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We are sorry!

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murduch_sorry.jpg Per l'antefatto si può vedere questa pagina. Il testo è molto chiaro, come lo è sempre l'inglese quando esprime prese di posizione nette. Colpisce in particolare il passaggio dalla prima forma plurale alla prima forma singolare nell'assunzione di una responsabilità personale, che non sembra di circostanza:
[...] Ci scusiamo per le malefatte commesse
Ci scusiamo doppiamente per le offese patite dalle persone colpite
Ci dispiace di non aver agito più in fretta per risolvere la questione
Io mi rendo conto perfettamente che le scuse da sole non sono sufficienti. [...]
Una domanda sorge spontanea: in Italia quanti avrebbero preso carta e penna per fare queste ammissioni?

Aggiornamento del 17 luglio 2011. La vignetta che riportiamo è stata pubblicata ieri dal giornale inglese «The Week»: si pensava a una rappresentazione ironica del vicolo cieco in cui si stavano cacciando Murdoch, il figlio James e la loro principale collaboratrice Rebekah Brooks.

the_week_cover.jpg Ma la situazione sta precipitando. La notizia dell'ultima ora è infatti l'arresto di Rebekah, che venerdì si era dimessa dalla carica di amministratore delegato (chief executive) di News International, in passato era stata direttore di «News of the World» ed era considerata vicina a Murdoch e al primo ministro David Cameron. La donna è accusata di intercettazioni illegali e di corruzione. La dichiarazione della polizia metropolitana, riportata dal «Guardian», merita di essere letta (in inglese), come esempio estremo di rispetto della privacy. James Murdoch, a sua volta, rischia di essere sfiduciato dagli azionisti e di dover abbandonare la presidenza di BSkyB.

Lo scandalo, come si può intuire, è lungi dall'essere concluso.

«News of the World»

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Non avremmo mai pensato di doverci occupare di un tabloid scandalistico inglese; né ci era capitato di vederne spesso dal momento che in Inghilterra non ci sono edicole con i giornali appesi e che si può scegliere di comprarli o da cassette che si aprono con l'inserimento delle monete giuste o in cartolibrerie, dove l'occhio cade prima su altri prodotti in vendita (guide, cartoline o libri). Eppure ci sembra che nella già grave crisi in cui versa la stampa quotidiana e settimanale in tutti i paesi del mondo occidentale avanzato (diversa è la situazione in alcuni paesi arretrati che stanno recuperando il ritardo economico, su cui si veda il post-scriptum finale), in questa grave crisi il caso del «News of the World» non sia un evento collaterale e di minore importanza, ma un segnale abbastanza chiaro di come la sopravvivenza anche delle testate cosiddette "popolari" non possa essere legata a sistemi che oltrepassano senza scrupoli la legalità.

Ma cominciamo... dalla fine. Questo è l'annuncio ufficiale che domenica 10 luglio 2011 uscirà l'ultimo numero di un settimanale fondato nel 1843, ossia ben 168 anni fa: a pronunciarlo sul sito del giornale è il presidente e il capo esecutivo della News Corporation Europa e Asia James Murdoch, figlio del tycoon Rupert.

editoriale Come si è giunti a questa decisione? La storia non inizia da poco e ha diverse complicazioni. Una ricostruzione dettagliata è contenuta in questa voce di Wikipedia (in inglese). Di seguito elenchiamo alcuni passaggi fondamentali.

1. Nel 2006 la Polizia metropolitana della Grande Londra accusò l'allora direttore editoriale del settimanale, Clive Goodman, e un investigatore privato, Glenn Mulcaire, di aver intercettato i messaggi vocali lasciati nella segreteria telefonica di alcuni membri della famiglia reale: entrambi furono arrestati l'anno seguente.
2. Negli anni seguenti le inchieste sulle intercettazioni illegali di messaggi di posta vocale continuarono e portarono all'incriminazione di altri giornalisti e di membri dello staff del giornale: obiettivo delle intercettazioni erano uomini politici e anche personaggi del mondo dello star system e dello sport.

«New York Times» a pagamento

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A un paio di giorni dall'annuncio della Treccani di rendere gratuita la consultazione di circa 300.000 voci del suo archivio enciclopedico, il presidente della società che pubblica il «New York Times», Arthur Sulzberger jr., ha inviato una lettera a tutti coloro che sono iscritti al sito del quotidiano, per comunicare che verso la fine di marzo, dopo una breve sperimentazione con gli utenti canadesi, terminerà l'era del completamente gratuito e i lettori della versione digitale in linea potranno accedere liberamente soltanto a un certo numero di articoli al mese.

Sulzberger non si dilunga in spiegazioni o motivazioni, dà quasi per scontato questo passaggio e lo giustifica con la speranza di poter fornire un prodotto di alta qualità in tutto il mondo e su ogni piattaforma. Si sofferma invece sui vari casi previsti dal servizio marketing e vendite del quotidiano:
  • ogni utente iscritto potrà leggere gratuitamente fino a 20 articoli al mese; superato questo limite il sistema fermerà l'accesso ai contenuti e lo inviterà a sottoscrivere l'abbonamento,
  • l'edizione del quotidiano predisposta per gli smartphone o per i nuovi tablet sarà leggibile gratuitamente soltanto per la sezione "Top news" (le notizie più importanti), anche se il prezzo di abbonamento sarà inferiore,
  • ci saranno tre pacchetti di abbonamento della durata di quattro settimane: uno per gli smartphone a 15 dollari, uno per i tablet a 20 dollari e uno per i personal computer a 35 dollari sempre per quattro settimane
NYTimes_offer.jpg Fin qui l'offerta economica, con 3 precisazioni: chi è già abbonato all'edizione cartacea, avrà accesso libero ai contenuti del portale; chi arriva a un articolo da un motore di ricerca, da un blog o da un network sociale come Facebook o Twitter, potrà leggerlo anche se ha superato il limite dei 20 articoli; l'home page e l'inizio delle sezioni potranno essere consultate liberamente.

Sembrerebbe che l'obiettivo perseguito sia quello di consolidare una base di lettori che scelgono l'abbonamento dedicato agli strumenti mobili, piuttosto che da postazione fissa: soprattutto le prime due offerte (cellulare e tablet) sono vantaggiose, mentre all'utenza di ufficio o di casa si lasciano integrazioni di lettura, soprattutto, con l'arrivo nel sito dal motore di ricerca.

Tre flash

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Dal capitolo "Comunicazione e media" del 44° Rapporto Censis, presentato questa mattina a Roma, riprendiamo tre tabelle che fotografano alcuni aspetti significativi della situazione attuale nel settore editoriale. La prima è relativa alla diffusione delle principali testate giornalistiche nazionali tra giugno 2009 e giugno 2010.

Censis_giornali_ridotta.jpg

Tranne il caso positivo del «Giornale» e il sostanziale pareggio dell'«Avvenire», tutte le testate perdono tra il 5% e il 15% (la variazione di «Libero» è evidentemente un refuso: ci sono due 7 di troppo e il valore effettivo è -8,9), a riprova di una fase acuta di crisi dell'informazione su carta.

Nella seconda tabella si sintetizza l'andamento di alcuni comparti del mercato digitale: in particolare le vendite di libri on-line, quelle degli e-book e l'andamento dell'editoria elettronica come prodotti off-line o come banche dati e servizi di rete.

Censis_digitale_ridotta.jpg

Il mercato dei prodotti digitali sta crescendo a ritmi elevati per le vendite delle librerie in linea e per la distribuzione dei servizi digitali: riesce a mantenere in questi due comparti un segno positivo consistente, nonostante l'intensità della crisi economica. Al tempo stesso si conferma il declino dei prodotti off-line, come i cd-rom, che non è legato a un andamento congiunturale. Val la pena di riportare il commento finale del Rapporto, perché arricchisce il quadro puramente quantitativo.
Sul fronte dei titoli, nel 2009 i libri elettronici pubblicati sono stati 685, per un totale di 2.257 opere disponibili sul mercato. I dati provvisori forniti dall'Aie per l'anno 2010 (aggiornati a settembre) mostrano una produzione pari a 945 titoli (+38%), raggiungendo così un totale di 3.202 titoli elettronici disponibili nel nostro Paese (+41,8%). Si prevede un raddoppio entro la fine dell'anno, per un totale di quasi 7.000 titoli in italiano, corrispondenti al 2% dei titoli "commercialmente vivi" (cioè letteratura scientifica esclusa).
In ogni caso, per le tipologie di prodotto in crescita pesa ancora molto il punto di partenza molto recente, per cui i valori si collocano ancora a un livello minimale. In parole più chiare ci vorrà ancora del tempo per ottenere volumi di vendita significativi.

L'archivio storico del quotidiano «La Stampa»

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Quasi 150 anni di storia, 1.761.000 pagine, oltre 5 milioni di articoli di giornale e 4,5 milioni di immagini tra fotografie e negativi. Questi sono solo alcuni dei numeri che danno la dimensione dell'Archivio Storico de «La Stampa». Si tratta di un progetto di grande portata culturale il cui scopo è quello di creare una Biblioteca Digitale dell'Informazione Giornalistica accessibile liberamente al pubblico italiano e internazionale. Si potrà navigare attraverso tutte le pagine - giorno per giorno, anno dopo anno - del quotidiano «La Stampa». I lavori di digitalizzazione della collezione giornalistica sono durati 3 anni.
cbdig_carr.gif Inizia così il comunicato stampa ufficiale che ha annunciato alla fine dello scorso ottobre la messa in linea dell'intera collezione del quotidiano «La Stampa» di Torino. Si pensi che il primo numero del giornale risale al 9 febbraio 1867: la testata, fondata dallo scrittore Vittorio Bersezio, si chiamava allora «Gazzetta Piemontese», per poi passare ai nomi «La Nuova Stampa» e «La Stampa della Sera» e arrivare infine alla dizione attuale. L'intero processo è stato gestito da un organismo costituito ad hoc: il Comitato per la Biblioteca Digitale dell'Informazione Giornalistica, che ha organizzato la gara d'appalto per l'assegnazione dei lavori e ha sovrinteso alle varie fasi di attività [le immagini a fianco sono riprese dal sito del Comitato].

Dal punto di vista tecnologico il procedimento si è avvalso delle immagini delle pagine del giornale conservate in microfilm e trasformate in digitale con scanner professionali. Tali immagini sono poi state acquisite in formato testuale con un programma sofisticato di riconoscimento caratteri (OCR, Optical Character Recognition) e gli articoli sono stati codificati nelle informazioni essenziali (titolo, autore, sezione, data, ecc.) in formato XML per facilitarne la reperibilità. Si possono immaginare facilmente le difficoltà incontrate, che dipendono da fattori molteplici come la mole del materiale trattato, lo stato di conservazione e la diversità di formato o di impaginazione degli originali, i limiti stessi dei programmi di riconoscimento caratteri e così via.

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