"Il Web è morto. Lunga vita a Internet"

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Con questo titolo a effetto la rivista americana «Wired», che ha accompagnato dal 1993 la crescita di Internet, ospita nell'ultimo numero di settembre un confronto a due voci tra il direttore della rivista Chris Anderson e il giornalista Michael Wolff, autore di uno dei più noti libri sul fallimento delle cosiddette dot.com all'inizio degli anni Duemila. Nell'edizione in linea della rivista la discussione viene arricchita dagli interventi di Tim O'Reilly e John Battelle, i creatori delle conferenze annuali sul Web 2.0 – su cui ritorneremo in un altro post. Le sezioni della rivista e del sito sono accompagnate da un'immagine, che non può che evocare uno scenario di distruzione.

webdead.jpgLa posizione di Anderson, sintetizzata nel titolo "La colpa è nostra", è espressa chiaramente nell'incipit del suo intervento: "Ti svegli la mattina e controlli la posta elettronica con il tuo iPad vicino al letto – e questa è un'applicazione. Durante la colazione consulti Facebook, Twitter e il «New York Times» – altre tre applicazioni. Sulla strada per l'ufficio, ascolti un po' di musica dal tuo smartphone. Un'altra applicazione. Al lavoro controlli su un reader gli RSS e conversi su Skype e Messenger. Ancora applicazioni. Alla fine della giornata, torni a casa, ceni ascoltando Pandora, giochi alla Xbox o guardi un film con il servizio in streaming di Netfix. Hai passato tutto il giorno su Internet – ma non sul Web. E non sei il solo."

La differenza non è di poco conto: secondo Anderson negli ultimi tempi, grazie all'affermazione di strumenti come l'i-Phone, si è verificato uno spostamento dal mondo aperto della rete a piattaforme semi-chiuse che utilizzano il protocollo Internet per trasportare le informazioni, ma non il browser per visualizzarle. È un mondo che sfugge ai "ragni" di Google, che non utilizza l'HTML e che gli utenti scelgono o accettano perché si adatta efficacemente alle loro esigenze. E pensare che solo pochi anni fa si teorizzava la sostituzione del desktop del computer con il cosiddetto "webtop", una "nuvola" in linea dove poter attingere via HTTP le applicazioni e i dati personali.

La strada che si prospetta oggi si fonda sull'uso della rete, attraverso i protocolli TCP e IP, ma non del web, ossia del browser e dell'HTML. Nei prossimi anni gli utenti (e di conseguenza il traffico Internet) si serviranno sempre più dei protocolli peer-to-peer per lo scambio dei file, della posta elettronica, della messaggistica e dei sistemi di telefonia, dei protocolli di podcasting e di video streaming per la musica e i film, delle reti private virtuali (VPN) nelle aziende, delle cosiddette API (Application Programming Interfaces) per la comunicazione tra le macchine o degli ambienti di chat (iChat) per quella tra le persone. E molte di queste nuove applicazioni sono chiuse, di tipo "proprietario".

Secondo Anderson questo processo è inevitabile, legato al ciclo economico delle società capitalistiche: «la storia delle rivoluzioni industriali, dopo tutto, è una storia di battaglie per il controllo (corsivo dell'A.)». Gli esempi in proposito sono molteplici: dalla storia delle ferrovie (da 186 compagnie nel 1920 a solo 7 oggi), a quella della telefonia o dell'elettricità (con fenomeni analoghi). Ed ora è la volta del Web, diventato maggiorenne e uscito quindi dall'epoca della sperimentazione e dell'improvvisazione, a dover subire il processo di privatizzazione e di concentrazione nei mercati che presentano opportunità di guadagno più interessanti. Gli utenti assistono impotenti, interessati soltanto a ottenere risparmi sui costi e miglioramenti della qualità dei servizi. In un certo modo, quindi, "la colpa è nostra".
No, la colpa è loro!

Il controcanto alle tesi di Anderson è svolto da Michael Wolff, che racconta efficacemente il processo di concentrazione in corso sulla rete e imputa ai nuovi e spregiudicati media mogul (magnati dei media) - come il finanziere russo Yuri Milner - la creazione di blocchi di potere (monopolistici) in grado di controllare la rete. Quanto al primo aspetto, secondo la società di ricerche di mercato Compete, i primi 10 siti web raccoglievano in America nel 2001 il 31% delle pagine viste, il 40% nel 2006 e sono arrivati a quasi il 75% nel 2010; quanto a Milner, che detiene tra l'altro il 10% di Facebook, la sua politica esprime una volontà di potenza per cui "il grande mangia il piccolo" (in termini di traffico) e il successo individuale permette di controllare centinaia di milioni di persone in poco tempo.

articolo_ipad.jpg Anche secondo Wolff ci stiamo allontanando dal Web aperto, ma in una prospettiva diversa: il dominio crescente di magnati e finanzieri inclini a pensare più nei termini "tutto o niente" dei media tradizionali, che in quelli "arriva-uno arrivano-tutti" dell'utopia collettivista di Internet. E in effetti questo sviluppo è un cammino storico familiare, che risale all'epoca feudale e corporativa: i meno forti e potenti sono ulteriormente indeboliti da chi ha più risorse, è efficiente e meglio organizzato. In fin dei conti si tratta di una battaglia combattuta e vinta non soltanto facendo cadere giornali ed etichette musicali, ma anche provider come America on-line (AOL) e tutti coloro che hanno costruito un business sull'idea che un'esperienza accurata avrebbe avuto la meglio sulla flessibilità e la libertà del Web.

Nell'analisi di Wolff il Web ha sempre avuto due facce: da una parte Internet ha provocato la rottura dei sistemi consolidati di interesse e le strutture tradizionali di potere; dall'altra è stata il terreno di una costante lotta di potere, con molte società che hanno basato le loro strategie sul controllo di tutto o di larghi settori dell'universo alimentato dal protocollo TCP-IP. Netscape (chi lo ricorda o chi lo ha usato?) ha provato a monopolizzare l'home page; Amazon a dominare il campo delle vendite; Yahoo quello della navigazione sul Web.

Fino a che non è arrivato Google, che gestendo il traffico (con le ricerche) e le vendite (con la pubblicità) ha creato una posizione di primato difficilmente attaccabile, una sorta di Roma imperiale in un mondo molto distribuito. E proprio perché Google è diventato così dominante nel web che si sono cercate strade alternative: la più efficace è stata quella dei social network, con Facebook in prima linea, che hanno cominciato a costruire un universo parallelo, manifestando anch'essi un'elevata volontà di potenza e in alcuni personaggi - come ad es. Mark Zuckerberg, il patron di Facebook - una sorta di "megalomania".
Prendete Facebook. Il sito iniziò come un sistema libero ma chiuso. Erano richiesti non soltanto la registrazione, ma anche un indirizzo email accettabile (di una università e in seguito di ogni scuola). A Google era proibito cercare nei suoi server. Col tempo si aprì a tutti e nel 2006 la sua costituzione da club, ritualistica e fortemente regolata, era già a punto. Facebook era molto attraente perché era un sistema chiuso. Infatti, l'organizzazione delle informazioni e delle relazioni di Facebook divenne in un periodo notevolmente breve di tempo un doppione del Web - un luogo più semplice e di maggiore assuefazione. La società invitò gli sviluppatori a creare giochi e applicazioni soltanto per Facebook, trasformando il sito in una piattaforma pienamente sviluppata. E allora, a un certo punto di crescita della massa critica, non tanto in termini di numero degli iscritti, quanto di tempo  di utilizzazione, di assuefazione o di lealtà, Facebook divenne un mondo parallelo al Web, un'esperienza assai differente e certamente più soddisfacente e avvincente della consultazione precedente da sito a sito.
L'esito del successo di Facebook si è capito solo più tardi (e qui probabilmente Wolff parla anche di sé): il Web degli innumerevoli imprenditori in cerca di fortuna era stato sbaragliato dal modello del singolo imprenditore-mogul-visionario, un paragone inquietante di tutto ciò che il Web non era: standard rigidi, design dall'alto e controllo centralizzato.

La replica di tale successo è avvenuta in misura più contenuta soltanto nello stesso settore dei social network, con la crescita di ambienti regionali e settoriali in tutte le aree del mondo o di reti professionali come Linkedin [una mappa completa dei principali social network è mantenuta aggiornata in un sito di esperti di visualizzazione dei dati]. Non si è ripetuta invece negli ultimi anni per i siti dei grandi gruppi editoriali o dei cosiddetti content provider.

Chi sembra invece essere riuscito in questa impresa è un rinato Steve Jobs, inventore visionario prima con l'iPod, poi con l'iPhone e ora con l'iPad di ambienti proprietari per l'ascolto della musica, la comunicazione a distanza e la lettura di giornali e di libri. Jobs - scrive ancora Wolff - è riuscito a colmare il vuoto lasciato dagli editori, dai tecnologi e dallo stesso Google e ha creato un modello di business innovativo in settori industriali in crisi (musica e quotidiani in primo luogo).
Nel modello aperto e distribuito di Google, quasi tutti possono fare pubblicità in quasi ogni sito e Google riceve una percentuale - i suoi interessi sono con la massa. Apple, invece, guadagna quando qualcuno compra un film o una canzone - i suoi interessi sono simili a quelli di un content provider tradizionale (in questo caso l'allineamento è naturalmente più complicato poiché in ogni transazione Apple è diventata ben presto la parte dominante).
Perciò non deve sorprendere che la visione di Jobs del futuro dei media - grazie all'iPad - sia molto simile a quella del passato dei media. Jobs è un mogul espressione diretta del sistema degli studio.  Mentre Google può aver controllato traffico e vendite,  Apple controlla lo stesso contenuto. Infatti si riserva il diritto di approvazione assoluta su tutte le applicazioni delle terze parti; controlla il look and feel e l'esperienza degli utenti. E soprattutto controlla il sistema di distribuzione del contenuto (iTunes) e degli strumenti (iPod, iPhone e iPad) con cui si consuma questo contenuto.
In definitiva si potrebbe dire che la storia in qualche modo si ripete: Zuckerberg e Jobs stanno proprio cercando di fare come i vecchi mogul del passato, con il primato dei contenuti/prodotti sulla tecnologia e con la qualità dell'esperienza legata al design e all'estetica, senza rinunciare – neanche per un momento – al controllo totale del proprio business.

Aggiornamento del 7 settembre 2010. Sulla «Repubblica» di ieri Federico Rampini intervista Chris Anderson, che spiega brillantemente ai lettori italiani la tesi che abbiamo illustrato della morte del Web. E a questo punto diventano più interessanti le domande del giornalista italiano, che in qualche modo svolge il ruolo di "spalla" nell'intervista.
Dopo aver inizialmente chiesto lumi sul significato dell'espressione "la morte del web", Rampini domanda – con un'ingenuità simulata – se l'utente sta rinunciando alla libertà in cambio della comodità (le applicazioni gli presentano direttamente quello che gli interessa, senza bisogno di ricerche complesse): e alla risposta positiva di Anderson fa notare come questo passaggio comporti un processo di concentrazione nel panorama delle società internettiane con una minaccia allo strapotere di Google da parte, ad es., di Facebook, che preseleziona le opzioni possibili con le sue funzionalità interne al network delle relazioni, per concludere con questa considerazione:
La nuova era ha conseguenze profonde anche per chi produce contenuti: informazione, cultura, giornali, libri. Abbiamo conosciuto le regole dell'impero di Google, che pretendeva la gratuità dei contenuti e poi si arricchiva vendendo spazi pubblicitari un po' dappertutto. Ora il modello nuovo è quello di Apple, dove i contenuti si pagano.

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