Archivi di Gennaio 2008

Una moda o un fenomeno reale?

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Chi segue la pubblicazione di questo sito avrà notato che nella seconda colonna di destra, sotto la voce "Categorie", compare l'espressione "Web 2.0" con il maggior numero di post pubblicati. Non si tratta di una classificazione di comodo: l'evoluzione dell'editoria multimediale negli ultimi anni è stata sempre più legata alla rete Internet e nella dimensione del World Wide Web la sottolineatura di una nuova fase è stata indicata nel 2004 proprio con l'etichetta del "2.0", come se si trattasse di una seconda versione di un'applicazione software.

A distanza di un paio di anni si può tentare un primo bilancio. Partiamo da un interrogativo generale: si è trattato di una moda passeggera e potenzialmente dannosa, come è stata quella della net economy alla fine degli anni Novanta, oppure siamo di fronte a un fenomeno che ha modificato effettivamente le relazioni sociali ed economiche dell'universo legato alle tecnologie della comunicazione e dell'informazione (ICT)?

Copertina.jpgSecondo Tim Berners Lee, il creatore del WWW, non è stata un'effettiva rivoluzione, ma soltanto il dispiegamento delle potenzialità contenute nel disegno originario. E ne abbiamo dato conto in questo post. Secondo l'imprenditore inglese Andrew Keen, è stato sancito il trionfo  del dilettantismo a scapito del rigore e della qualità  prodotti dai veri professionisti. E ne abbiamo registrato la valutazione qui.

Oltre a queste voci scettiche o fortemente critiche, gli altri post pubblicati hanno cercato di documentare le novità del nuovo approccio: dal giornalismo on-line ai mash-up; dai blog specializzati al reference collaborativo, all'identità digitale, ecc. Per chi fosse interessato ad approfondire ancora la materia, è ora disponibile in libreria una raccolta di saggi curata da Vito di Bari, docente del Politecnico di Milano, intitolata Web 2.0. Internet è cambiata. E voi? (Il Sole 24 ore, Milano 2007, pp. 346, euro 34).

I nativi digitali

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Chi è nato dopo il 1990 è cresciuto in un ambiente familiare, prima, ed esterno poi, in cui era già avvenuta la rivoluzione digitale, con la presenza dell'informatica di massa, dei videogiochi, della telefonia mobile e della rete Internet. Questa generazione, che si avvicina oggi alla maggiore età, viene considerata la prima espressione di una nuova cultura giovanile, che esula dalle considerazioni sociologiche tradizionali, e diventa possibile oggetto piuttosto di studio antropologico, nativi_digitali.jpgin particolare nei paesi a più alto tasso di sviluppo.
Sono i cosiddetti "nativi digitali", i giovani che usano quotidianamente il computer per studiare con le ricerche su Google o su Wikipedia, per chiacchierare (la parola italiana per il verbo inglese to chat) attraverso i vari messenger, per scaricare la musica e i film, per pubblicare le foto su Flickr o per partecipare alle comunità di pari on-lin di MySpace e di Facebook. Usano il cellulare, che ricevono in giovanissima età per l'ansia dei genitori, per comunicare quando sono fuori di casa o per ascoltare la musica e inviare gli SMS.
I nativi digitali non sono gli eredi di tribù vieppiù emarginate, ma gruppi sempre più numerosi di giovani che, in un futuro ravvicinato, diventeranno il pubblico prevalente del mondo della comunicazione e dell'editoria: tutti i grandi mezzi di comunicazione di massa, televisione e giornali in primo luogo, si sono posti il problema studiando vari tipi di soluzione di fronte al rischio credibile di disaffezione del nuovo target.
Per l'editoria si pone una tematica analoga che deriva da una limitata consuetudine alla lettura del libro tradizionale e dalla preferenza per esperienze di conoscenza più immersive.

Wikipedia tra il paradiso e l'inferno

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wikipedia.gifNata nel 2001, Wikipedia è, oggi, la più consultata enciclopedia al mondo oltre che uno dei 10 siti più visitati del Web.

Valorizzata di continuo dai suoi creatori, la pupilla del Web 2.0 suscita non pochi interrogativi riguardo la sua attendibilità.

Una storia che si ripropone ciclicamente, ma fattasi più pressante proprio perché questa volta è il sapere stesso ad esserne oggetto, non certo una chat o un sito personale.

La diatriba è aperta: i giornali del mondo intero se ne fanno il mezzo di diffusione privilegiato.

Tra questi, «Nature», autorevole rivista di scienza e medicina, si è occupata dell’argomento, confrontando Wikipedia con la prestigiosa Enciclopedia Britannica.

In barba a utenti scettici e stimati intellettuali che, come Tullio Gregory, continuano a difendere la carta solo perché certificata da studiosi ed editori, il risultato è tutt’altro che scontato: su 42 voci analizzate per ciascuna enciclopedia, infatti, la media di errori è stata di quattro per Wikipedia e tre per la Britannica.

Wikia Search: un nuovo motore di ricerca

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Il 7 gennaio 2008 è stata lanciata la versione alpha (nel gergo informatico indica una fase preliminare di sviluppo del software) del motore di ricerca della società americana Wikia, fondata da Jimmy Wales, creatore insieme a Larry Sanger dell'enciclopedia Wikipedia.
L'home page del nuovo motore è ovviamente molto spartana con una nuvoletta leggera come logo.

wikia.jpgI risultati che si ottengono sono ancora modesti: lo stesso Wales dichiara che «we are aware that the quality of the search results is low». Le pagine indicizzate sono circa 100 milioni, meno del 10% di quelle indicizzate da Google.
L'interesse dell'iniziativa consiste nel tentativo di estendere il modello dei contributi volontari nel campo dei motori di ricerca, combinando nell'ordinamento dei risultati i criteri automatici con l'intervento dell'intelligenza umana. Gli utenti registrati possono collaborare in modo trasparente e gratuito per migliorare l'elenco dei risultati. Così per ogni parola ricercata si presenta come primo risultato un "mini articolo" tratto da Wikipedia o scritto da nuovi utenti registrati, che serve a fornire una breve definizione, a disambiguare il termine ricercato, a collegare foto o ad altro.
I principi a cui si ispira la nuova iniziativa sono 4 e precisamente:

  1. la trasparenza, intesa come apertura sia dell'ambiente software, sia degli algoritimi di ricerca e di ordinamento (il PageRank costituisce invece uno dei segreti industriali di maggior valore di Google);
  2. la comunità, come fiducia nel contributo delle persone e dei gruppi;
  3. la qualità, come miglioramento costante  dell'accuratezza e della rilevanza dei risultati di ricerca;
  4. la privatezza, come rispetto della privacy di chi effettua le ricerche (Google conserva per circa due anni la traccia delle ricerche effettuate dai suoi utenti)
Non è escluso, ma non è neanche assicurato che il successo ottenuto in termini di velocità e di adesioni al progetto Wikipedia si riproduca anche in Wiki Search: al momento l'impresa sembra proprio ai suoi inizi e, come scrive il suo promotore, conviene conservare il link del sito per ritornarci periodicamente.

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