Stop al progetto Google books

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Abbiamo già trattato l'argomento più volte: ad esempio nel 2009 e poi nel 2010. Ricordate? Il progetto di Google di digitalizzare e di rendere disponibili i libri fuori commercio e quelli in commercio si era inizialmente scontrato con il Sindacato Autori (Authors Guild) e con l'Associazione Americana degli Editori. Il conflitto si era poi risolto con un accordo di transazione alla fine del 2009. Ora subisce un nuovo stop per la sentenza del giudice Denny Chin della Corte federale di New York, che ha stabilito che l'operazione non può procedere senza il consenso esplicito degli autori. Il testo della sentenza è disponibile in questa pagina.

Denny_Chin.jpg Il giudice si esprime molto chiaramente. La questione posta è la seguente: l'Amended Settlement Agreement o "ASA", raggiunto tra le parti, è effettivamente «equo, adeguato e ragionevole»? La risposta è lapidaria: «Io ho concluso di no».

L'argomentazione si fonda sul giudizio che, mentre la digitalizzazione dei libri e la creazione di una biblioteca universale comporterebbe benefici per molti, con l'ASA ci si spingerebbe troppo in là (noi diremmo in linguaggio gergale: "ci si allarga troppo"), garantendo a Google effettivi diritti di sfruttare interi libri senza il permesso esplicito degli autori.

L'accordo darebbe a Google un vantaggio consistente sui concorrenti, riconoscendogli la possibilità di copiare senza permesso libri protetti da copyright. Di conseguenza – conclude l'incipit della sentenza – per le ragioni discusse approfonditamente nel corpo del documento, è negata la mozione per l'approvazione finale dell'ASA, così come è negata l'approvazione delle parcelle e dei costi per gli avvocati delle parti.

Fin qui la decisione formale di rigetto: il giudice ha lasciato però aperto lo spiraglio a una decisione favorevole sulla base di una revisione dell'accordo. Il suggerimento è molto semplice: Google dovrebbe e potrebbe riprendere allo scanner soltanto quei libri i cui autori o i cui proprietari di copyright siano consenzienti ad accettare l'accordo sottoscritto alla fine del 2009. E in sostanza rimarrebbero fuori le opere cosiddette "orfane", ossia ancora sotto diritti, ma senza un soggetto di riferimento, di cui abbiamo parlato nel secondo articolo citato all'inizio.
Secondo quanto riferisce il «New York Times» del 22 marzo 2011, Paul Aiken, direttore esecutivo del Sindacato Autori, ha dichiarato che è ancora troppo presto per dire quale sarà il passo successivo, proprio per la porta aperta lasciata dal giudice. La rappresentante legale di Google, Hilary Ware, dopo aver premesso che la decisione è «chiaramente deludente», ha sottolineato di nuovo come l'intesa raggiunta con gli editori avrebbe reso disponibili e consultabili milioni di libri che attualmente sono di difficile, se non impossibile, reperimento per i lettori.

google_book_search.jpgDal punto di vista prettamente legale sono stati espressi due pareri differenti: secondo James Grimmelmann, professore alla New York Law School, la sentenza fa ritornare al precedente status quo, lasciando fuori le opere cosiddette "orfane"; secondo Pamela Samuelson, esperta di copyright all'Università di Berkeley (California) e legata agli oppositori dell'operazione, la questione delle opere orfane dovrebbe essere demandata a una decisione del Congresso e non a un accordo tra parti private. Gina Talamona, portavoce del Dipartimento della Giustizia ha dichiarato, a sua volta, che la decisione raggiunta è un "risultato giusto".

Il punto di vista degli editori, infine, è stato espresso in una dichiarazione collettiva in cui viene espressa la delusione per la sentenza, ma anche la fiducia per le indicazioni fornite in vista di una revisione. John Sargent, amministratore delegato del gruppo MacMillan (che comprende tra l'altro Penguin Group Usa, McGraw-Hill e Wiley) e portavoce del gruppo di editori, ha espresso l'intenzione di lavorare con Google e con il Sindacato Autori per superare le obiezioni della Corte e per promuovere il principio giuridico fondamentale che i contenuti coperti da copyright non possono essere utilizzati senza il permesso degli autori o al di fuori della legge.

Aggiornamento del 26 marzo 2011. Secondo Luca De Biase, che ha commentato la notizia della sentenza nell'edizione del «Sole 24 Ore» del 25 marzo, una via d'uscita dall'impasse ci sarebbe: è ovvio che Google non potrebbe farsi carico di andare a cercare i detentori dei diritti delle opere orfane, ma le cose sono cambiate dopo la presentazione in sede di Unione Europea del progetto "Arrow" (l'acronimo, che in inglese significa "freccia", può essere sciolto come "Accessible Registries of Rights Information and Orphan Works").
Arrow, in effetti, è una piattaforma che consente di trovare facilmente il detentore del copyright dei libri. È finanziata dalla Commissione europea ed è pronta a operare. Le norme europee richiedono che venga usata, perché sono da tempo in linea con quanto deciso dal giudice Chin per gli Usa. E sembra coniugare la semplicità d'uso con il labirinto giuridico del copyright nell'era digitale.

Per i critici, la strategia di Google era quella di digitalizzare in fretta il maggior numero di libri possibile per conquistare una posizione centrale nel futuro dei libri: una visione dell'interesse generale che coincideva un po' troppo con l'interesse privato. Dopo la sentenza di Chin e con l'arrivo di Arrow, la stessa Google può dimostrare che intende davvero contribuire alla cultura di tutti: perché è emersa una soluzione nella quale l'accesso ai libri può essere favorito con una tecnologia comune, non privata, e con molte piattaforme, non una sola.
I risultati delle attività del progetto Arrow, durate circa due anni, sono stati presentati a Bruxelles l'11 marzo 2011: in questa pagina si può leggere il saluto introduttivo di Marco Polillo (presidente dell'AIE) con le linee programmatiche e in questa la relazione introduttiva di Piero Attanasio (sempre dell'Aie) con i risultati raggiunti. I due testi sono in inglese.

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