Digitalizzazione e diritto d'autore

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Nel mese di ottobre 2009, a proposito di Google Print e di Google Books, avevamo parlato di una "biblioteca che duri per sempre"; nel marzo di quest'anno abbiamo dato notizia dell'accordo raggiunto tra Google e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali per digitalizzare e rendere disponibili circa un milione di volumi fuori diritti delle Biblioteche nazionali di Firenze e di Roma. Ora ritorniamo sull'argomento per fare il punto sulllo stato delle trattative in corso tra Google e gli editori privati, con riferimento all'accordo raggiunto in America e alla trattativa in corso in Italia.

L'Istituto Bruno Leoni ha tradotto in italiano e ha reso disponibile nel suo sito l'articolo dell'economista Hal Varian (lo abbiamo conosciuto trattando della crisi dei giornali quotidiani), intitolato Copyright term extension and orphan works e pubblicato nel 2006 nel sesto numero della rivista «Industrial and Corporate Change», che ha impostato da un punto di vista economico la strategia di Google

Il ragionamento di Varian ruota intorno all'estensione della durata del diritto d'autore introdotta in America nel 1998 con il Sonny Bono Copyright Term Extension Act (CTEA), provvedimento che ha prolungato la durata del copyright alla vita dell'autore più 70 anni per le persone fisiche e 75-95 anni per le opere su commissione. Il commento dell'economista americano sottolinea la contradditorietà di questa estensione:
Ci si potrebbe chiedere se 95 anni possa essere considerato un lasso di tempo coerente con il concetto di "tempo limitato" citato nella Costituzione degli Stati Uniti. In uno studio condotto nel 2002 da George Akerlof e altri 16 economisti (tra cui il sottoscritto) si sostiene che i benefici economici dell'estensione ventennale siano trascurabili. Un semplice calcolo del valore attuale dimostra che, a un tasso di interesse del 7 per cento, il valore di un'estensione ventennale è pari all'incirca allo 0,33 per cento del valore attuale dei primi 80 anni di tutela del copyright.
Il dato risulta da un calcolo molto prudente, che presuppone un flusso costante di rendimento dalla proprietà intellettuale, ma in realtà sono davvero poche le opere che generano un simile flusso di royalty. I copyright registrati tra il 1883 e il 1964 e rinnovati dopo 28 anni sono meno dell'11 per cento. Inoltre, dei 10.027 libri pubblicati nel 1930, soltanto 174 erano ancora in stampa nel 2001 (William Landes e Richard Posner, 2003, p. 212).
È lecito quindi chiedersi perché ci si impegni tanto per prolungare la durata del copyright se il vantaggio per gli aventi diritto è così risibile. La risposta è che la durata è stata estesa con effetto retroattivo, per cui il beneficio è risultato massimo per le opere prossime alla scadenza.
Il secondo punto riguarda le cosiddette "opere orfane", ossia le opere i cui autori non sono rintracciabili in base a una ricerca "sufficientemente diligente" (stabilita con 5 parametri indicati esplicitamente). Si tenga presente che in America non c'è l'obbligo di registrare le pubblicazioni su un apposito registro (come avviene in Italia con il deposito presso la SIAE) e che, quindi, i tentativi di risalire al detentore dei diritti di copyright spesso non vanno a buon fine. Varian propone di abbinare il principio della ricerca diligente con la creazione di un registro pubblico delle opere coperte da copyright e che per il "Google Library Project", avviato con le principali biblioteche per la digitalizzazione di massa dei volumi, sia applicato il principio dell'opt-out: spetti cioè agli editori (o ai titolari dei diritti) formulare la richiesta di togliere i propri libri dal catalogo.

Come è noto, la posizione degli autori e degli editori americani era decisamente contraria: la Authors Guild (che rappresenta circa 8.000 autori) e l'AAP (American Association of Publishers), per conto di McGraw-Hill, Pearson Education, Penguin, Simon & Schuster e John Wiley, avevano intentato causa a Google rispettivamente nel 2004 e 2005 per "grave violazione del copyright". Google si è difeso ricorrendo al principio dell'opt-out e a quello del fair use: il primo lo abbiamo visto, il secondo è inteso come "utilizzo corretto" (sottolineatura nostra [N.d.R.]) dei testi digitalizzati. In particolare, per quanto riguarda le ripercussioni sul mercato, la tesi di Google è stata che l'utilizzazione di parti controllate del testo nei risultati di ricerca contribuisce alla (ri)scoperta dell'opera da parte degli utenti e può diventare anche un incentivo all'acquisto.

Il 13 novembre 2009 è stato raggiunto un Settlement Agreement, un accordo di transazione per cui Google si è impegnato a versare la somma di 125 milioni di dollari (pari a poco meno di 100 milioni di euro) e a costituire un registro delle opere per tutelare gli interessi degli autori ed editori aventi diritto, con compensi in base agli accessi e alle sottoscrizioni, e, nel caso di libri ancora in commercio, in base alle vendite. In cambio ha ottenuto di poter far apparire nei risultati delle ricerche i libri in commercio in "anteprima limitata" e quelli fuori commercio in "visione completa", mentre per quelli esauriti, ma ancora in commercio, dovrà essere presa una decisione di comune accordo. Il testo integrale in inglese della transazione è disponibile in questa pagina.
La situazione in Italia

In occasione del Settlement Agreement, gli editori italiani si erano allineati ai loro colleghi europei nel valutare negativamente il progetto di Google Books. La posizione del presidente dell'AIE, Marco Polillo, era riportata in quest'articolo del «Corriere delle Sera » del 29 gennaio 2010. Ora, su sollecitazione del «Sole 24 ore», prendono posizione rispetto alle tesi iniziali di Varian e ribadiscono una posizione contraria all'Agreement Piero Attanasio, responsabile dei progetti internazionali dell'AIE, e Stefano Mauri, presidente del gruppo GEMS (che abbiamo già conosciuto in questa occasione).

Attanasio muove due obiezioni concrete: da una parte critica i parametri di efficienza dell'accordo americano; dall'altra pone la questione dei possibili errori nella determinazione dei libri fuori commercio:
Nel Settlement, il problema nasce quando la limitazione di responsabilità si applica anche a eventuali errori nella determinazione dello stato di fuori commercio di un libro. Che è un'operazione complessa e costosa a sua volta. Se l'utilizzatore non risponde quando valuta come fuori commercio un libro che non lo è, di fatto si introduce un sistema di opt out anche per i libri in commercio, il che contraddice proprio l'approccio teorico di Varian. Nell'analizzare a suo tempo il Settlement, l'AIE aveva sottolineato questo aspetto, anche
dimostrando come nella banca dati di Google l'81% dei libri dei principali autori italiani del Novecento era considerato erroneamente fuori commercio.
Per Mauri il ragionamento di Varian e, di conseguenza, l'impostazione di Google sono viziati da due difetti: il privilegio che Google si assicura con la sua politica di digitalizzazione, equivalente alla libertà concessa a un motorino (Google appunto) di poter girare nelle strade della città a una velocità sostenuta obbligando i pedoni (ovviamente gli editori) a doversi scansare per evitare di essere investiti; l'asimmetria dell'accordo per cui da una parte ci sono tutti gli editori di ogni tempo e dall'altra solo Google, ovvero un'unica impresa, anche se grande e importante:
È questa la realtà? No, non è questa. Perché se si accetta il precedente che sta agli editori controllare che Google ogni giorno non abbia inavvertitamente pubblicato testi coperti dal diritto d'autore, allora si crea un precedente per tutti i siti che pubblicano (se non lo si crea è peggio perché si attribuisce un privilegio istituzionale a una impresa privata).
Dunque gli editori dovrebbero ogni giorno controllare che milioni di pagine in diritti e in commercio non siano stati inavvertitamente pubblicati in milioni di siti. Tornando alla metafora del motorino tutti i servizi di pony sfreccerebbero nelle isole pedonali e la responsabilità è dei passanti. Nessuno andrebbe più in giro. Si distruggerebbe la civiltà che si vuole collegare.
Conclusione un po' forte nella sua totale negatività, segnata da un ragionamento "per assurdo", che indica le distanze esistenti nel mercato europeo. La partita, come si dice in gergo sportivo, è ancora aperta e tutta da giocare.

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