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Le star con mille veri fans

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Esattamente due anni fa avevamo parlato del fenomeno della "coda lunga", ossia della scoperta che attraverso la rete – in modo diverso da quanto avviene nelle librerie del mondo reale – è possibile vendere un numero limitato di copie di una grande quantità di titoli e avevamo aggiunto che da parte di Kevin Kelly, co-fondatore ed ex-redattore capo della rivista «Wired», era stata avanzata l'ipotesi dei 1.000 veri fans come limite sufficiente a uno scrittore o a un artista per raggiungere una relativa tranquillità economica, nell'ipotesi che ogni fans spendesse tra i 50 e i 100 dollari l'anno per seguire la sua produzione.

Riprendiamo il tema per segnalare due contributi attuali di Kelly: il primo, che insiste sullo stesso argomento, è un articolo pubblicato sul suo blog su alcuni casi di scrittori e artisti affermatisi attraverso la rete; il secondo, che va ben oltre all'ipotesi dei 1.000 fans, è la traduzione italiana dell'ultimo suo libro intitolato Quello che vuole la tecnologia per i tipi di Codice Edizioni, disponibile dal 22 febbraio 2011 in formato e-book o in libreria.

kevin_kelly.png Nell'articolo Kelly ricorda inizialmente come la sua tesi fosse stata criticata in particolare da Jaron Lanier, uno dei pionieri della realtà virtuale a cui si deve una recente serrata critica dell'interazione uomo-computer e della rete Internet (tradotta in italiano da Mondadori nel 2010 con il titolo Tu non sei un gadget): secondo Lanier gli artisti o gli scrittori che avevano avuto successo su Internet si erano affermati prima con i cosiddetti old media. Kelly sostiene che la sua era soltanto un'ipotesi teorica di lavoro e che all'epoca non erano molti gli artisti o gli scrittori che la convalidassero: le dita di una mano erano anche troppe per contare questo tipo di casi, anche se i 2-3 rilevati potevano essere significativi (in proposito si legga quest'altro post sul musicista Robert Rich).

Hocking.png A distanza di tre anni la situazione è cambiata e secondo Kelly si può indicare un intero gruppo di persone creative che stanno ottenendo ottimi risultati senza la mediazione del sistema editoriale tradizionale: il caso più eclatante, a suo avviso, è quello della giovanissima (26 anni) scrittrice Amanda Hocking che sta vendendo su Amazon UK 100.000 copie al mese dei suoi 9 libri sui vampiri in formato Kindle, senza essere passata per una casa editrice. Prima di lei, sempre attraverso il sito di Amazon in Gran Bretagna, si era affermato Stephen Leather con la vendita consistente di gialli auto-prodotti, in questo caso dopo aver ricevuto il rifiuto del suo editore tradizionale. E se si analizza la classifica degli e-book più venduti nella libreria virtuale di Jeff Bezos, si può notare che solo 6 dei 28 nomi in elenco avevano avuto precedenti rapporti con editori tradizionali.

Da un punto di vista economico, infine, chi si afferma in questo modo sul mercato editoriale ha – a giudizio di Kelly – due strade davanti: o riuscire a vendere addirittura 100.000 copie di un unico titolo o avere più titoli in vendita, una sorta di serial sul modello delle saghe di una volta. Questo perché il prezzo di vendita di un e-book e la percentuale, anche contenuta, che Amazon trattiene lasciano all'autore una quota ridotta per singola copia (mediamente un dollaro o poco più).

Il futuro dei libri. I libri del futuro

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header-551.jpgSe vivete o passate a Rimini ai primi di marzo, non mancate di assistere al convegno "Il futuro dei libri. I libri del futuro", organizzato da Rimini Fiera e da Simplicissimus Book Farm: l'iniziativa si svolgerà dal 3 al 5 marzo 2011 nella sala Neri della Fiera di Rimini, situata a nord della città.

La relazione di apertura sarà tenuta da Gino Roncaglia che già conosciamo per la sua pubblicazione La quarta rivoluzione. Nelle tre giornate si alterneranno esperti italiani e stranieri della filiera del libro tradizionale e digitale, rappresentanti di case editrici ed esponenti del mondo editoriale internazionale. Si può scaricare il programma da questa pagina.

L'unica nota dolente è rappresentata dal costo di ingresso, che a tariffa piena ammonta a circa 400 euro per le tre giornate. Esistono, tuttavia, diverse formule con sconti anche consistenti che vengono così presentate:
  • Verifica se hai diritto ad una tariffa scontata! Ce ne sono per bibliotecari, docenti, studenti, dipendenti pubblici, team aziendali, ...
  • Se hai ricevuto un "codice amico", seleziona la Tariffa Amico e inserisci il codice nell'apposito campo per godere di una riduzione eccezionale!
  • Se acquisti un pass 3 giorni riceverai un "codice amico" nell'email di conferma della tua registrazione. Passalo ad un amico e risparmia 100 Euro!
Se si è un blogger o un giornalista, infine, si può avere un accredito stampa per visitare la manifestazione e partecipare alle sessioni in programma.

Shakespeare e il diritto d'autore

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shakespeare.jpg Il taglio è decisamente originale, il disegno (riportato qui a fianco) è leggermente irriverente, le firme (almeno una) sono assai note e la sede è quella prestigiosa degli editoriali del «New York Times»: stiamo parlando dell'articolo "Il Bardo sarebbe sopravvisuto al Web?" pubblicato il 14 febbraio 2011 sul quotidiano newyorkese da Scott Turow, esponente di punta della corrente del legal thriller ma in questa occasione presidente del Sindacato Autori, da Paul Aiken, direttore generale dello stesso sindacato, e da James Shapiro che, oltre a essere nella giunta del sindacato, insegna letteratura inglese alla Columbia University.

L'incipit è dato da una breve ricostruzione delle origini del teatro elisabettiano, anche alla luce della recente scoperta che ha portato alla individuazione delle fondamenta di quello che gli archeologi considerano il primo teatro moderno nella parte orientale di Londra. Quando questa struttura venne costruita, Shakespeare era ancora ragazzo a Stratford-upon-Avon e quando poi si trasferì a Londra altri teatri erano sorti nella città. È probabile tuttavia che le rappresentazioni delle sue prime opere si svolsero proprio lì e che fossero caratterizzate dalla presenza di un addetto all'entrata con il compito di raccogliere in una scatola (moneybox) un penny da ogni spettatore. Alla fine della serata il denaro raccolto veniva diviso tra gli autori, gli attori e gli impresari del teatro, in modo che ognuno avesse a che vivere con la propria arte o con la propria professione: per la prima volta gli autori potevano mantenersi con il loro lavoro intellettuale. E il denaro cambiò ogni cosa: nel giro di pochi anni emerse una nuova generazione di autori con figure come Christopher Marlowe, Ben Jonson e Shakespeare, appunto, che hanno segnato le origini della letteratura inglese moderna.

Un secolo e mezzo dopo, nel 1709, il riconoscimento dell'opera divenne legge e gli autori acquisirono il diritto di creare mercati legalmente protetti per le loro opere. Ottanta anni dopo, in America, i padri fondatori diedero al Congresso l'autorità di emanare le leggi sul copyright "per promuovere il progresso delle scienze e delle arti utili". In sostanza si creava un'alleanza tra chi creava e chi produceva e distribuiva le opere dette "dell'ingegno" su un nuovo mercato legato alla crescita intellettuale e civile delle società: poeti, scrittori, saggisti, autori di pièces teatrali, musicisti e artisti entrarono a far parte del mercato dei diritti di autore ottenendo il pieno riconoscimento della portata delle loro opere.

Il futuro della distribuzione

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Non sono ancora noti i risultati di vendita dei nuovi dispositivi per leggere gli e-book, né quelli relativi alla vendita degli stessi e-book (intesi come libri digitali) nella cosiddetta "campagna" di Natale — di un Natale un po' depresso, almeno in Italia, per gli effetti della prolungata crisi economica. In un calo generalizzato dei consumi sembrerebbe, tuttavia, che il regalo tecnologico di nuova generazione si sia difeso bene: in testa, sempre in Italia, dovrebbe posizionarsi l'iPad della Apple con buoni risultati anche per il Kindle di Amazon. Quanto alla vendita dei titoli non è facile fare previsioni, considerando in particolare, la base ristretta di questa fascia di mercato: alcuni titoli di maggior richiamo, già in testa alle vendita delle copie cartacee, dovrebbero in ogni caso avere incontrato il favore dei "felici" possessori di e-reader.

Borders.jpg Parallelamente, negli ultimi mesi, si è registrata la chiusura di alcune librerie storiche nei centri di grandi città italiane e crescenti difficoltà per quelle indipendenti: ne abbiamo parlato in questa occasione. La novità di questi giorni in tema di librerie arriva però dall'America: anche le grandi catene editoriali stanno patendo l'evoluzione del mercato e sono costrette a chiudere negozi simbolo (i quattro piani di Barnes & Noble vicino al Lincoln Centre di New York nel prossimo gennaio, secondo quanto ha riferito a settembre il «Corriere della sera») o a dichiarare la propria insolvenza rispetto ai creditori (come nel caso di Borders, la seconda catena di librerie negli Stati Uniti per volume di vendite, sempre ai primi di gennaio).

Secondo il New York Times dello scorso 3 gennaio,
"La catena di librerie Borders ha iniziato il 2011 con una dichiarazione di precarietà (unsteady note), comunicando agli editori la settimana passata di non essere in grado di pagare i debiti accumulati e alimentando timori sulla sua capacità di superare il declino delle vendite. [...] Poiché la popolarità degli e-reader sta aumentando, la vulnerabilità delle catene di librerie appare in crescita e molti manager del settore editoriale ritengono che il loro numero diminuirà nei prossimi anni. E già da tempo gli editori erano seriamente preoccupati per lo stato di salute di Borders, che ha registrato perdite di fatturato negli ultimi anni e un risultato fortemente negativo a dicembre nel terzo trimestre fiscale [in America l'anno fiscale termina alla fine del mese di marzo]."

Digitalizzazione e diritto d'autore

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Nel mese di ottobre 2009, a proposito di Google Print e di Google Books, avevamo parlato di una "biblioteca che duri per sempre"; nel marzo di quest'anno abbiamo dato notizia dell'accordo raggiunto tra Google e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali per digitalizzare e rendere disponibili circa un milione di volumi fuori diritti delle Biblioteche nazionali di Firenze e di Roma. Ora ritorniamo sull'argomento per fare il punto sulllo stato delle trattative in corso tra Google e gli editori privati, con riferimento all'accordo raggiunto in America e alla trattativa in corso in Italia.

L'Istituto Bruno Leoni ha tradotto in italiano e ha reso disponibile nel suo sito l'articolo dell'economista Hal Varian (lo abbiamo conosciuto trattando della crisi dei giornali quotidiani), intitolato Copyright term extension and orphan works e pubblicato nel 2006 nel sesto numero della rivista «Industrial and Corporate Change», che ha impostato da un punto di vista economico la strategia di Google

Il ragionamento di Varian ruota intorno all'estensione della durata del diritto d'autore introdotta in America nel 1998 con il Sonny Bono Copyright Term Extension Act (CTEA), provvedimento che ha prolungato la durata del copyright alla vita dell'autore più 70 anni per le persone fisiche e 75-95 anni per le opere su commissione. Il commento dell'economista americano sottolinea la contradditorietà di questa estensione:
Ci si potrebbe chiedere se 95 anni possa essere considerato un lasso di tempo coerente con il concetto di "tempo limitato" citato nella Costituzione degli Stati Uniti. In uno studio condotto nel 2002 da George Akerlof e altri 16 economisti (tra cui il sottoscritto) si sostiene che i benefici economici dell'estensione ventennale siano trascurabili. Un semplice calcolo del valore attuale dimostra che, a un tasso di interesse del 7 per cento, il valore di un'estensione ventennale è pari all'incirca allo 0,33 per cento del valore attuale dei primi 80 anni di tutela del copyright.
Il dato risulta da un calcolo molto prudente, che presuppone un flusso costante di rendimento dalla proprietà intellettuale, ma in realtà sono davvero poche le opere che generano un simile flusso di royalty. I copyright registrati tra il 1883 e il 1964 e rinnovati dopo 28 anni sono meno dell'11 per cento. Inoltre, dei 10.027 libri pubblicati nel 1930, soltanto 174 erano ancora in stampa nel 2001 (William Landes e Richard Posner, 2003, p. 212).
È lecito quindi chiedersi perché ci si impegni tanto per prolungare la durata del copyright se il vantaggio per gli aventi diritto è così risibile. La risposta è che la durata è stata estesa con effetto retroattivo, per cui il beneficio è risultato massimo per le opere prossime alla scadenza.
Il secondo punto riguarda le cosiddette "opere orfane", ossia le opere i cui autori non sono rintracciabili in base a una ricerca "sufficientemente diligente" (stabilita con 5 parametri indicati esplicitamente). Si tenga presente che in America non c'è l'obbligo di registrare le pubblicazioni su un apposito registro (come avviene in Italia con il deposito presso la SIAE) e che, quindi, i tentativi di risalire al detentore dei diritti di copyright spesso non vanno a buon fine. Varian propone di abbinare il principio della ricerca diligente con la creazione di un registro pubblico delle opere coperte da copyright e che per il "Google Library Project", avviato con le principali biblioteche per la digitalizzazione di massa dei volumi, sia applicato il principio dell'opt-out: spetti cioè agli editori (o ai titolari dei diritti) formulare la richiesta di togliere i propri libri dal catalogo.

Come è noto, la posizione degli autori e degli editori americani era decisamente contraria: la Authors Guild (che rappresenta circa 8.000 autori) e l'AAP (American Association of Publishers), per conto di McGraw-Hill, Pearson Education, Penguin, Simon & Schuster e John Wiley, avevano intentato causa a Google rispettivamente nel 2004 e 2005 per "grave violazione del copyright". Google si è difeso ricorrendo al principio dell'opt-out e a quello del fair use: il primo lo abbiamo visto, il secondo è inteso come "utilizzo corretto" (sottolineatura nostra [N.d.R.]) dei testi digitalizzati. In particolare, per quanto riguarda le ripercussioni sul mercato, la tesi di Google è stata che l'utilizzazione di parti controllate del testo nei risultati di ricerca contribuisce alla (ri)scoperta dell'opera da parte degli utenti e può diventare anche un incentivo all'acquisto.

Il 13 novembre 2009 è stato raggiunto un Settlement Agreement, un accordo di transazione per cui Google si è impegnato a versare la somma di 125 milioni di dollari (pari a poco meno di 100 milioni di euro) e a costituire un registro delle opere per tutelare gli interessi degli autori ed editori aventi diritto, con compensi in base agli accessi e alle sottoscrizioni, e, nel caso di libri ancora in commercio, in base alle vendite. In cambio ha ottenuto di poter far apparire nei risultati delle ricerche i libri in commercio in "anteprima limitata" e quelli fuori commercio in "visione completa", mentre per quelli esauriti, ma ancora in commercio, dovrà essere presa una decisione di comune accordo. Il testo integrale in inglese della transazione è disponibile in questa pagina.

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