"Salviamo la Salerno-Reggio Calabria della cultura!"

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Cominciamo dalla fine, dall'articolo di Stefano Salis sul "Domenicale" del «Sole 24 ore» del 25 ottobre 2009, che riporta le dichiarazioni di Giuliano Amato sul progetto di trasformazione del Dizionario Biografico degli Italiani (d'ora in poi DBI), edito dall'Istituto della Enciclopedia Italiana. Amato, un tempo (apparentemente lontano) Presidente del Consiglio e ora Presidente del prestigioso Istituto, dopo aver ricordato con la consueta sottigliezza di "aver appena ricevuto per mail l'appello a firmare contro me stesso", spiega la sua proposta di chiamare a raccolta gli storici professionali, i rappresentanti delle principali scuole, nonché le deputazioni locali di storia patria, per contribuire alla conclusione di un'opera iniziata nel 1961 e giunta alla lettera M del lemmario generale.

biografico.jpg Ogni anno escono due volumi di circa 500 pagine con le biografie di italiani famosi e non, che si sono distinti in vita nel campo delle lettere, delle scienze, della tecnica, delle arti, dell'industria e dell'economia, dell'editoria,  dell'artigianato, ecc. Un'impresa in certo qual modo "titanica" quella di fissare nella memoria delle generazioni future quanto hanno compiuto gli italiani di rilievo, che supera per ampiezza analoghe iniziative editoriali prodotte in altri grandi paesi europei, come la Germania o la Francia.

Amato, d'accordo con l'amministratore delegato della Treccani Franco Tatò (soprannominato affettuosamente "Kaiser Franz"), ha lanciato l'idea di utilizzare la rete Internet per raccogliere l'adesione di studiosi volontari ad "adottare un lemma", ossia a farsi carico gratuitamente della stesura di una voce, che la redazione interna poi controllerebbe e metterebbe a norma (una redazione - per inciso - di circa 30 persone tra interni ed esterni che - sempre secondo Amato citato da «la Repubblica» del 21 ottobre 2009 - è "paragonabile a una Cadillac, in tempi in cui dobbiamo adattarci a una Punto").

E già, perché oltre alla variabile tempo (ricordate l'inizio nel 1961?) incombe anche la motivazione economica: il DBI, infatti, costa circa 1 milione di euro all'anno a fronte di ricavi che non arrivano al mezzo milione, provenienti da 3.500 abbonati (in gran parte enti e biblioteche pubbliche) e dalle poche decine di nuovi acquirenti che si trovano ogni anno.
La proposta non è stata accolta da tutti in modo favorevole: il primo a manifestare perplessità è stato Mario Caravale, il direttore stesso dell'opera, che, a fronte del nuovo modello di scrittura delle voci con la partecipazione di volontari esterni, ha manifestato le sue preoccupazioni rispetto ai probabili tagli del personale interno, da lui ritenuto a maggior ragione indispensabile nell'opera di controllo e di revisione dei contributi in arrivo da Internet.

Sempre su «la Repubblica» (21 ottobre 2009), è stata la volta di Carlo Ginzburg a bocciare il piano come "un vero atto di incultura", che porterebbe allo snaturamento dell'opera: "il Dizionario è un'opera di assoluto rilievo internazionale - ha dichiarato lo storico - e il nostro paese può e deve esserne orgoglioso".

divieto_sosta_biografico.jpgNon è mancata la voce della redazione interna del DBI, risentita per i giudizi e i paragoni usati dal presidente: con un comunicato ha espresso vive preoccupazioni per lo "snaturamento" dell'impostazione rigorosa dell'opera, determinato dall'appello sulla rete a una generica comunità esterna degli studiosi. La critica risulta poi particolarmente ingenerosa "nel momento in cui la redazione - al di là degli obblighi contrattuali (sic) - sta definendo il lemmario completo e sta lavorando all'edizione del volume LXXIV".

Ancora più esplicito il titolo dell'articolo di Luciano Canfora sul «Corriere della Sera» del 23 ottobre, che paventa non l'adozione, ma il "surrogato" del modello Wikipedia. Secondo l'antichista, "il caso del DBI è davvero unico nel panorama mondiale. Le sue voci sono spesso veri e propri saggi d'autore. Il che lo rende superiore non soltanto rispetto al meritorio Dictionnaire de biographie française o anche alla lentissima e benemerita Neue Deutsche Biographie, e persino rispetto a un repertorio di prim'ordine quale l'Oxford Dictionary of National Biographie. (...) Finora il DBI si è affiancato degnamente alla grande Treccani e ai suoi impareggiabili Supplementi. Davvero non ha senso, folgorati da Wikipedia, andare alla ricerca di popolareschi (sic) surrogati di opere di così grande livello."

Dopo questi prestigiosi interventi ci si sarebbe aspettata una pausa di riflessione o la ricerca di strade alternative, come ad esempio quella suggerita da Tullio Gregory («la Repubblica» del 24 ottobre): un call non for paper, come aveva suggerito inizialmente Amato, ma for money, ossia l'appello a banchieri, imprenditori e uomini della finanza per un mecenatismo culturale dei nostri giorni. Invece nelle redazioni dei giornali "arriva" un ordine di servizio dell'amministratore delegato che, dopo una parte iniziale critica dei risultati raggiunti fino ad oggi dalla redazione, riporta il progetto iniziale del presidente Amato: conclusione del lemmario, sua pubblicazione in rete, appello alla comunità degli storici e delle associazioni ad adottare una o più voci, continuità della redazione interna con una "riduzione delle collaborazioni redazionali in base a un piano di contenimento dei costi" (sempre su «la Repubblica» del 24 ottobre 2009).

Fin qui la ricostruzione delle dichiarazioni e delle prese di posizioni: da una parte e dall'altra, insieme ad osservazioni puntuali, a ipotesi condivisibili e alla ricerca della valorizzazione dell'opera convivono analisi approssimate, argomentazioni non sempre felici o adeguate (una l'abbiamo scelta come titolo di quest'articolo), esaltazioni e rimozioni o del passato autorevole o del presente impietoso. A mo' di conclusione provvisoria, si può concordare con Stefano Salis del «Sole 24 ore», sia quando afferma che "i classici di una volta sembrano davvero appartenere a un'altra stagione intellettuale e sociale", sia quando pone il dilemma tra istituzione culturale e impresa, per cui opere come il DBI o come le edizioni nazionali dei grandi italiani dovrebbero rientrare in una logica pubblica di conservazione e di trasmissione dell'identità nazionale e della memoria collettiva; ma, al tempo stesso, non dimenticare che le strutture che operano sul mercato editoriale si chiamano non a caso imprese e a criteri di autonomia finanziaria dovrebbero rispondere.

Il dilemma è stato già posto in Treccani alla fine degli anni Novanta, e chi scrive ha avuto in sorte di viverlo, ma a quanto pare non è stato ancora risolto.

P.S.Nel fondo senza fine della rete è ancora disponibile quest'articolo del 2003 di Paolo Di Stefano sulla produzione editoriale dei classici italiani, una lettura sicuramente istruttiva per due motivi diversi:

  • per come sono andate le cose negli ultimi anni in questo segmento di mercato;
  • per il diverso ruolo svolto allora dalla Treccani.

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