Google condannato/2

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Continuano le schermaglie - per usare un eufemismo - tra Google e i giudici milanesi che hanno condannato 3 dirigenti della casa americana per la pubblicazione su youtube di un video con i maltrattamenti a un minore down. Ne abbiamo già parlato nello scorso febbraio, con una postilla finale di inizio marzo, e ci ritorniamo ora per la puntata di questi giorni: Eric Schmidt, amministratore delegato di Google, ha trattato delle "grane" legali che stanno affliggendo in questo periodo la sua società in una intervista comparsa sul «Financial Times» del 3 giugno, a cui ha replicato - per la parte di sua competenza - il giudice milanese Alfredo Robledo, intervistato da Massimo Mucchetti sul «Corriere della Sera» del 6 giugno 2010.

Schmidt.jpgPer il manager americano (ripreso durante l'intervista nella foto a fianco di Charlie Bibby) i problemi nascono dalla potenza innovativa di Google, che rompe gli schemi consolidati e provoca reazioni conservatrici.

"Google è grande ed è dirompente per concezione (disruptive by design). Quando si cerca di fare cose nuove e, operando in tal modo, si sconvolgono quelle esistenti, le persone che vengono toccate si lamentano e protestano. Noi siamo nel business dell'informazione e tutti hanno un'opinione al riguardo, ma le leggi che regolano questa materia sono inconsistenti." Sorgono così i problemi della tutela della privacy in diversi campi o quelli del copyright e della proprietà intellettuale in altri.

Gran parte dell'intervista è dedicata proprio al tema della privacy, sollevato dal caso delle "cattura" di informazioni private sulle reti wifi, che si è verificata durante le riprese effettuate nelle città europee per la costruzione delle mappe di Google (ne avevamo accennato nel 2007 in questo articolo). Su questo tema Schmidt mantiene un atteggiamento prudente, ammettendo che ci sono stati problemi all'interno della società per il comportamento di un programmatore, che ha inserito un brano di codice all'insaputa dei colleghi, o per un problema tecnico legato alle attività di test del programma utilizzato.

Dove invece l'amministratore delegato di Google non è disposto a fare la minima concessione e anzi rilancia con un giudizio sferzante è proprio sulla sentenza di condanna dei giudici milanesi. Per Schmidt, "il giudice aveva torto marcio (was flat wrong), ha preso tre dirigenti della società e li ha colpiti. Questa è una stronzata (lett. bullshit) che offende me e la società", salvo aggiungere da manager attento ai conti che questa sua valutazione non comporta "un'accusa rivolta all'Italia"
Il giudice Robledo, da parte sua, respinge decisamente al mittente l'accusa più volgare espressa da Schmidt, ricorda poi la reticenza incontrata durante l'interrogatorio degli imputati (uno dei quali è arrivato a negare di essere un dirigente di Google) e sottolinea come il gigante di Mountain View non possa ispirarsi soltanto ai principi della Costituzione americana, ma debba tener conto del diritto che vige negli altri paesi, in particolare in quelli europei di più antica e nobile tradizione. Mentre in America la libertà di espressione viene posta dalla Costituzione sopra alle altre disposizioni legislative, in Europa e in Italia trova un limite netto di fronte al rispetto dei diritti delle altre persone, tra cui ovviamente la privacy.

La replica del giudice milanese si rivolge anche alle osservazioni sul ritardo del diritto e della legge rispetto agli sviluppi impetuosi di Internet. Due principi devono guidare, a suo avviso, le scelte in questo processo di riallineamento: occorre riconoscere la pluralità delle culture e, implicitamente, le differenze che hanno segnato i processi di unificazione nazionale ("Mi par di capire che Schmidt teorizzi, pratichi e difenda il Far West e poi lamenti l'inadeguatezza della legge"); occorre rispettare le leggi dei paesi in cui si opera e collaborare con la giustizia locale (di fronte alle richieste della magistratura, "Google non ha messo in atto gli accorgimenti che già aveva disponibili dal 2003", ossia i cosiddetti filtri su una pubblicazione lesiva della dignità personale).

Nella decisione dei giudici di Milano non sarebbe in definitiva presente uno spirito censorio, ma la sanzione di comportamenti ambigui e dilatori che non hanno sanato tempestivamente la violenza esercitata da altre persone su un disabile, E di fronte all'osservazione dell'intervistatore che non è facile tracciare una demarcazione chiara tra censura e tutela della privacy, il giudice Robledo conclude con un appello all'autoregolazione, allo sforzo comune di trovare un equilibrio tra due valori di pari importanza.

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