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"Questa lettera vi complicherà la vita"

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Inizia così, con un tono leggermente drammatico e lontano dal consueto aplomb, la lettera che Ferruccio de Bortoli, direttore del «Corriere della Sera», ha inviato il 30 settembre ai giornalisti della testata in occasione dello sciopero di due giorni, indetto dal Comitato di redazione per il 1° e il 2 ottobre. De Bortoli sostiene la necessità di modificare alcune regole interne e di superare gli "autentici privilegi" di cui godono i giornalisti del quotidiano milanese. Questo passo – necessariamente traumatico – è motivato con la tesi che la multimedialità ha reso "obsolete" prassi e abitudini del mestiere giornalistico e che la ristrutturazione in corso è sì dolorosa e necessaria, ma è stata ottenuta senza il ricorso alla cassa integrazione o alla sospensione di dipendenti dal lavoro.

Il Corriere su iPad
Si è aperta una nuova fase che richiede un arricchimento dell'informazione "non solo sulla carta, ma anche sul web" e sugli altri strumenti portatili che cominciano a diffondersi.

Per de Bortoli l'edizione iPad del giornale, ad esempio, si sta rivelando un grande successo con più di 7.000 copie vendute, così come il sito Internet che registra una crescita degli accessi (è il secondo tra i siti dei giornali italiani dopo quello della «Repubblica»). Questi progressi sono di conforto per la linea di potenziamento adottata, che prevede anche l'assunzione di dieci giovani all'anno tramite selezioni in rete o attraverso i master, oltre ad altre iniziative di rafforzamento delle edizioni locali o di pagine interne al giornale.

Tutto ciò non è, tuttavia, sufficiente perché i cambiamenti che hanno investito il settore dei quotidiani sono di natura "epocale" e stanno rendendo superate tutte le regole e le procedure che vigevano quando i giornali erano fatti con il piombo o quando era in piedi la "prima repubblica".

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Per i meno giovani, già nella maggiore età verso la fine degli anni Settanta, si tratta di un ritorno in parte inatteso; per gli altri, nati nei decenni successivi, di una novità non certo prevedibile: il primo numero della nuova serie della rivista «Alfabeta» è uscito in edicola da poco più di un mese, accompagnato da un sito Internet di arricchimento dei contenuti e di interazione con i lettori.

La prima serie di «Alfabeta», pubblicata per più di 100 numeri tra il 1979 e il 1988, è stata un'esperienza originale di confronto intellettuale "militante" (secondo il lessico dell'epoca), che tra gli altri coinvolse – su iniziativa dello scrittore Nanni Balestrini – critici letterari (Maria Corti), filosofi (Pier Aldo Rovatti), semiologi (Umberto Eco), scrittori (Paolo Volponi) e grafici (Gianni Sassi). L'area politica di riferimento si collocava a cavallo tra il partito comunista e la sinistra extraparlamentare, con una particolare attenzione alle trasformazioni sociali e culturali del periodo, che si conclusero con l'avvento della società post-industriale.

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La testata del primo numero della prima serie della rivista

Un'antologia dei principali saggi di questa prima serie è stata pubblicata da Bompiani nel 1996 con un'introduzione di Carlo Formenti, ma è attualmente fuori catalogo e disponibile soltanto nel servizio SBN. La nuova serie si apre con un editoriale che cerca non solo di stabilire le linee di continuità tra il vecchio e il nuovo, ma di chiarire anche le inevitabili differenze dovute alle diverse condizioni storiche: trovarsi nel primo caso alla fine di un secolo reso breve dalla competizione tra le forze sociali antagoniste del capitalismo, e nel secondo caso all'inizio addirittura di un millennio che nasce segnato dai fenomeni della globalizzazione e della ridefinizione delle scale dei valori e dei primati politici a livello dell'intero pianeta.
«Alfabeta» capì con straordinaria tempestività che in quegli anni, insieme ai furori, si stavano spazzando sotto al tappeto dell'emergenza anche i fermenti: degli anni Settanta ma, più in generale, della modernità. E, contro un senso comune rapidissimamente impostosi, reagì in nome della complessità, dell'interdisciplinarità, dell'antropologia del presente. [...]
il nostro, di tempo, è contrassegnato da una nuova emergenza: di segno diametralmente, simmetricamente contrapposto a quello di allora. Un'emergenza culturale, antropologica, economica. Dunque politica. In condizioni – di degrado della convivenza civile, di apocalissi linguistica, di minaccia concreta agli ordinamenti democratici – che sono sotto gli occhi di tutti. [...]
In fondo la vera differenza, tra oggi e il 1988, è che allora eravamo alla fine di un secolo, mentre oggi siamo all'inizio di uno nuovo. E allora, valendoci ovviamente di tutti i saperi e le tecniche del tempo nuovo, sarà ancora possibile fare una rivista: da intellettuali. Anche se le prime cose a essere cambiate – in un tempo radicalmente mutato sul piano tecnologico, sociale ed economico - sono proprio la condizione e lo status dell'intellettuale. Ma anche se al giorno d'oggi appaiono - e sono - marginalizzati, precarizzati, destituiti di mandato e funzione, sta ancora e malgrado tutto ai bistrattati intellettuali esercitare la scomoda funzione di segnavento: segnalatori d'allarme e indicatori di nuove tendenze.

Il futuro dei giornali

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Non è ancora sicuro se, in un futuro più o meno lontano, il destino del libro sarà effettivamente minacciato dalla disponibilità di nuovi strumenti tecnologici, che modificano l'esperienza stessa della lettura; non è certo neppure se queste nuove forme di lettura e di consultazione su schermi elettronici sostituiranno completamente i tradizionali volumi stampati su carta o si affiancheranno ad essi.

Nel settore della informazione, invece, i giornali quotidiani corrono probabilmente pericoli maggiori e più ravvicinati per un complesso di cause che possono essere così sintetizzate:
  • la disaffezione dei lettori, in particolare quelli più giovani, rispetto a una comunicazione che solo limitatamente incontra i loro interessi
  • la concorrenza accentuata da parte dei sistemi radio-televisivi pubblici e/o privati
  • una sempre più capillare presenza di contenuti informativi sulla rete, a livello locale di comunità o a livello settoriale di attività economica
  • il consolidamento di alcuni grandi gruppi nell'ambito della free press
  • nuovi modelli di giornalismo partecipato dal basso (il cosiddetto citizen journalism)
Come si può notare, le ragioni - e abbiamo indicato solo le principali - appartengono a sfere diverse e non sono comuni a tutti i paesi dell'area sviluppata. Inoltre, la crisi economica, tuttora persistente, non ha aiutato i tentativi attuati di recuperare il pubblico dei lettori tradizionali e ha costretto in alcuni casi a chiudere o a ristrutturare singole testate: l'ultimo  esempio è la crisi del prestigioso «Le Monde» in Francia.

Questa premessa serve a introdurre un recente rapporto dell'OCSE (Organisation for Economic Co-operation and Development), un Istituto "terzo", abituato a ragionare sulle tendenze nel medio termine del sistema economico internazionale: The Evolution of News and the Internet.

Per i ricercatori dell'OCSE i dati sono difficilmente contestabili: negli ultimi due anni, dopo un periodo di turbolenze, le vendite delle copie e gli introiti pubblicitari dei quotidiani sono diminuiti sensibilmente nei paesi più sviluppati, con una riduzione anche del numero delle testate. La crisi della readership ha toccato da vicino le generazioni più giovani (più sensibili alle nuove forme di comunicazione interattiva della rete); la crisi della pubblicità è stata dovuta in buona parte all'andamento sfavorevole del ciclo economico.

Il declino delle vendite di quotidiani nel 2007-2009

Google e la crisi dei giornali

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Internazionale_ridotto.jpgSulla rivista «Internazionale» di questa settimana, copertina e articolo centrale sono dedicati al rapporto tra Google e la crisi dei giornali quotidiani: viene ripresa e tradotta l'inchiesta "How to save the news", pubblicata da James Fallows sull'ultimo numero del giornale americano «The Atlantic» (giugno 2010).

La tesi dell'articolo può essere così riassunta: contrariamente a quello che normalmente si pensa, e cioè che la crisi dei quotidiani sia legata alla diffusione di Internet e all'uso dei contenuti giornalistici da parte di siti come Google News, la diminuzione delle vendite sulla carta stampata e, di conseguenza, degli annunci pubblicitari, è un fenomeno di più antica data non imputabile soltanto alla rete o allo sfruttamento dei contenuti editoriali da parte del motore di ricerca; Google, anzi, si sta impegnando in un'operazione di sostegno che punta a rivitalizzare il sistema dei giornali quotidiani. «L'obiettivo è inventare un nuovo modello commerciale in grado di sostenere il giornalismo professionale. È essenziale se non vogliamo che il crowdsourcing - il contributo volontario dei cittadini, che ha già profondamente modificato il mondo della informazione - diventi la nostra unica fonte di notizie» («Internazionale», n. 847, 21-27 maggio 2010, p. 44).

Atlantic.jpg Qual è il senso dell'operazione di Google? E da quali motivazioni nasce? Le risposte vengono, oltre che dall'articolo di Fallows, dall'intervento dell'amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, alla convention dello scorso aprile dei maggiori editori americani di giornali, e da un contributo del capo degli economisti di Google, Hal Varian, già professore di Microeconomia e di Economia della informazione all'Università di Berkeley, noto anche in Italia per il volume scritto con Carl Shapiro: Information Rules. Le regole dell'economia della informazione (Etas, Milano 1999).

Cominciamo proprio da Varian e dalla sua presentazione dello scorso marzo Newspapers economics, composta di due parti, la prima analitica sui fenomeni verificatisi e la seconda prospettica sulle opportunità di business e sugli sviluppi tecnologici.

Secondo Varian, la pubblicità è arrivata a pesare quasi l'80% tra le fonti di reddito di un giornale, mentre le vendite in edicola producono il 17% dei ricavi e il rimanente 3% proviene dagli abbonamenti. A fronte di questi rapporti, dal lato dei costi considerati in percentuale ai ricavi, quelli fondamentali (core) - che comprendono le voci della promozione, della produzione editoriale e dell'amministrazione - si fermano al 35%, mentre le materie prime, la produzione industriale e la distribuzione si attestano sul 52%: ossia si spende molto di più per attività a carattere non strategico («New York Times» e «Wall Street Journal» rappresentano un'eccezione a questa regola)..

Se si tengono presenti questi dati (in particolare il peso della pubblicità), diventa impressionante la tendenza costante alla diminuzione degli introiti pubblicitari negli ultimi cinquant'anni (ben prima di Internet!) da un valore del 37% a circa il 13%, a fronte di incrementi consistenti della TV via cavo, più che raddoppiata tra 1995 e il 2008, o del cosiddetto direct mail, che ha superato il 20% del totale. Internet, in questo scenario, è l'ultima arrivata ed ha acquisito una quota del 5% negli ultimi 10 anni (1999-2009).  
 
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Il Post: una nuova esperienza giornalistica

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Emanazione di una testata storica della blogosfera italiana, è in linea da un paio di giorni «Il Post», una nuova pubblicazione diretta dal giornalista Luca Sofri. Si tratta di un aggregatore di informazioni italiane e straniere di fonte giornalistica, di post e prese di posizione del mondo della blogosfera e di "ultimissime" notizie tratte dalle agenzie di stampa. Si intende dare vita a un mosaico originale a partire da componenti diverse dell'universo informativo della carta stampata o della rete. Alla data di oggi, l'home page si presenta così.

L'home page del Post
La redazione del giornale si trova a Milano, composta da 5 giovani redattori, che si occupano delle operazioni di montaggio delle notizie e degli articoli. Il modello economico prevede la raccolta di annunci pubblicitari con l'obiettivo di un milione di euro l'anno e il raggiungimento del punto di pareggio in almeno 3 anni.

Tra i blogger coinvolti vi sono nomi noti a sinistra, come Giovanni Floris di «Ballarò», e a destra, come Flavia Perini del «Secolo d'Italia» [in margine a questa partecipazione Sofri ha ritenuto necessaria una spiegazione].

Le sezioni del sito, poi, comprendono voci come: "Italia", "Mondo", "Politica", "Tecnologia", "Internet", "Scienza", "Cultura", "Economia", ecc., e rispondono alla logica della copertura totale delle notizie, tipica di un quotidiano su carta, con la differenza che in questo caso si intende riprendere e approfondire temi e questioni già trattati sulla stampa "ufficiale".

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