Public Enemies

| | TrackBack (0)

Su copertine e manifesti

Questa volta decliniamo il tema della multimedialità fuori della rete, ritornando a mezzi più "tradizionali" come un libro e un film. Lo spunto è offerto dalla banca dati "Covering Photography", di cui abbiamo già parlato esattamente tre anni fa in Editing and Publishing.

Tra le acquisizioni recenti di questa raccolta di immagini legate ai libri è la sovracoperta del volume Public Enemies, pubblicato nel 2004 da Penguin Books, una ricostruzione di aspetti importanti del fenomeno gangsteristico americano, scritta da Bryan Burrough: la fotografia nella sovracoperta, opera di Weegee (pseudonimo del fotografo Arthur Fellig), ritrae alcuni banditi arrestati da poco che si coprono il volto di fronte ai flash dei fotografi. Lo scatto è nel suo insieme realistico e rimanda a qualcosa di conosciuto, tra la cronaca dei vecchi cinegiornali e settimanali e alcune pellicole cinematografiche più recenti.

Book.jpg I corti circuiti messi insieme dal curatore della banca dati, Karl Baden, sono due: da una parte, l'accostamento con il manifesto del film omonimo che è stato tratto dal libro nel 2009 e che era interpretato dal versatile Johnny Depp; dall'altra, la notazione dello scostamento temporale tra il momento dello scatto della foto di copertina (1945), con gli anni (1933-1935) in cui è ambientata la vicenda del libro. Proviamo a seguire il filo del ragionamento, partendo dal film.
Movie2.jpg Nel manifesto, molto distante dalla copertina, Johnny Depp è rappresentato nell'iconografia classica del gangster, con cappello, completo gessato, gilet e mitra "fumante" sullo sfondo dei grattacieli di una metropoli che rassomiglia decisamente a New York: il film – come spesso accade – pur avendo lo stesso titolo e pur essendo basato sul volume di Burrough, si prende molte libertà nel raccontare una storia, che punta al successo di cassetta e non alla ricostruzione degli eventi effettivi. La regia, poi, non si poteva dire eccellente con il risultato finale che il bandito Dillinger non è il personaggio di Johnny Depp che si ricorda maggiormente, come succede invece ad es. per il protagonista di "Edward mani di forbice", per il "caricaturale" e improbabile pirata della "Maledizione della prima luna" o per il recentissimo Cappellaio matto nella rivisitazione del classico di Lewis Carroll Alice in Wonderland, fatta dal visionario regista californiano Tim Burton – quello del ciclo di "Batman", della "Sposa cadavere" e della "Fabbrica di cioccolato", per intenderci. (Tra parentesi immagini e trame di questi film di Johnny Depp si possono vedere e leggere in questa pagina di un altra banca dati, l'accurato "Internet Movie Database".)

Se è quasi scontato che il manifesto di un film deve richiamarne la trama o le scene importanti e che le libertà sono quelle prese dal regista e non dal designer del manifesto, nel caso della copertina ci si aspetterebbe analogamente un'aderenza ai contenuti e alle vicende del volume. In questo caso, però, come argomenta con arguzia Karl Baden, la copertina fa storia quasi a sé, perché l'immagine è stata scattata più di dieci anni dopo l'epoca degli eventi trattati (1945) e in un luogo (New York di nuovo) che non appartiene alla geografia pur ampia del libro: le vicende descritte da Burrough spaziano, infatti, tra California, Texas, Florida, Minnesota, Ohio e Washington, senza mai arrivare alla "Grande mela". I due personaggi ritratti, poi, erano noti scommettitori, arrestati perché stavano cercando di truccare una partita di basket.

A questo punto sorge spontanea la domanda: va bene, abbiamo capito che la foto non aderisce da un punto di vista fattuale ai contenuti del libro, ma che cosa si può dirne in termini di efficacia della rappresentazione? Esprime in una istantanea il fenomeno della guerra al gangsterismo e lo rappresenta effettivamente?

La risposta di Baden è positiva. In termini di quadro generale, di frame visivo, i conti tornano, per via dei vestiti - plausibili anche per il decennio precedente - dei fazzoletti che coprono i volti e che erano una costante nelle scene di cattura ma, soprattutto, per la coerenza astratta con i contenuti del libro, coerenza che in ogni caso trasforma lo scatto in una sorta di documento simbolico del periodo, trascendendo il livello della singola immagine di cronaca. O forse così ci sembra perché "we (the Reader, the Public, the Culture) often prefer the persuasive abilities of metaphor to the cold comfort of fact" (noi – il Lettore, il Pubblico, la Cultura – spesso preferiamo le capacità persuasive della metafora al freddo comfort dei fatti).

Categorie:

Ultimi post correlati

Rai.it: un pastiche con tutte le buone intenzioni - 27 Apr 2009
Internet per la formazione on line (e-learning) - 14 Gen 2009
Copyright e copyleft - 30 Ago 2008




Su questo post

Questa pagina contiene un solo post di lucius pubblicato il 15.10.2010 h. 18:57.

Google new è il post precedente.

È l'ora degli e-book? è il post successivo.

Ultimi commenti

Non ci sono commenti per questo post

Archivi per mese