The End of Forgetting

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Sul sito del «New York Times» si può leggere un lungo articolo del giurista Jeffrey Rosen della George Washington University (Washington, DC) intitolato The Web Means the End of Forgetting, in cui si affronta il tema della privacy e della riservatezza delle informazioni personali in rete. In Italia è stato ripreso, tra gli altri, in un articolo di Gabriela Jacomella sul «Corriere della Sera» del 23 luglio 2010 (Le tracce lasciate su Facebook e la condanna all'eterno ricordo) e il giorno precedente sul sito di Luca Sofri «Il Post» (La rete non dimentica).

privacy-article.jpg Rosen parte da casi particolari come quello di Stacy Snyder, un'insegnante in formazione di 25 anni, a cui non è stata riconosciuta l'abilitazione all'insegnamento, perché il suo supervisore aveva scoperto nel profilo di Facebook alcune foto "poco professionali", in cui era travestita da pirata e leggermente ubriaca durante una festa, e lo stesso preside della Facoltà l'aveva accusata di fornire un cattivo esempio per i suoi futuri studenti. Non solo: il ricorso legale presentato da Stacy contro queste decisioni era stato respinto dal giudice di una corte federale con la motivazione che le sue foto non potevano riferirsi a questioni di pubblico interesse e non erano perciò protette dal Primo emendamento (sulla libertà di pensiero e di religione), a cui si era appellata la sfortunata ragazza.

Sempre a titolo di esempio, Rosen cita uno studio della Microsoft sulle procedure seguite durante la ricerca di personale. Nel 75% dei casi chi si occupa del reclutamento è invitato dalle società di appartenenza a cercare sulla rete informazioni personali e professionali sui candidati: dall'appartenenza ai social network ai siti di condivisione delle foto, ai blog e ai siti personali. Quasi i due terzi dei reclutatori riferiscono che hanno respinto domande di assunzione e di collaborazione per le informazioni trovate sulla rete.

Altri casi citati da Rosen sono quelli di una ragazza inglese licenziata per aver scritto sempre su Facebook che si annoiava al lavoro o del professore canadese respinto alla frontiera americana, perché si era scoperto su Internet che diversi anni prima aveva scritto un articolo sugli effetti dell'LSD (acido lisergico). Insomma la rete, se usata in modo repressivo, si trasforma in una sorta di Grande Fratello, che molto vede e tutto conserva nel bene e, soprattutto, nel male. La conseguenza centrale di questo uso di Internet è espressa in modo drammatico da Rosen:
We've known for years that the Web allows for unprecedented voyeurism, exhibitionism and inadvertent indiscretion, but we are only beginning to understand the costs of an age in which so much of what we say, and of what others say about us, goes into our permanent -- and public -- digital files. The fact that the Internet never seems to forget is threatening, at an almost existential level, our ability to control our identities; to preserve the option of reinventing ourselves and starting anew; to overcome our checkered pasts. [...]
It's often said that we live in a permissive era, one with infinite second chances. But the truth is that for a great many people, the permanent memory bank of the Web increasingly means there are no second chances -- no opportunities to escape a scarlet letter in your digital past. Now the worst thing you've done is often the first thing everyone knows about you.
Se i termini del problema sono stati formulati con precisione, quali possono essere le possibili soluzioni, all'altezza delle potenzialità della società contemporanea, più "liquida" o, se preferite, meno irrigidita delle società tradizionali del passato, in cui il destino dell'individuo era quasi sempre stabilito una volta per tutte alla nascita? Siamo condannati a una nuova fissità, ossia di essere "marchiati" nel nostro profilo digitale dalla prima colpa commessa, senza chances di riscatto o di ricostruire una seconda e una terza vita?

Ad occhi europei - pur estremamente sensibili alla dimensione della memoria storica e del "non dimenticare" - queste domande possono sembrare eccessive o retoricamente caricate, proprie di una società che non è riuscita a staccarsi dal puritanesimo delle origini. Sono, tuttavia, degne di considerazione perché testimoniano di una fase nuova della rete, che probabilmente toccherà anche noi nei prossimi anni. È finita l'epoca del "mascheramento", delle doppie o triple identità, permesse dalle chat anonime e studiate anche con strumenti antropologici (pioniera in questo campo la studiosa americana Sherry Turkle con il libro Life on the Screen: Identity in the Age of Internet, Simon and Schuster, 1997). Tutto viene ricordato e siamo quindi vicini alla figura archetipica di Ireneo Funes, il personaggio di Borges condannato a non dimenticare nessun particolare della sua vita e delle sue conoscenze, citato esplicitamente da Rosen.

Lo stesso Facebook non ha aiutato in questo senso, quando nel dicembre 2009 ha deciso di rendere pubblico una parte del profilo utente, che fino allora era privato, suscitando le proteste degli utenti, che sono arrivati alla minaccia di spostarsi su piattaforme alternative. Due mesi fa Facebook ha modificato la sua posizione con l'introduzione di nuovi controlli sulla privacy delle informazioni, in modo che gli utenti potessero comprendere con facilità quali informazioni inserite diventassero automaticamente pubbliche e quali no.

facebook_privacy.jpg
La preoccupazione sulla riservatezza dei dati si è d'altra parte imposta in molti Paesi: in Francia, il commissario addetto alla protezione dei dati, Alex Türk, ha postulato un "dirittto costituzionale all'oblio (<i>oblivion</i>); in Argentina, gli scrittori Alejandro Tortolini ed Enrique Quagliano hanno lanciato una campagna per "la reinvenzione del dimenticare su Internet"; la stessa Unione Europea, nello scorso febbraio, ha finanziato la campagna "Think B4 U post!" (Pensa prima di postare); in America, infine, giuristi, tecnologi ed esponenti del mondo cyber stanno esplorando le vie per poter dimenticare le informazioni personali presenti nel mondo digitale.

safer_internet.jpg Per coloro - come Stacy Snyder - che sono già rimasti "scottati" dalle informazioni presenti sul web (e dalla loro apparente indelebilità) si può ricorrere a società che promettono di "ripulire" l'immagine in linea dei propri assistiti, come ReputationDefender. In gioco non è tanto un'assoluzione da eventuali colpe, vere o presunte, quanto la possibilità di ricominciare, di avere una seconda chance, di poter anche dimostrare che si è imparato dagli errori commessi.
 
Un'altra soluzione consiste, infine, nello stabilire una sorta di "data di scadenza" delle informazioni presenti su Internet: in questo senso Google ha deciso recentemente di rendere anonime le ricerche dopo nove mesi, mascherando una parte dell'indirizzo IP da cui la ricerca è partita. Oppure si possono utilizzare  applicazioni software, come ad es. Vanish sviluppata da ricercatori dell'Università di Washington, che cancellano od oscurano una parte dei dati personali, dopo un certo periodo di tempo:
Computing and communicating through the Web makes it virtually impossible to leave the past behind. College Facebook posts or pictures can resurface during a job interview; a lost or stolen laptop can expose personal photos or messages; or a legal investigation can subpoena the entire contents of a home or work computer, uncovering incriminating or just embarrassing details from the past.
Our research seeks to protect the privacy of past, archived data -- such as copies of emails maintained by an email provider -- against accidental, malicious, and legal attacks. Specifically, we wish to ensure that all copies of certain data become unreadable after a user-specified time, without any specific action on the part of a user, without needing to trust any single third party to perform the deletion, and even if an attacker obtains both a cached copy of that data and the user's cryptographic keys and passwords.
Si può concludere con le parole dello studioso cyber Viktor Mayer-Schönberger, che nel suo recente libro Delete: The virtue of Forgetting in the Digital Age (Princeton University Press 2009) scrive a proposito del caso di Stacy Snyder: «cancellando le memorie esterne, le nostre società dimostrano di accettare che gli esseri umani evolvono nel tempo, che abbiamo la capacità di imparare dalle esperienze passate e di modificare il nostro comportamento»; viceversa, nelle società in cui tutto è registrato saremo incatenati alle nostre azioni passate, rendendo praticamente impossibile di sfuggire ad esse.

Aggiornamento del 9 agosto. Sul "Magazine" del «New York Times» dell'8 agosto 2010 sono stati pubblicati i commenti dei lettori all'articolo del prof. Rosen, in maggioranza di tono critico. Si va da consigli come "non inserire testi sulla rete" o come "comportati meglio" (e non avrai problemi) alla difesa della funzione svolta dai social network ("so che potrò sempre ricordare momenti importanti ..."), a critiche più radicali sul fatto che non sempre le persone si meritano di avere una seconda o terza occasione (come nel caso di gerarchi nazisti alla Adolf Eichmann), per concludere con un proverbio shakesperiano, marcato dal pessimismo: "The evil that men do lives after them; the good is oft interred with their bones" ("Il male che gli uomini fanno sopravvive dopo di loro; il bene viene sepolto con le loro ossa").

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