Una moda o un fenomeno reale?

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Chi segue la pubblicazione di questo sito avrà notato che nella seconda colonna di destra, sotto la voce "Categorie", compare l'espressione "Web 2.0" con il maggior numero di post pubblicati. Non si tratta di una classificazione di comodo: l'evoluzione dell'editoria multimediale negli ultimi anni è stata sempre più legata alla rete Internet e nella dimensione del World Wide Web la sottolineatura di una nuova fase è stata indicata nel 2004 proprio con l'etichetta del "2.0", come se si trattasse di una seconda versione di un'applicazione software.

A distanza di un paio di anni si può tentare un primo bilancio. Partiamo da un interrogativo generale: si è trattato di una moda passeggera e potenzialmente dannosa, come è stata quella della net economy alla fine degli anni Novanta, oppure siamo di fronte a un fenomeno che ha modificato effettivamente le relazioni sociali ed economiche dell'universo legato alle tecnologie della comunicazione e dell'informazione (ICT)?

Copertina.jpgSecondo Tim Berners Lee, il creatore del WWW, non è stata un'effettiva rivoluzione, ma soltanto il dispiegamento delle potenzialità contenute nel disegno originario. E ne abbiamo dato conto in questo post. Secondo l'imprenditore inglese Andrew Keen, è stato sancito il trionfo  del dilettantismo a scapito del rigore e della qualità  prodotti dai veri professionisti. E ne abbiamo registrato la valutazione qui.

Oltre a queste voci scettiche o fortemente critiche, gli altri post pubblicati hanno cercato di documentare le novità del nuovo approccio: dal giornalismo on-line ai mash-up; dai blog specializzati al reference collaborativo, all'identità digitale, ecc. Per chi fosse interessato ad approfondire ancora la materia, è ora disponibile in libreria una raccolta di saggi curata da Vito di Bari, docente del Politecnico di Milano, intitolata Web 2.0. Internet è cambiata. E voi? (Il Sole 24 ore, Milano 2007, pp. 346, euro 34).
Time.jpgDi Bari si è rivolto a 23 esperti italiani e a 23 stranieri per tracciare un quadro organizzato in 8 sezioni e riservandosi l'introduzione e le conclusioni.

Seguiamo il filo dell'esposizione: alla fine del 2006 il settimanale «Time» aveva scelto come "persona dell'anno" gli utenti della rete e indicato con un grande You questa scelta. In realtà, scrive di Bari seguendo le tesi di David Weinberger, occorre comprendere che (1) i veri protagonisti siamo "noi", come centro di relazioni molteplici e complesse, che utilizziamo strumenti e connessioni sempre più disponibili; e che (2) il Web 2.0 può essere definito in modo sintetico come "un insieme di relazioni indirizzate e organizzate mediante strumenti (tecnologici), ormai disponibili a tutti e legati fra di loro" (p. 13).

Nell'introduzione si toccano poi i principali elementi innovativi: dai contenuti generati dagli utenti (video, foto, testi, audio) alle forme di classificazione dal basso, dalle reti sociali ai mondi virtuali, al podcasting e alle nuove forme di marketing e pubblicità.

Questi elementi sono ripresi e approfondite nelle sezioni della raccolta dedicate ai seguenti temi:

  • gli strumenti del Web 2.0
  • Socializzare con il Web 2.0
  • Cercare, informarsi e imparare con il Web 2.0
  • Fare business con il Web 2.0
  • Promuovere e pubblicizzare con il Web 2.0
  • Divertirsi con il Web 2.0
  • Effetti sociali del Web 2.0
Le voci critiche non mancano: dal citato Keen a Geert Lovink, che mira a "decostruire l'inganno del Web 2.0", basato sul volontariato di milioni di utenti e sull'arricchimento di un numero ristretto di aziende (p. 42).

Sono presenti, poi, alcuni protagonisti di questi anni come ad esempio José Luis Oribuela, animatore di "eCuaderno" - uno dei blog più seguiti in Spagna -, Arturo Artom, imprenditore italiano creatore di nuove aziende ICT fino alla più recente avventura americana di "Your Truman Show", o Michael Wesch, l'antropologo americano che studia i nativi digitali.

Spiccano, infine, le riflessioni più distaccate di uno studioso dei media come Alberto Abruzzese, che si interroga sul significato della "condivisione", che anima tanta parte delle espressioni del Web 2.0:

Condivisione: avere in comune. Come dire, fare società o comunità? Sì e no: con condivisione diciamo qualcosa di più intimo che riguarda le modalità specifiche, profonde, con sui si costruiscono comunità e  società. Ambiguo questo "si costruiscono": siamo noi a farlo da dentro di noi o è invece qualcun altro, dal "di fuori", magari per mezzo di noi? Sceglierei questa ipotesi: c'è una terza persona, qualcosa di dato per reale, oggettivo, che la condivisione costruisce nella relazione tra l'io e il tu, il noi e il voi. C'è il dia-logare. Allora c'è di mezzo la comunicazione? Per forza. La condivisione è sinonimo di comunicazione. (p. 284).
Nelle conclusioni, Di Bari si esercita in una previsione a medio e lungo termine sugli sviluppi che ci attendono tra il 2015 e il 2020: per un verso una democratizzazione della base di utenza e una diffusa localizzazione linguistica con l'emergere dello spagnolo e del cinese; per l'altro la trasformazione delle modalità di interfaccia e di connessione, con il web "che esce dai pc e dai telefoni intelligenti e permea l'intera realtà fisica, si insinua negli oggetti e anche nelle persone, rendendo tutto e sempre connesso" (p. 306).

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Questa pagina contiene un solo post di lucius pubblicato il 31.01.2008 h. 20:53.

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