Tradurre poesia

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Questa segnalazione è dedicata agli studenti in Scienze della traduzione della laurea specialistica: si tratta di un volume della casa editrice Quodlibet di Macerata, uscito recentemente con le lezioni che Franco Fortini tenne a Napoli nel 1989 sul tema della traduzione e della traduzione poetica e letteraria in particolare.

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La posizione di Fortini si basa sulla visione di chi, essendo poeta e scrittore in prima persona, interroga il testo poetico e letterario di altri autori alla ricerca di alcuni aspetti fondamentali: la struttura formale del verso, in cui si impongono le regole ritmiche, metriche ed acustiche scelte dall'autore; il contenuto proprio del discorso con la presenza (o meno) di una componente di bellezza, di capacità evocative o di suggestione. In una intervista di pochi anni dopo, Fortini risponde proprio in questi termini alla domanda "Che cosa è la poesia? e questo testo, che riproduciamo in allegato, è una buona premessa alle sue riflessioni sulla traduzione.

Fortini è stato anche traduttore, applicandosi su autori come Flaubert, Eluard, Gide, Proust, Queneau e Kafka. Nelle lezioni napoletane l'esposizione è rivolta non tanto alla propria produzione, quanto a quella di altri poeti italiani alle prese con testi stranieri (nell'elenco seguente in parentesi indichiamo gli autori tradotti): si va da Mario Luzi (Rimbaud e Verlaine) a Vittorio Sereni (Pound e Williams), da Giorgio Caproni (Proust) a Sergio Solmi (Pound e Auden) e Giovanni Giudici (morto in questi giorni: Coleridge e Puskin). E il risultato si condensa in considerazioni di secondo grado, riguardo all'originale da tradurre e riguardo al mondo poetico del traduttore. Perché, in casi come questi, la traduzione diventa alla fine un'opera a se stante, con una sua compiutezza: tant'è che anche a noi, nel nostro piccolo, può capitare di dire: "Ho letto Proust ri-tradotto da Giovanni Raboni" [la nuova traduzione della Ricerca del tempo perduto, pubblicata da Mondadori a partire dal 1994], per indicare il contributo specifico e autonomo del traduttore.

Questa valorizzazione è però abbandonata in favore di una traduzione cosiddetta "di servizio", più vicina e attenta alle intenzioni del testo originale, con la deriva verso una posizione conservatrice; come ha scritto Paolo Di Stefano sul «Corriere della Sera» del 20 maggio 2011:
"(...) Fortini conclude le sue Lezioni con un invito perentorio: «Soprattutto non troppo genio», come a scoraggiare ogni slancio creativo. Del resto, la traduzione per Fortini, essendo l'arte della mediazione culturale e quindi la conferma di uno status quo, «è sempre conservatrice e qualche volta reazionaria». La produzione di traduzioni poetiche di più alta qualità e libertà - precisa - coincide storicamente con i periodi di maggior oppressione e conservazione ideologica, mentre le traduzioni di servizio prevalgono in fasi più democratiche. Forse, dunque, quel suo «non troppo genio» più che un invito era un auspicio."

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