Se sessanta vi sembran pochi

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25 aprile 1951: a sei anni esatti dalla Liberazione e a poco più di tre dalla conclusione dei lavori della Costituente, esce il primo numero di una nuova rivista di cultura e di politica. Sessant'anni dopo, pubblicato ininterrottamente dalla casa editrice nata nel 1954 sempre a Bologna proprio dal lavoro della rivista, «il Mulino» continua a descrivere, analizzare, proporre. Sempre nel solco della nostra Carta costituzionale, che in tutti questi anni ha rappresentato una sorta di filo conduttore per le diverse direzioni che si sono succedute. Lungo oltre quattrocentocinquanta fascicoli, il contributo del «Mulino», ci pare di poter dire, è stato intrinsecamente di carattere culturale, ma anche implicitamente civile e politico.
Si apre così l'editoriale dell'ultimo numero della rivista bolognese «il Mulino», che ospita, tra gli altri, due articoli sui 150 anni dell'unità d'Italia: il primo di Vittorio Vidotto sul tema "Italiani e italiane", il secondo di Alberto M. Banti sull'"Inno di Mameli e il buon patriottismo". Per celebrare il sessantesimo anniversario della rivista è stato organizzato un convegno internazionale a Bologna il 10 e l'11 giugno 2011, con la partecipazione di studiosi italiani e stranieri e di direttori di testate affini alla rivista bolognese.

Mulino_nr1.jpg Il programma comprendeva due sezioni principali:
  • il confronto delle esperienze nazionali tra carta e web, con la sessione dedicata alle rivista italiane (hanno partecipato i responsabili delle riviste «Limes», «Vita e pensiero», «doppiozero», «ResetDOC»), e quella a livello internazionale, con rappresentanti di testate di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna
  • il possibile ruolo delle nuove tecnologie nella promozione del dibattito politico-culturale, con la partecipazione, tra gli altri, di esperti come Alberto Abruzzese, Carlo Formenti, Alessandro Gilioli, Roberto Grandi e Roberto Maragliano
Un breve resoconto della prima giornata dei lavori è stato pubblicato dal «Corriere della Sera» dell'11 giugno 2011. Luigi Pedrazzi, tra i fondatori della rivista e attuale presidente dell'Associazione, nel ricordare episodi di questo lungo periodo, ha spiegato l'origine del nome legato al romanzo di Riccardo Bacchelli Il mulino del Po; nei primi due mesi di attività escono 5 numeri in formato giornale di un "Quindicinale di informazione culturale e universitario". Alla fine dell'anno la rivista acquisisce periodicità mensile, che diventa una prima volta bimestrale nel gennaio 1959 e poi, in forma definitiva, nel 1970: l'indice di tutti i numeri, che ha un certo interesse per comprendere l'evoluzione dei temi trattati, può essere consultato in questa pagina.
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Il gruppo dei giovani promotori. Da sinistra: Federico Mancini, Pierluigi Contessi, Antonio Santucci,
Fabio Luca Cavazza, Nicola Matteucci, Luigi Pedrazzi, Marino Bosinelli

Le nuove tecnologie rappresentano una sfida dai contorni ancora incerti. Secondo il direttore Piero Ignazi è difficile fare previsioni «Siamo in Rete da due anni, contiamo tra i 12 e i 15 mila visitatori. Non so se il web trascina il cartaceo: posso solo dire che per ora non se l'è mangiato, e non è poco...». La spiegazione si trova anche nella scelta effettuata: in linea si può in genere leggere solo l'editoriale di ciascun numero, mentre gli articoli possono essere acquistati in formato pdf od ottenuti in formato cartaceo attraverso l'abbonamento. Sempre secondo Ignazi, «l'edizione cartacea resta per noi il luogo principe dell'approfondimento: all'online chiediamo un aggancio rapido con la realtà, la possibilità di avvicinare utenti non interessati alla rivista, spunti per la riflessione».

Gli altri direttori di riviste sono più pessimisti. Secondo Giancarlo Bosetti di «ResetDoc», «il rapporto tra carta e web è pieno di dolori: l'utente della Rete è disinibito, si sente libero, spesso salta la testata e cerca direttamente l'articolo o l'autore. Non solo, ma sull'online spesso è più gettonata l'opinione forte, faziosa, rispetto alla riflessione e all'analisi»; secondo Marco Belpoliti di «Doppiozero», «è inevitabile che si vada verso il libro digitale e il pericolo è che l'editoria di qualità scompaia e venga soppiantata da prodotti di basso spessore».

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