I nuovi muri del Web

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Copertina.jpgÈ il titolo dell'edizione dell'«Economist» del 4 settembre 2010, in cui si riprendono e si discutono le tesi di «Wired» sulla morte del Web. L'approccio è più sfumato, ovviamente anglosassone, ma, leggendo con attenzione, la visione e le preoccupazioni sono analoghe a quelle della rivista americana. Il tema ispira la copertina del settimanale inglese, riprodotta qui a fianco: un arcipelago di isole a forma di "chiocciolina", in cui sono rinchiusi gruppi di utenti separati nel grande mare della rete. Nel sottotitolo si evidenzia la minaccia all'apertura della rete.

Nell'editoriale iniziale (p. 11) si ricostruisce la vertiginosa crescita di Internet negli ultimi 15 anni, legata a un'invenzione e a un accordo commerciale: i protocolli aperti del WEB hanno permesso connessioni sempre più estese a un costo contenuto e senza difficoltà, superando i confini che preesistevano tra le reti accademiche, aziendali e tra consumatori (chi si ricorda oggi di CompuServe, il maggior provider americano di connessioni via modem negli anni Ottanta e all'inizio degli anni Novanta?). Inoltre, come un accordo di libero commercio tra le nazioni amplia le dimensioni del mercato e fa aumentare i guadagni negli scambi, così Internet ha portato a volumi più grandi di guadagno attraverso lo scambio dei dati e ha fatto fiorire l'innovazione.

Internet è diventata ai nostri giorni così estesa e così largamente usata che nazioni, aziende e operatori delle reti (telefoniche o di computer) vogliono separare con muri le sue trasmissioni di bit o far lavorare in modo diverso le sue parti per promuovere i propri interessi politici o commerciali. E perciò sono stati costruiti tre tipi diversi di muri:

  1. il primo è nazionale, come nel caso della Cina, il cui grande firewall (sistema di protezione) già impone stretti controlli sui collegamenti internet con il resto del mondo, altri stati come l'Iran, Cuba, l'Arabia Saudita e il Vietnam hanno fatto cose simili e altri ancora stanno rafforzando i controlli su quello che si può fare e vedere su Internet.
  2. Alcune aziende, come Facebook (con la messaggistica interna), Google (con i servizi applicativi) e Apple (con le applicazioni esclusive dell'iPhone), sono impegnate nella costruzione di giardini cintati (walled gardens), da cui gli utenti non possono uscire.
  3. Gli operatori delle reti, da parte loro, stanno cercando di stabilire accordi con i fornitori di contenuti per favorire quei siti disposti a pagare di più: è l'ipotesi della Internet a due corsie, la prima più veloce per coloro che pagano direttamente o producono una fonte di reddito, la secondo per gli altri utenti.

In tutti e tre i casi l'indipendenza e la neutralità della rete sono messe a dura prova: "non siamo ancora alla morte del web, come afferma il mensile «Wired» – scrive l'editorialista dell'«Economist» –, ma la rete sta perdendo parte della sua apertura e universalità". E questo non è necessariamente un male, se come nel caso della Apple i profitti ottenuti con il giardino murato sono utilizzati per lo sviluppo di servizi e di strumenti che sono apprezzati dagli utenti; d'altra parte, in ogni caso, si è pur sempre liberi di comprare un telefonino Nokia o Android. Anche la decisione di un operatore della rete di erigere blocchi di percorso per gli utenti comuni potrebbe essere contrastata scegliendo un altro operatore; mentre è più difficile opporsi alle decisioni di un governo, che possono essere contrastate soltanto con una politica di pubblicizzazione dei vantaggi dell'apertura delle reti.

Le restrizioni imposte dai governi sono più difficili da aggirare, come nel caso del grande firewall cinese, anche se i governi occidentali potrebbero dare almeno il buon esempio e non fare come l'Australia che ha progettato di costruire un firewall alla cinese per combattere la pedo-pornografia e i manuali per la preparazione di bombe. Per trattare questi problemi sarebbe meglio adottare la via degli inasprimenti legislativi e non trafficare con l'impianto dei tubi della rete.
Nell'articolo Una contro-rivoluzione virtuale della sezione "Il futuro di Internet" (pp. 75-77) la tesi di fondo del settimanale inglese è ripresa e approfondita, a partire dal giudizio che dopo 15 anni di esistenza globale e unificata la rete è attualmente entrata in una seconda fase di balcanizzazione, con una suddivisione in Stati e staterelli come quella conosciuta dopo la frammentazione della ex-Jugoslavia. Le forze del cambiamento sono quelle che abbiamo già visto: in primo luogo gli Stati che, come l'India, contrastano il servizio di trasmissione della posta elettronica effettuato con il Blackberry, la comunicazione telefonica gratuita attraverso Skype o alcuni servizi di Google; poi le aziende di Information Technology che stanno costruendo i loro territori digitali, in cui stabiliscono le regole, il controllo o il limite delle connessioni alle altre parti della rete; infine i proprietari dei network a cui piacerebbe di poter trattare differentemente i diversi tipi di traffico, creando corsie veloci e corsie lente.

Internet_visualization.jpgÈ ancora presto per dire che la rete Internet si sia frammentata in diverse reti Internet, ma è reale il pericolo di una sua parcellizzazione attraverso confini geografici e commerciali. Nella figura a fianco, elaborata dalla Co-operative Association for Internet Data Analysis (CAIDA) dell'Università della California, si può vedere una rappresentazione delle "nazionalità" della rete: l'America è in rosa, la Gran Bretagna in blu scuro, l'Italia in azzurro, la Svezia in verde e le nazioni non identificate in bianco. Come non era preordinato che Internet sarebbe diventata un unico network globale, così non è sicuro che rimarrà sempre tale. Nel mondo fisico molte reti (dalle linee ferroviarie a quelle aeree e telefoniche) sono insiemi di isole più o meno connesse: il modello balcanizzato è stato sempre quello dominante; l'Internet aperta e universale una eccezione e una "benedizione" per tutti. La sua apertura ha permesso, infatti, effetti che sono stati chiamati "generativi": gli utenti hanno potuto e possono trafficarci, creando nuovi servizi e abbandonando quelli vecchi e superati. E proprio le caratteristiche di eccezionalità hanno alimentato le forze che attualmente vogliono controllarla.

Secondo l'editore Tim O'Reilly – già intervistato su «Wired» –, "siamo all'inizio di una guerra per il controllo del Web e, in definitiva, si tratta di una guerra contro il Web come piattaforma inter-operabile". Abbiamo visto che la tendenza verso sistemi chiusi è innegabile: da Facebook ad Apple, a Google, che non necessariamente svolgono una funzione negativa, ma rispondono alle esigenze di milioni di consumatori che non sono esperti di reti o di computer e vogliono comunicare e operare sulla rete in modo sicuro. Il vero problema dal punto di vista industriale, secondo l'«Economist», è quello della "rete a due velocità" che molti operatori di telecomunicazioni vorrebbero adottare per offrire un servizio migliore ai clienti "affluenti" e ottenere quindi ricavi marginali superiori.

La tesi dei gestori dei network può essere riassunta così: senza la possibilità di ottenere flussi di pagamento più consistenti verrebbe a cadere la prospettiva di seri investimenti per migliorare i servizi della rete, con ricadute positive nel medio periodo per tutti gli utenti: chi non fosse disposto a pagare continuerebbe a nuotare nella corsia più lenta. Tim Wu, professore alla Columbia University, ha definito questa ipotesi "la visione alla Tony Soprano della rete" e Vinton Cerf, uno dei padri fondatori di Internet e ora vice-presidente di Google, la considera una minaccia pericolosa: «permettere agli operatori delle reti a bande larghe di controllare ciò che gli utenti vedono o fanno in linea metterebbe a repentaglio i principi che hanno permesso il successo di Internet».

In conclusione è difficile formulare previsioni attendibili: la partita è ancora aperta. Se dovesse prevalere la visione dei giardini recintati, si correrebbe il rischio di perdere gli effetti "generativi" di questi anni, con un rallentamento pericoloso del fenomeno dell'innovazione. Inoltre occorrerebbe verificare quanto siano alti i nuovi muri tra questi giardini, perché fino a una certa altezza potrebbero non avere un effetto devastante. Come ha sottolineato il prof. Kevin Werbach della Wharton School dell'Università della Pennsylvania, quello che è certo è che nel caso delle reti interconnesse la crescita può essere veloce e impetuosa, ma altrettanto veloce e impetuosa può essere la dissoluzione.

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