The Independent» ("Il nostro inviato al fronte" il 21 giugno 2008.
Per assistere alle lezioni occorre acquistare un biglietto del costo di 5 euro utilizzando il sito della Fondazione oppure il numero della biglietteria 199.109.783 (servizio a pagamento).

Per chi ha scelto il curriculum in "Letteratura, scrittura, editoria, giornalismo" si tratta di un'occasione sicuramente da non perdere.

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