Onde sismiche sul mercato editoriale/2

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Questa volta le notizie di sommovimenti arrivano da oltreoceano; sono due e apparentemente lontane tra loro. Solo una ci riguarda direttamente, mentre l'altra è destinata ad aprire un nuovo segmento del mercato internazionale nel passaggio dalla carta alla rete. Vediamole in rapida sequenza:
  1. è attivo da questa settimana il sito amazon.it interamente in italiano,
  2. Steve Jobs, padre fondatore della Apple, e Rupert Murdoch, magnate australiano della carta stampata, hanno raggiunto un accordo per la produzione e la distribuzione sull'iPad del «Daily», un nuovo quotidiano soltanto digitale.

menu_amazon_it.jpg 1. È lo stesso gran patron di Amazon, Jeff Bezos, ad annunciare la novità italiana con una lettera che campeggia nella home page del nuovo sito (il testo completo è disponibile in questa pagina).

Bezos ricorda che la data del primo acquisto su Amazon di un cliente italiano, precisamente di Genova, risale a 15 anni fa, proprio in quel 1995 in cui il più grande sito di commercio elettronico del mondo fu lanciato, dopo un periodo di gestazione durato un anno. Da allora molta acqua è passata sotto ai ponti e milioni di articoli sono stati spediti a clienti italiani. Amazon è cresciuta, non vende solo libri, ma lentamente ha allargato il proprio magazzino a nuove tipologie di prodotto. Non solo: dalla fine del 2007 ha iniziato a produrre il Kindle, un dispositivo per la lettura di libri e giornali su uno schermo portatile (ne abbiamo parlato qui e qui in occasione del lancio).

Il posizionamento del negozio italiano è decisamente "aggressivo": oltre alle politiche di sconto sul prezzo di copertina, praticate in America dalla stessa Amazon o in Europa da altri siti di e-commerce, spicca nella home page l'informazione che la spedizione è gratuita per gli ordini superiori ai 19 euro (abitualmente il tetto di spesa da superare per ottenere questo bonus si aggira intorno ai 40 euro). Lo stesso Bezos scrive, inoltre, nella sua lettera che è stato lanciato un nuovo programma, Amazon Prime, del costo di 9,99 dollari all'anno, che garantisce le spedizioni gratuite su tutti gli ordini. Vale infine, anche nel nostro caso, la possibilità di restituire un prodotto entro un periodo definito di giorni, se non si è soddisfatti dell'acquisto.

Bezos conclude il suo messaggio con un'ultima captatio benevolentiae del futuro cliente nostrano: "... in Italia offriamo più categorie di quante ne abbiamo mai offerte al lancio di Amazon nelle altre nazioni: musica, libri, DVD, software, videogiochi ed elettronica ma anche un "assaggio" della nostra selezione futura di giocattoli, orologi e piccoli elettrodomestici", secondo il principio di un multistore ricco e variato.

L'archivio storico del quotidiano «La Stampa»

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Quasi 150 anni di storia, 1.761.000 pagine, oltre 5 milioni di articoli di giornale e 4,5 milioni di immagini tra fotografie e negativi. Questi sono solo alcuni dei numeri che danno la dimensione dell'Archivio Storico de «La Stampa». Si tratta di un progetto di grande portata culturale il cui scopo è quello di creare una Biblioteca Digitale dell'Informazione Giornalistica accessibile liberamente al pubblico italiano e internazionale. Si potrà navigare attraverso tutte le pagine - giorno per giorno, anno dopo anno - del quotidiano «La Stampa». I lavori di digitalizzazione della collezione giornalistica sono durati 3 anni.
cbdig_carr.gif Inizia così il comunicato stampa ufficiale che ha annunciato alla fine dello scorso ottobre la messa in linea dell'intera collezione del quotidiano «La Stampa» di Torino. Si pensi che il primo numero del giornale risale al 9 febbraio 1867: la testata, fondata dallo scrittore Vittorio Bersezio, si chiamava allora «Gazzetta Piemontese», per poi passare ai nomi «La Nuova Stampa» e «La Stampa della Sera» e arrivare infine alla dizione attuale. L'intero processo è stato gestito da un organismo costituito ad hoc: il Comitato per la Biblioteca Digitale dell'Informazione Giornalistica, che ha organizzato la gara d'appalto per l'assegnazione dei lavori e ha sovrinteso alle varie fasi di attività [le immagini a fianco sono riprese dal sito del Comitato].

Dal punto di vista tecnologico il procedimento si è avvalso delle immagini delle pagine del giornale conservate in microfilm e trasformate in digitale con scanner professionali. Tali immagini sono poi state acquisite in formato testuale con un programma sofisticato di riconoscimento caratteri (OCR, Optical Character Recognition) e gli articoli sono stati codificati nelle informazioni essenziali (titolo, autore, sezione, data, ecc.) in formato XML per facilitarne la reperibilità. Si possono immaginare facilmente le difficoltà incontrate, che dipendono da fattori molteplici come la mole del materiale trattato, lo stato di conservazione e la diversità di formato o di impaginazione degli originali, i limiti stessi dei programmi di riconoscimento caratteri e così via.

Digitalizzazione e diritto d'autore

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Nel mese di ottobre 2009, a proposito di Google Print e di Google Books, avevamo parlato di una "biblioteca che duri per sempre"; nel marzo di quest'anno abbiamo dato notizia dell'accordo raggiunto tra Google e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali per digitalizzare e rendere disponibili circa un milione di volumi fuori diritti delle Biblioteche nazionali di Firenze e di Roma. Ora ritorniamo sull'argomento per fare il punto sulllo stato delle trattative in corso tra Google e gli editori privati, con riferimento all'accordo raggiunto in America e alla trattativa in corso in Italia.

L'Istituto Bruno Leoni ha tradotto in italiano e ha reso disponibile nel suo sito l'articolo dell'economista Hal Varian (lo abbiamo conosciuto trattando della crisi dei giornali quotidiani), intitolato Copyright term extension and orphan works e pubblicato nel 2006 nel sesto numero della rivista «Industrial and Corporate Change», che ha impostato da un punto di vista economico la strategia di Google

Il ragionamento di Varian ruota intorno all'estensione della durata del diritto d'autore introdotta in America nel 1998 con il Sonny Bono Copyright Term Extension Act (CTEA), provvedimento che ha prolungato la durata del copyright alla vita dell'autore più 70 anni per le persone fisiche e 75-95 anni per le opere su commissione. Il commento dell'economista americano sottolinea la contradditorietà di questa estensione:
Ci si potrebbe chiedere se 95 anni possa essere considerato un lasso di tempo coerente con il concetto di "tempo limitato" citato nella Costituzione degli Stati Uniti. In uno studio condotto nel 2002 da George Akerlof e altri 16 economisti (tra cui il sottoscritto) si sostiene che i benefici economici dell'estensione ventennale siano trascurabili. Un semplice calcolo del valore attuale dimostra che, a un tasso di interesse del 7 per cento, il valore di un'estensione ventennale è pari all'incirca allo 0,33 per cento del valore attuale dei primi 80 anni di tutela del copyright.
Il dato risulta da un calcolo molto prudente, che presuppone un flusso costante di rendimento dalla proprietà intellettuale, ma in realtà sono davvero poche le opere che generano un simile flusso di royalty. I copyright registrati tra il 1883 e il 1964 e rinnovati dopo 28 anni sono meno dell'11 per cento. Inoltre, dei 10.027 libri pubblicati nel 1930, soltanto 174 erano ancora in stampa nel 2001 (William Landes e Richard Posner, 2003, p. 212).
È lecito quindi chiedersi perché ci si impegni tanto per prolungare la durata del copyright se il vantaggio per gli aventi diritto è così risibile. La risposta è che la durata è stata estesa con effetto retroattivo, per cui il beneficio è risultato massimo per le opere prossime alla scadenza.
Il secondo punto riguarda le cosiddette "opere orfane", ossia le opere i cui autori non sono rintracciabili in base a una ricerca "sufficientemente diligente" (stabilita con 5 parametri indicati esplicitamente). Si tenga presente che in America non c'è l'obbligo di registrare le pubblicazioni su un apposito registro (come avviene in Italia con il deposito presso la SIAE) e che, quindi, i tentativi di risalire al detentore dei diritti di copyright spesso non vanno a buon fine. Varian propone di abbinare il principio della ricerca diligente con la creazione di un registro pubblico delle opere coperte da copyright e che per il "Google Library Project", avviato con le principali biblioteche per la digitalizzazione di massa dei volumi, sia applicato il principio dell'opt-out: spetti cioè agli editori (o ai titolari dei diritti) formulare la richiesta di togliere i propri libri dal catalogo.

Come è noto, la posizione degli autori e degli editori americani era decisamente contraria: la Authors Guild (che rappresenta circa 8.000 autori) e l'AAP (American Association of Publishers), per conto di McGraw-Hill, Pearson Education, Penguin, Simon & Schuster e John Wiley, avevano intentato causa a Google rispettivamente nel 2004 e 2005 per "grave violazione del copyright". Google si è difeso ricorrendo al principio dell'opt-out e a quello del fair use: il primo lo abbiamo visto, il secondo è inteso come "utilizzo corretto" (sottolineatura nostra [N.d.R.]) dei testi digitalizzati. In particolare, per quanto riguarda le ripercussioni sul mercato, la tesi di Google è stata che l'utilizzazione di parti controllate del testo nei risultati di ricerca contribuisce alla (ri)scoperta dell'opera da parte degli utenti e può diventare anche un incentivo all'acquisto.

Il 13 novembre 2009 è stato raggiunto un Settlement Agreement, un accordo di transazione per cui Google si è impegnato a versare la somma di 125 milioni di dollari (pari a poco meno di 100 milioni di euro) e a costituire un registro delle opere per tutelare gli interessi degli autori ed editori aventi diritto, con compensi in base agli accessi e alle sottoscrizioni, e, nel caso di libri ancora in commercio, in base alle vendite. In cambio ha ottenuto di poter far apparire nei risultati delle ricerche i libri in commercio in "anteprima limitata" e quelli fuori commercio in "visione completa", mentre per quelli esauriti, ma ancora in commercio, dovrà essere presa una decisione di comune accordo. Il testo integrale in inglese della transazione è disponibile in questa pagina.

"Questa lettera vi complicherà la vita"

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Inizia così, con un tono leggermente drammatico e lontano dal consueto aplomb, la lettera che Ferruccio de Bortoli, direttore del «Corriere della Sera», ha inviato il 30 settembre ai giornalisti della testata in occasione dello sciopero di due giorni, indetto dal Comitato di redazione per il 1° e il 2 ottobre. De Bortoli sostiene la necessità di modificare alcune regole interne e di superare gli "autentici privilegi" di cui godono i giornalisti del quotidiano milanese. Questo passo – necessariamente traumatico – è motivato con la tesi che la multimedialità ha reso "obsolete" prassi e abitudini del mestiere giornalistico e che la ristrutturazione in corso è sì dolorosa e necessaria, ma è stata ottenuta senza il ricorso alla cassa integrazione o alla sospensione di dipendenti dal lavoro.

Il Corriere su iPad
Si è aperta una nuova fase che richiede un arricchimento dell'informazione "non solo sulla carta, ma anche sul web" e sugli altri strumenti portatili che cominciano a diffondersi.

Per de Bortoli l'edizione iPad del giornale, ad esempio, si sta rivelando un grande successo con più di 7.000 copie vendute, così come il sito Internet che registra una crescita degli accessi (è il secondo tra i siti dei giornali italiani dopo quello della «Repubblica»). Questi progressi sono di conforto per la linea di potenziamento adottata, che prevede anche l'assunzione di dieci giovani all'anno tramite selezioni in rete o attraverso i master, oltre ad altre iniziative di rafforzamento delle edizioni locali o di pagine interne al giornale.

Tutto ciò non è, tuttavia, sufficiente perché i cambiamenti che hanno investito il settore dei quotidiani sono di natura "epocale" e stanno rendendo superate tutte le regole e le procedure che vigevano quando i giornali erano fatti con il piombo o quando era in piedi la "prima repubblica".

FuturSpectives

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FuturSpectives è il tema della IX edizione di "FotoGrafia Festival Internazionale di Roma", in programma fino al 24 ottobre al MACRO di Testaccio (Piazza Orazio Giustiniani 4), con apertura dal martedì alla domenica in orario pomeridiano e serale (h 16-24).

L'home page del sito del festival
L'home page del sito del festival

Il direttore artistico del festival è Marco Delogu, affiancato da tre curatori di sezione: Paul Wombellm per il rapporto con l'arte contemporanea, Valentina Tanni per quello tra l'immagine fotografica e i nuovi media e Marc Prust per la connessione con l'editoria. Fanno intendere direttore e curatori che la crasi presente nel titolo vuole porre un interrogativo preciso sul ruolo della fotografia come mezzo espressivo del futuro: interrogativo che potrebbe essere interpretato sicuramente nel senso di capire quali sono le potenzialità inespresse e anticipatrici di questo mezzo. E quindi la sua capacità di portarci avanti nel tempo, come riescono a fare bene la letteratura e il cinema. Oppure, implicitamente, quale sarà la collocazione della fotografia nella dimensione anche digitale e interattiva delle arti, ossia quale riposizionamento si può prevedere nella costellazione che si sta configurando con l'affermazione dei nuovi mezzi.

Le mostre di sezione tendono verso il primo tipo di risposta: così Bumpy Ride - per l'intreccio con l'arte contemporanea - propone artisti che utilizzano in senso anticipatore il mezzo, immaginando un futuro possibile, se non probabile. Quelli presenti al MACRO sono nomi conosciuti principalmente dagli addetti ai lavori: Peter Bialobrzeski, Sonja Brass, Cedric Delsaux, Jill Greenberg, lkka Halso, Mirko Martin e O Zhang, che alternano l'analogico al digitale. Nella sezione dei nuovi media (Maps and legends) è la trama del web a fare da scenografia per registrare le valenze della fotografia nel mondo della rete: si va - come è scritto nella presentazione - "Dalle gif animate alle fotografie nei mondi virtuali; dalle immagini di Google Street Views agli scatti che cambiano in tempo reale con il flusso dei dati. Fino alla macchina fotografica che cattura il tempo, invece dello spazio". Gli autori esposti sono in questo caso dieci fotografi, tra cui tre italiani: Marco Cadioli, Filippo Minelli e Carlo Zanni. La sezione relativa al rapporto con l'editoria, infine, è intitolata "Unpublished - unknown" e riguarda lavori che attendono ancora di essere pubblicati. Il quesito proposto in questo caso è di tipo ontologico: una fotografia d'autore, scattata ma non edita in un mezzo a stampa, esiste effettivamente o rimane come uno dei tanti testi non pubblicati e chiusi in un cassetto?
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