Archivi di Luglio 2010

Il 26 luglio 2010 il Dipartimento della funzione pubblica e il Dipartimento per la digitalizzazione e innovazione tecnologica, assistiti dal Formez e dall'ex-ex-Cnipa, ora DigitPA, hanno pubblicato le Linee guida per i siti web della Pubblica Amministrazione, un documento in cui si stabiliscono criteri guida e principi della comunicazione sulla rete Internet delle strutture della Pubblica Amministrazione (P.A.). Lo schema del documento è rappresentato nella figura seguente.
schema.jpgNella prima sezione, dedicata ai principi generali, si illustrano sinteticamente i riferimenti normativi più rilevanti, tra cui la Direttiva del Ministro per la P.A. del 26 novembre 2009, n. 8, e poi si definiscono i destinatari delle Linee guida e il responsabile della pubblicazione. La seconda sezione, che è la più corposa, si basa su un presupposto ampiamente condivisibile: i siti web della P.A. devono offrire servizi di informazione e di interazione con l'utenza che siano, al tempo stesso, utili, semplici e comprensibili, trasparenti, reperibili e aggiornati.

Nei siti di informazione si devono trovare quegli elementi di spiegazione e di chiarimento sui procedimenti amministrativi - ad esempio come si richiede un certo documento amministrativo - integrati da notizie pratiche, come l'orario di apertura degli sportelli, i moduli necessari, ecc. Nei siti di interazione le modalità di rapporto possono essere "a una via", quando l'utente può solo scaricare materiali messi a disposizione, "a due vie", quando l'utente può compilare moduli che vengono accettati e inseriti nel sistema, "di transazione" quando il sistema accetta i dati dell'utente e li elabora, "di personalizzazione", quando l'utente può indicare le informazioni che desidera ricevere e il sistema è in grado di inviargliele. 

The End of Forgetting

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Sul sito del «New York Times» si può leggere un lungo articolo del giurista Jeffrey Rosen della George Washington University (Washington, DC) intitolato The Web Means the End of Forgetting, in cui si affronta il tema della privacy e della riservatezza delle informazioni personali in rete. In Italia è stato ripreso, tra gli altri, in un articolo di Gabriela Jacomella sul «Corriere della Sera» del 23 luglio 2010 (Le tracce lasciate su Facebook e la condanna all'eterno ricordo) e il giorno precedente sul sito di Luca Sofri «Il Post» (La rete non dimentica).

privacy-article.jpg Rosen parte da casi particolari come quello di Stacy Snyder, un'insegnante in formazione di 25 anni, a cui non è stata riconosciuta l'abilitazione all'insegnamento, perché il suo supervisore aveva scoperto nel profilo di Facebook alcune foto "poco professionali", in cui era travestita da pirata e leggermente ubriaca durante una festa, e lo stesso preside della Facoltà l'aveva accusata di fornire un cattivo esempio per i suoi futuri studenti. Non solo: il ricorso legale presentato da Stacy contro queste decisioni era stato respinto dal giudice di una corte federale con la motivazione che le sue foto non potevano riferirsi a questioni di pubblico interesse e non erano perciò protette dal Primo emendamento (sulla libertà di pensiero e di religione), a cui si era appellata la sfortunata ragazza.

Sempre a titolo di esempio, Rosen cita uno studio della Microsoft sulle procedure seguite durante la ricerca di personale. Nel 75% dei casi chi si occupa del reclutamento è invitato dalle società di appartenenza a cercare sulla rete informazioni personali e professionali sui candidati: dall'appartenenza ai social network ai siti di condivisione delle foto, ai blog e ai siti personali. Quasi i due terzi dei reclutatori riferiscono che hanno respinto domande di assunzione e di collaborazione per le informazioni trovate sulla rete.

Altri casi citati da Rosen sono quelli di una ragazza inglese licenziata per aver scritto sempre su Facebook che si annoiava al lavoro o del professore canadese respinto alla frontiera americana, perché si era scoperto su Internet che diversi anni prima aveva scritto un articolo sugli effetti dell'LSD (acido lisergico). Insomma la rete, se usata in modo repressivo, si trasforma in una sorta di Grande Fratello, che molto vede e tutto conserva nel bene e, soprattutto, nel male. La conseguenza centrale di questo uso di Internet è espressa in modo drammatico da Rosen:
We've known for years that the Web allows for unprecedented voyeurism, exhibitionism and inadvertent indiscretion, but we are only beginning to understand the costs of an age in which so much of what we say, and of what others say about us, goes into our permanent -- and public -- digital files. The fact that the Internet never seems to forget is threatening, at an almost existential level, our ability to control our identities; to preserve the option of reinventing ourselves and starting anew; to overcome our checkered pasts. [...]
It's often said that we live in a permissive era, one with infinite second chances. But the truth is that for a great many people, the permanent memory bank of the Web increasingly means there are no second chances -- no opportunities to escape a scarlet letter in your digital past. Now the worst thing you've done is often the first thing everyone knows about you.

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