Google e la crisi dei giornali

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Internazionale_ridotto.jpgSulla rivista «Internazionale» di questa settimana, copertina e articolo centrale sono dedicati al rapporto tra Google e la crisi dei giornali quotidiani: viene ripresa e tradotta l'inchiesta "How to save the news", pubblicata da James Fallows sull'ultimo numero del giornale americano «The Atlantic» (giugno 2010).

La tesi dell'articolo può essere così riassunta: contrariamente a quello che normalmente si pensa, e cioè che la crisi dei quotidiani sia legata alla diffusione di Internet e all'uso dei contenuti giornalistici da parte di siti come Google News, la diminuzione delle vendite sulla carta stampata e, di conseguenza, degli annunci pubblicitari, è un fenomeno di più antica data non imputabile soltanto alla rete o allo sfruttamento dei contenuti editoriali da parte del motore di ricerca; Google, anzi, si sta impegnando in un'operazione di sostegno che punta a rivitalizzare il sistema dei giornali quotidiani. «L'obiettivo è inventare un nuovo modello commerciale in grado di sostenere il giornalismo professionale. È essenziale se non vogliamo che il crowdsourcing - il contributo volontario dei cittadini, che ha già profondamente modificato il mondo della informazione - diventi la nostra unica fonte di notizie» («Internazionale», n. 847, 21-27 maggio 2010, p. 44).

Atlantic.jpg Qual è il senso dell'operazione di Google? E da quali motivazioni nasce? Le risposte vengono, oltre che dall'articolo di Fallows, dall'intervento dell'amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, alla convention dello scorso aprile dei maggiori editori americani di giornali, e da un contributo del capo degli economisti di Google, Hal Varian, già professore di Microeconomia e di Economia della informazione all'Università di Berkeley, noto anche in Italia per il volume scritto con Carl Shapiro: Information Rules. Le regole dell'economia della informazione (Etas, Milano 1999).

Cominciamo proprio da Varian e dalla sua presentazione dello scorso marzo Newspapers economics, composta di due parti, la prima analitica sui fenomeni verificatisi e la seconda prospettica sulle opportunità di business e sugli sviluppi tecnologici.

Secondo Varian, la pubblicità è arrivata a pesare quasi l'80% tra le fonti di reddito di un giornale, mentre le vendite in edicola producono il 17% dei ricavi e il rimanente 3% proviene dagli abbonamenti. A fronte di questi rapporti, dal lato dei costi considerati in percentuale ai ricavi, quelli fondamentali (core) - che comprendono le voci della promozione, della produzione editoriale e dell'amministrazione - si fermano al 35%, mentre le materie prime, la produzione industriale e la distribuzione si attestano sul 52%: ossia si spende molto di più per attività a carattere non strategico («New York Times» e «Wall Street Journal» rappresentano un'eccezione a questa regola)..

Se si tengono presenti questi dati (in particolare il peso della pubblicità), diventa impressionante la tendenza costante alla diminuzione degli introiti pubblicitari negli ultimi cinquant'anni (ben prima di Internet!) da un valore del 37% a circa il 13%, a fronte di incrementi consistenti della TV via cavo, più che raddoppiata tra 1995 e il 2008, o del cosiddetto direct mail, che ha superato il 20% del totale. Internet, in questo scenario, è l'ultima arrivata ed ha acquisito una quota del 5% negli ultimi 10 anni (1999-2009).  
 
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Negli ultimi 10 anni i proventi da ricavi pubblicitari e da annunci economici nazionali sono diminuiti, a fronte di un aumento degli annunci economici locali; la diffusione totale delle copie è in diminuzione dal 1990 con un vero e proprio collasso negli ultimi 5 anni, mentre la diminuzione della circolazione pro-capite è un fenomeno di più lungo periodo (dal 1970). L'incremento di prezzo della singola copia aveva compensato la diminuzione delle vendite sostenendo il volume delle entrate, ma il crollo recente della diffusione ha comportato la crisi dei ricavi.

Secondo il prof. Varian si pongono due problemi decisivi: nel lungo termine la circolazione ossia il numero delle copie vendute; nel breve termine i prezzi della pubblicità. La circolazione è legata ai temi che maggiormente interessano l'opinione pubblica nelle dimensioni nazionale, regionale e locale; la pubblicità alla capacità di attrarre gli investitori dei settori economici trainanti.

«I giornali - puntualizza l'economista - non si sono mai arricchiti con le notizie. Il giornalismo serio, come quello dei reportage dall'Afghanistan, non si è mai finanziato da solo. A coprire i costi dei giornali sono sempre state le sezioni dedicate alle automobili, alle vendite immobiliari, ai viaggi, al giardinaggio e alla tecnologia, in cui gli inserzionisti potevano rivolgersi a un target mirato».

L'amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, davanti a una platea di giornalisti e di editori dell'informazione riuniti a Washington nello scorso aprile per la conferenza "NewsNow", ha sostenuto la tesi che «il problema principale è rappresentato dal modello di business, e non dalle news». Il suo discorso, che dura 45 minuti, è riprodotto integralmente su youtube; una sintesi efficace, ripresa dal sito paidContent.org, si può leggere qui (in inglese).

Schmidt ha cercato di presentarsi come un alleato e non come un avversario o come un concorrente pericoloso: Google intende sostenere la ripresa della profittabilità delle imprese delle news che passa per le vendite dirette, gli abbonamenti e la pubblicità. Quest'ultima voce può avvantaggiarsi nel prossimo futuro della diffusione dei dispositivi mobili e dei nuovi lettori di ebook alla Kindle o all'iPad, su cui si possono leggere anche i giornali.

Gli abbonamenti, poi, possono avvantaggiarsi della forma "leggera" della distribuzione: il giornale non viene più consegnato a casa nella sua forma cartacea, ma può essere scaricato con un clic su un dispositivo fisso o mobile e può anche essere migliorato con aggiornamenti tempestivi nel corso della giornata.

In definitiva, sembrerebbe che, contrariamente a quanto è avvenuto con gli editori di libri, con cui Google ha dovuto scontrarsi anche nelle aule dei tribunali sia in America che in Europa, la "campagna" dei quotidiani può essere condotta in una dimensione di fair play, almeno fino a quando la crisi della carta stampata non avrà prodotto uno scenario ben più grave di quello già accidentato degli ultimi anni.

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