«New York Times» a pagamento

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A un paio di giorni dall'annuncio della Treccani di rendere gratuita la consultazione di circa 300.000 voci del suo archivio enciclopedico, il presidente della società che pubblica il «New York Times», Arthur Sulzberger jr., ha inviato una lettera a tutti coloro che sono iscritti al sito del quotidiano, per comunicare che verso la fine di marzo, dopo una breve sperimentazione con gli utenti canadesi, terminerà l'era del completamente gratuito e i lettori della versione digitale in linea potranno accedere liberamente soltanto a un certo numero di articoli al mese.

Sulzberger non si dilunga in spiegazioni o motivazioni, dà quasi per scontato questo passaggio e lo giustifica con la speranza di poter fornire un prodotto di alta qualità in tutto il mondo e su ogni piattaforma. Si sofferma invece sui vari casi previsti dal servizio marketing e vendite del quotidiano:
  • ogni utente iscritto potrà leggere gratuitamente fino a 20 articoli al mese; superato questo limite il sistema fermerà l'accesso ai contenuti e lo inviterà a sottoscrivere l'abbonamento,
  • l'edizione del quotidiano predisposta per gli smartphone o per i nuovi tablet sarà leggibile gratuitamente soltanto per la sezione "Top news" (le notizie più importanti), anche se il prezzo di abbonamento sarà inferiore,
  • ci saranno tre pacchetti di abbonamento della durata di quattro settimane: uno per gli smartphone a 15 dollari, uno per i tablet a 20 dollari e uno per i personal computer a 35 dollari sempre per quattro settimane
NYTimes_offer.jpg Fin qui l'offerta economica, con 3 precisazioni: chi è già abbonato all'edizione cartacea, avrà accesso libero ai contenuti del portale; chi arriva a un articolo da un motore di ricerca, da un blog o da un network sociale come Facebook o Twitter, potrà leggerlo anche se ha superato il limite dei 20 articoli; l'home page e l'inizio delle sezioni potranno essere consultate liberamente.

Sembrerebbe che l'obiettivo perseguito sia quello di consolidare una base di lettori che scelgono l'abbonamento dedicato agli strumenti mobili, piuttosto che da postazione fissa: soprattutto le prime due offerte (cellulare e tablet) sono vantaggiose, mentre all'utenza di ufficio o di casa si lasciano integrazioni di lettura, soprattutto, con l'arrivo nel sito dal motore di ricerca.
Tradizionalmente solo i giornali economici, come l'americano «Wall Street Journal» o l'inglese «Financial Times», sono riusciti già da alcuni anni a proporre con successo il pagamento degli abbonamenti con diverse formule, non lontane da quelle lanciate ora dal «New York Times». Più recentemente Rupert Murdoch si è impegnato in una vera e propria campagna per imporre il pagamento dell'edizione digitale del quotidiano inglese «The Times» senza riscuotere grandi successi. Non sono ancora noti i risultati dell'iniziativa legata al nuovo tablet della Apple, di cui avevamo parlato in questa occasione. [Un'analisi dettagliata degli economics dei giornali, in relazione proprio alle scelte del NYT, è presente in questo articolo tratto dal sito Nieman Journalism Lab legato all'università di Harvard].

Quanto alla situazione italiana, il passaggio dalla consultazione libera sulla rete a formule di abbonamento è maturata da tempo, anche in conseguenza della crisi delle vendite dell'edizione cartacea. Occorre poi ricordare che su Internet non è disponibile tutto il giornale cartaceo, ma un suo sotto-insieme, arricchito dai contributi multimediali che invece non sono presenti nell'edizione in edicola. Chi si è distinto in questa direzione è l'imprenditore Carlo De Benedetti, editore del gruppo "Repubblica-L'Espresso", che già nel 2009 aveva proposto ai grandi carrier telefonici che offrono l'accesso a Internet (Telecom per capirci) di distribuire alle testate giornalistiche una parte del canone che ricevono dagli utenti e che nel 2010, in una conferenza a Parigi, ha distinto tra il flusso continuo di informazioni che possono apparire gratuitamente in rete e gli approfondimenti o le inchieste giornalistiche, che meritano invece di essere vendute: "L'accesso gratuito va bene per il flusso delle informazioni, e rappresenta un'opportunità straordinaria offerta da internet. Ma l'informazione che approfondisce, che spiega e fa comprendere, che verifica le fonti e contestualizza, è un informazione che costa e che, come tale, deve essere difesa" (dalla «Repubblica» del 18 febbraio 2010).

Le grandi testate giornalistiche, come il «Corriere della Sera» e la stessa «Repubblica», infine, già propongono un'edizione in abbonamento destinata agli smartphone e ai nuovi tablet come l'iPad: per il «Corriere della Sera» ne avevamo accennato in occasione della lettera che il direttore De Bortoli aveva inviato alla redazione. Il «Corriere della Sera» su iPad costa in edizione integrale 19,99 euro al mese, mentre su iPhone in edizione ridotta 4,99 euro al mese; l'offerta della «Repubblica» è più competitiva: 3,5 euro a settimana l'edizione integrale a scelta su tablet, smartphone o personal computer.

Aggiornamento del 29 marzo 2011. Il Nieman Journalism Lab – che abbiamo citato sopra sul tema dei proventi economici dei quotidiani – ha intervistato Gerry Marzorati, attuale Assistant Managing Editor per i nuovi prodotti e per le strategie del giornale newyorkese, al termine di una conferenza tenuta a Berkeley sul tema "Far pagare il «New York Times» in linea": le dichiarazioni ottimistiche di Marzorati si possono leggere (in inglese) in questa pagina. Perché ottimistiche? Perché a suo avviso una buona parte dell'audience o della readership attuale è sufficientemente benestante e con un buon livello di istruzione da poter permettersi di pagare somme ridotte di denaro per accedere sulla rete a contenuti giornalistici di qualità.

Marzorati distingue tra un visitatore occasionale che può capitare nella home page del giornale o delle sezioni del giornale, che potrà continuare a leggere gratuitamente i titoli, e un lettore forte – diremmo noi – che consulta la versione Internet con la stessa profondità con cui si può leggere l'edizione stampata: tale lettore forte, ed è questa la scommessa del prossimo futuro, sarà disposto a pagare un abbonamento per continuare ad essere informato in modo credibile e approfondito. Si stima poi che il numero dei lettori forti è superiore a quel che dicono le statistiche per eventi simili del recente passato (ossia i lettori del «New York Times» sono più fidelizzati e meno disposti a cambiare testata).

La conclusione è affidata a un gioco di parole: pur sapendo che il numero aggregato totale dei visitatori necessariamente diminuirà, Marzorati ritiene che occorra pagare questo prezzo [che ha riflessi sui proventi della pubblicità, N.d.R.] per far pagare un prezzo a una fetta consistente dei lettori forti fidelizzati.

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