Archivi di Agosto 2010

"Il Web è morto. Lunga vita a Internet"

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Con questo titolo a effetto la rivista americana «Wired», che ha accompagnato dal 1993 la crescita di Internet, ospita nell'ultimo numero di settembre un confronto a due voci tra il direttore della rivista Chris Anderson e il giornalista Michael Wolff, autore di uno dei più noti libri sul fallimento delle cosiddette dot.com all'inizio degli anni Duemila. Nell'edizione in linea della rivista la discussione viene arricchita dagli interventi di Tim O'Reilly e John Battelle, i creatori delle conferenze annuali sul Web 2.0 – su cui ritorneremo in un altro post. Le sezioni della rivista e del sito sono accompagnate da un'immagine, che non può che evocare uno scenario di distruzione.

webdead.jpgLa posizione di Anderson, sintetizzata nel titolo "La colpa è nostra", è espressa chiaramente nell'incipit del suo intervento: "Ti svegli la mattina e controlli la posta elettronica con il tuo iPad vicino al letto – e questa è un'applicazione. Durante la colazione consulti Facebook, Twitter e il «New York Times» – altre tre applicazioni. Sulla strada per l'ufficio, ascolti un po' di musica dal tuo smartphone. Un'altra applicazione. Al lavoro controlli su un reader gli RSS e conversi su Skype e Messenger. Ancora applicazioni. Alla fine della giornata, torni a casa, ceni ascoltando Pandora, giochi alla Xbox o guardi un film con il servizio in streaming di Netfix. Hai passato tutto il giorno su Internet – ma non sul Web. E non sei il solo."

La differenza non è di poco conto: secondo Anderson negli ultimi tempi, grazie all'affermazione di strumenti come l'i-Phone, si è verificato uno spostamento dal mondo aperto della rete a piattaforme semi-chiuse che utilizzano il protocollo Internet per trasportare le informazioni, ma non il browser per visualizzarle. È un mondo che sfugge ai "ragni" di Google, che non utilizza l'HTML e che gli utenti scelgono o accettano perché si adatta efficacemente alle loro esigenze. E pensare che solo pochi anni fa si teorizzava la sostituzione del desktop del computer con il cosiddetto "webtop", una "nuvola" in linea dove poter attingere via HTTP le applicazioni e i dati personali.

La strada che si prospetta oggi si fonda sull'uso della rete, attraverso i protocolli TCP e IP, ma non del web, ossia del browser e dell'HTML. Nei prossimi anni gli utenti (e di conseguenza il traffico Internet) si serviranno sempre più dei protocolli peer-to-peer per lo scambio dei file, della posta elettronica, della messaggistica e dei sistemi di telefonia, dei protocolli di podcasting e di video streaming per la musica e i film, delle reti private virtuali (VPN) nelle aziende, delle cosiddette API (Application Programming Interfaces) per la comunicazione tra le macchine o degli ambienti di chat (iChat) per quella tra le persone. E molte di queste nuove applicazioni sono chiuse, di tipo "proprietario".

Secondo Anderson questo processo è inevitabile, legato al ciclo economico delle società capitalistiche: «la storia delle rivoluzioni industriali, dopo tutto, è una storia di battaglie per il controllo (corsivo dell'A.)». Gli esempi in proposito sono molteplici: dalla storia delle ferrovie (da 186 compagnie nel 1920 a solo 7 oggi), a quella della telefonia o dell'elettricità (con fenomeni analoghi). Ed ora è la volta del Web, diventato maggiorenne e uscito quindi dall'epoca della sperimentazione e dell'improvvisazione, a dover subire il processo di privatizzazione e di concentrazione nei mercati che presentano opportunità di guadagno più interessanti. Gli utenti assistono impotenti, interessati soltanto a ottenere risparmi sui costi e miglioramenti della qualità dei servizi. In un certo modo, quindi, "la colpa è nostra".

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