Vibrisse - L'artista creatore e il pubblico nel 1954

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di Salvatore Quasimodo
[Questo scritto di Salvatore Quasimodo apparve nel 1954, nel numero 9 della rivista Prospetti, all'interno di un "symposium" dedicato appunto al tema: L'artista creatore e il suo pubblico. Nel "symposium", che accoppiava artisti statunitensi e artisti italiani, intervennero i narratori Saul Bellow e Corrado Alvaro; i poeti Robinson Jeffers e Salvatore Quasimodo; i pittori Robert Motherwell e Felice Casorati; i compositori Roger Sessions e Luigi Dallapiccola. giulio mozzi]
Salvatore Quasimodo In un primo tempo il pubblico, o meglio il lettore, appare al poeta, da un'immagine della sua solitudine, con volto e gesti del compagno d'infanzia, forse di quello più sensibile, esperto di letture segrete ma un po' inquieto nel giudizio di una pretesa rappresentazione del mondo, tentata con parole su cui cadano accenti determinati, e con misure rigorose, estranee alla scienza. Dico del poeta, di questa singolare imperfezione della natura, che si crea a poco a poco una esistenza reale col linguaggio degli uomini, un linguaggio, però, di sintassi difesa e non illusoria. Un'esperienza di vita nel sentimento e nell'oggetto) trascina sempre con sé, all'inizio, una dispersione morale inconsueta, uno squilibrio dell'anima, seppure lento, e un timore di continuare una condizione spirituale già caduta al confronto della storia.

Ripetere un uomo, è per il poeta la negazione della terra, l'impossibilità dell'essere, benché la sua maggiore domanda si a quella di parlare a molti uomini, di aggiungersi ad essi con alcune armonie sulla verità delle cose e della mente.

L'innocenza è una qualità acuta, talvolta, e permette figurazioni estreme del sensibile; e quella del compagno che costringe, dialettico, i primi numeri poetici in forma di logica, resterà un punto di riferimento esatto, un fuoco che permette la costruzione della metà d'una parabola. Gli altri lettori sono i poeti antichi, che guardano da una distanza incorruttibile le nuove carte; le loro forme resistono, e altre è difficile metterne vicino. Lo scrittore di racconti, di romanzi, si ferma agli uomini, li imita: consuma personaggi; il poeta, nella sua oscura sfera, con infiniti oggetti, è solo, e non sa se sia indifferenza, la sua, o speranza. Più tardi, quel volto unico si moltiplicherà, quei gesti costituiranno "tipi", consensi o contrasti. Questo avviene alla pubblicazione delle prime poesie su una rivista importante, quando scoccano i previsti allarmi, perché, e occorre scriverlo ancora, la nascita d'un poeta, che dalla corda del cerchio della casta letteraria tenta di raggiungere il centro, è sempre un pericolo per il costituito ordine culturale.
Strano pubblico ha ora, col quale comincia ad avere silenziosi rapporti armati: critici, professori di provincia, gente di lettere; forse duecento, trecento persone. La maggior parte di esse, nella giovinezza ragionevole del poeta, distruggono le metafisiche, operano sulle immagini; sono i giudici astratti, correggono, su poetiche differenziali, poesie sbagliate. Il poeta, per il letterato e il critico, scrive sempre diari falsi, gioca con una teologia terrestre. Anzi, è certo, il critico scriverà che quelle poesie - così si travolge la storia delle forme - non sono che meditate rielaborazioni di un'ars nova; di quell'arte, cioè, di quel nuovo linguaggio, che non esisteva prima di quelle poesie. Forse è un modo, questo, di rendere accettabile la solitudine, di enumerare i più freddi oggetti che la chiudono. Influenze maligne, forse; perché nessuno avrà il potere di popolare il silenzio di uomini che leggano anche una sola poesia d'un poeta nuovo, e, meno di chiunque, il critico, che teme vera una sequenza di quindici, venti versi. L'indagine sulla "purezza" è ancora da fare in qeusto secolo di divisioni in apparenza politiche, dove confusa e disumana è la sorte del poeta. Gli ultimi rapsodi sono gaurdati con sospetto per le loro scienze del cuore, le tecniche sontuose o riservate, che non celebrano ma vogliono modificare il mondo: per essi c'è sempre qualcuno (la tradizione dell'esilio è ormai spenta) che pensa di trascinarli, nel basso limite della notte, sotto una scarica di mitraglia. Il ricordo è latino, e vale a confortare i poetastri di moderna psicologia.

A confronto del politico, il poeta ha più seduttori di quanti striscino nei libri d'amore; e questi non sono pubblico, ma apparizioni, disprezzabili ombre. E nemmeno il poeta può cercare il pubblico (non veste, infatti, con giubbetti rossi o alti, grigi cappelli duri, né innaffia lunghissimi baffi); ma lo scopre un giorno, dopo anni di crudezze e contraddizioni.

Da questa premessa, necessaria a stabilire una difficile condizione letteraria, tenterò una rapida cronistoria o esperienza, è forse questo che mi si chiede, delle reazioni o rapporti fra la mia poesia e il pubblico. La poesia è anche la persona fisica del poeta; e benché una separazione privata non sia possibile, non stimolerò motivi d'autobiografia, proprio nella mia patria, che, come ognuno sa, è grmita, in ogni secolo, di Giovanni Della Casa, di letterati cioè di pulizia metrica e di adulta genialità. Questi battezzattori della tradizione hanno chiaroveggenza e fantasia, e sono fatatici, anche, di allegorie sulla credibile rovina del mondo. Non tollerano cronache, ma figure ideali, atteggiamenti: la storia della poesia, è per loro una galleria di fantasmi. Anche lapolemica ha una base, se si considera che la mia ricerca poetica si afferma in periodo di dittatura, ed è alle origini del movimento culturale dell'ermetismo. Dal mio primo libero, pubblicato nel 1930, al secondo, al terzo (1936), al quarto (una traduzione dai lirici greci), uscito nel 1940, non riuscrivo a vedere, attraverso lo spessore politico e l'avversione universitaria a forme di pesia crudeli e distaccate dalle composizioni classiche, che un pubblico di lettori stratificato, umili o ambiziosi. I lirici greci entrarono nuovi nella generazione letteraria di quel tempo, che, sapevo, scriveva lettere d'amore citando i miei versi, mentre altri ne apparivano sulle mura delle prigioni, segnati dai condannati politici.

In che tempo ho scritto poesie, abbiamo scritto versi, per scendere, senza perdono, nella più forte solitudine! Categorie dello spirito, verità? L'antica poesia europea, libera, ignorava la nostra presenza: la provincia latina asservita ai cesarismi, maturava già sangue, non lezioni d'umanesimo. Ma i miei lettori erano ancora letterati: fiorentini, romani, bolognesi, veneti? Dopo dodici anni di ostinatissime ingenuità fra i compagni di strada - alcuni "vili e taciturni" per indifferenza politica - c'era, ci doveva essere gente, fuori dalla torre, che aspettava di leggere le mie poesie. Studenti, impiegati, operai? Avevo voluto verosimiglianze astratte? Una delle più rudi presunzioni; ed era invece un esempio di come si forza la solitudine.

Infatti, quando, nel 1942, un grande editore pubblicò una raccolta di tutte le mie poesie, in meno di una nno e in tre edizioni, i miei lettori avevano raggiunto un numero "commerciale". Le quindicimila copie vendute dettero un'amorevole spinta a una famosa collezione di poesia.

La guerra, intanto, faceva le sue giostre sulla pista africana di Alessandria. In quel tempo, ricordò un giovane studioso di letterature anglosassoni, su una rivista di studi di filosofia cristiana, soldati di fanteria e genieri ricopiavano, su carta grossa da imballaggio, i miei versi ermetici. Fra essi, qualche giovane poeta, che poi mi fu nemico, ed è, per le curiose catene letterarie, che si chiudono, in ogni paese, intorno agli "irregolari", creatori e distruttori di poetiche. Dalla poesia pura al popolo: una distanza di quindicimila uomini! Difficile paese è l'Italia, e la Spagna: o anche la Francia e l'Inghilterra e l'America?

Le stagioni di El Alamein facevano marcire amicizie e sogni: e fu allora che un celebre pittore e poeta foscoliano di Firenze scriveva con chiodi ardenti intorno alla cultura, e suggeriva di adoperare le verghe dei fasci romani per costringere i poeti a servire in guerra quali attendenti degli ufficiali tedeschi. Mancando Tirteo alle impennate glaleva meglio lastricare di esili rotule poetiche i tracciati delle vie imperiali. Un altro piettore, più tardi, nel '44, giocò con la mia sorte insieme alla sua donna, per un giorno intero. Essi, coltivatori di gagliardetti e croci uncinate, mi avevano "raccomandato" alla polizia per un rapido esilio. "Raccomandata", infatti, si chiamava una denuncia, per la sua tecnica di buon senso, silenziosa e solida. Era un'invenzione lombarda o specchio tedesco? Licenziato con virtuoso rammarico, il cittadino insospettabile, libero, in poche ore, di tornare a casa, veniva trovato, il mattino dopo, fermo sul marciapiede, con un foro alla nuca. Scrivo questo, solo perché considero i miei delatori una parte del pubblico, così aspramente scoperto in tanti anni, des amateurs, infine; e anche perché fu un mio libro a salvarmi, preso a caso, prima di sera, da quei due amabili lettori. Fu un loro improvviso silenzio sui versi di "Ride la gazza nera sugli aranci" a deciderli a fermare la denuncia. Una realtà, un simbolo, un talismano, quella gazza della mia isola, ironico riso che allargava un'eco viva nella notte lombarda.

Gente diversa mi era stata vicina, in guerra; me lo disse ancora un ufficiale, di ritorno dalla fortezza di Przmysl, prigioniero dei tedeschi con altri seicento compagni. Uno di essi aveva nella sua cassetta un mio libro. Ogni mattina, un ufficiale leggeva e commentava una mia poesia. Ricordavano così, i prigionieri, la patria, con le parole che ad altri erano apparse gelide e geometriche. Vedevo, finalmente, il mio lettore autentico; e voleva abbracciarmi, mentre mi ripeteva nomi di prigionieri: medici, avvocati, ingegneri. Avvocati? Gli avvocati non leggono libri di versi. A Przmysl, sì, in Polonia. Ma, nel '46, conobbi quale rete affettuosa univa me e il popolo. Dopo un discorso di "rottura" sulla poesia contemporanea, letto a Milano, fui invitato a tenere una conferenza a Napoli. Un viaggio in treno e in automobile, ancora faticoso e lento. A Napoli, fra case rotte, in mezzo alle strade, popolane preparavano da mangiare ai loro uomini, con pentole e tegami messi su due grosse pietre. Vicino a quei focolari primitivi, urlavano bambini e ragazze con giacche e coperte di soldati, in una polvere di macerie. Leggere dei versi in quella città incredibile? Avevo ora vergogna, ero stanco. Una folla mi aspettava, in una sala del Conservatorio: veniva ad ascoltarmi, e aveva lutti e ferite scoperte. Non so che cosa sia avvenuto quel giorno: la poesia riprendeva la sua funzione corale? Forse, ma ero turbato, alla fine, stretto fra giovani universitari. Un vecchio cercava d'avvicinarsi a me, ma veniva spinto sempre lontano. Gridava ch'era stato mio professore di lettere, a Messina. Poi, riuscì ad afferrarmi una mano e a baciarla. Può sembrare un racconto di fine Ottocento; eppure Messina era una memoria intatta, e quel vecchio maestro aspettava che un dialogo, inverso, ricominciasse.

Rapporti fra pubblico e poeta, fra i più strani: lettere di bambini delle scuole elementari di paesi di montagna, di operai; lettere colte, di scrittura preziosa, che giungono di tanto in tanto da un eremo francescano sul Clitumno, da Suor Maria minore, sconosciuta e inferma, lettere con un piccolo disegno quasi infantile, e le parole di Agostino: Audire silentium.

Pubblicato in vibrisse, bollettino da giuliomozzi; reBlog di lucius il 25.02.2007

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