Segreti svelati

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Open_Secrets_cover.jpgOpen Secrets. WikiLeaks, War and American Diplomacy è forse il primo esempio di "instant e-book", ossia di un libro pensato e redatto in tempi brevissimi e diffuso in formato soltanto digitale.

Non è disponibile nella nostra libreria abituale, né è pronto per la spedizione su un sito di e-commerce, come ogni altro "instant book" cartaceo. Si può ordinare in linea scegliendo il formato preferito dal nostro lettore di e-book: iPad (Apple), Kindle (Amazon), Nook (Barnes & Noble) o, a breve, presso il nuovo negozio virtuale di Google. Il costo è uguale nelle diverse soluzioni (5,99 dollari), ma le dimensioni sono diverse: a fronte di un testo che si immagina identico, da Barnes & Noble si ottiene un file di 12.500 kb, da Amazon sempre un file, ma di poco meno della metà (5.111 kb), e da Apple l'equivalente di un libro stampato di 1.570 pagine – a riprova di una babele tuttora persistente in questo campo dell'editoria elettronica.

Lo ha curato Alexander Star con la redazione del «New York Times» e Bill Keller, direttore del giornale, ha firmato l'introduzione in cui ricostruisce i retroscena della pubblicazione dei dispacci di guerra dell'esercito americano in Afghanistan e in Iraq e delle comunicazioni riservate tra il Dipartimento di Stato e le rappresentanze diplomatiche americane nel mondo. Si tratta di tre gruppi di migliaia di documenti, che a partire dal maggio 2010 sono stati forniti dal principale rappresentante di WikiLeaks, Julian Assange, a pochissimi giornali selezionati, pubblicati tra il luglio e l'ottobre e poi ripresi dalla stampa di tutto il mondo. Questi testi, talora telegrafici, talora burocratici, sono introdotti dal racconto di Keller, di cui un'ampia parte si può leggere (in inglese) in questa pagina [Nota del 27 marzo 2010. L'introduzione di Keller è stata tradotta nel numero 890 di «Internazionale» in edicola nella settimana 25-31 marzo 2010].

L'interesse della pubblicazione è naturalmente di grande portata sotto diversi punti di vista: sicuramente i documenti diventeranno una fonte storica primaria per la ricostruzione di un periodo di forte instabilità negli equilibri internazionali e rimandiamo chi si occupa più specificamente di storia contemporanea all'acquisto e alla consultazione dell'e-book. In secondo luogo ci fa capire come hanno lavorato le redazioni dei più importanti giornali internazionali per verificare e trattare questa mole ingente di materiale ed è l'aspetto che più ci interessa in questa sede: al riguardo le argomentazioni del direttore Keller descrivono "dal di dentro" l'attività editoriale di una grande testata giornalistica in una situazione d'eccezione e, quindi, consigliamo a chi è interessato al giornalismo d'inchiesta di leggere con attenzione l'introduzione che abbiamo allegato.
Il primo gruppo di documenti è stato pubblicato in contemporanea dai tre giornali il 25 luglio 2010 e si riferiva alla guerra dell'Afghanistan. Tre mesi più tardi è stata la volta dei documenti relativi alla guerra in Iraq, diffusi anche dal francese «Le Monde», e comprendenti tra l'altro testimonianze su torture inflitte dalle forze ufficiali irachene, che l'esercito americano ha fatto finta di non vedere ("the Unites States turned a blind eye to the torture...").

Assange.jpg Nell'ottobre 2010, infine, WikiLeaks ha consegnato circa 250.000 comunicazioni tra il Dipartimento di stato e le ambasciate americane nel mondo, che sono risultate ancora più esplosive dei dispacci di guerra per la tipologia del materiale e per la natura delle comunicazioni diplomatiche. In questi rapporti si parla non solo di guerra e di nemici, ma anche delle relazioni con i paesi alleati, di cui abbiamo letto anche brani "non convenzionali" sui giornali italiani, o degli agenti attivi sullo scacchiere internazionale.

La pubblicazione di questi documenti è stata preceduta da alcuni incontri con i responsabili della amministrazione americana che hanno espresso, secondo il racconto di Keller, tre ordini di preoccupazioni:
First was the importance of protecting individuals who had spoken candidly to American diplomats in oppressive countries. We almost always agreed on those and were grateful to the government for pointing out some we overlooked. [...]
The second category included sensitive American programs, usually related to intelligence. We agreed to withhold some of this information, like a cable describing an intelligence-sharing program that took years to arrange and might be lost if exposed. In other cases, we went away convinced that publication would cause some embarrassment but no real harm.
The third category consisted of cables that disclosed candid comments by and about foreign officials, including heads of state. The State Department feared publication would strain relations with those countries. We were mostly unconvinced.
È toccato perciò ai responsabili delle testate giornalistiche scegliere che cosa pubblicare o non pubblicare, in alcuni casi accogliendo le richieste dell'Ammnistrazione, in altri muovendosi su una linea di autonomia informativa, dettata pur sempre da un forte senso di responsabilità. Keller ricorda che soltanto dopo l'11 settembre 2001 i giornali si erano trovati di fronte a dilemmi etici e politici così acuti e, in particolare, cita due episodi che risalgono al 2005 e al 2006: il primo relativo alle politiche di controllo dei messaggi di posta elettronica e delle conversazioni tra privati da parte della National Security Agency (NSA); il secondo relativo al programma sempre di controllo dei movimenti bancari internazionali da parte del Dipartimento del Tesoro.

Nelle pagine conclusive della sua introduzione Keller si interroga perciò sulle linee di condotta che situazioni simili richiedono alla stampa per raggiungere il necessario equilibrio tra la tutela del diritto all'informazione della opinione pubblica e la comprensione degli obiettivi politici dell'Amministrazione pubblica in un contesto turbolento come quello creatosi nel primo decennio del nuovo secolo. Si tratta di una linea di confine instabile e mutevole, che si posta ora in un senso, ora nell'altro, ma che ha come motivo generale – almeno nelle intenzioni dei giornalisti di matrice anglosassone – la ricerca della trasparenza e della verità.

Aggiornamento del 16 febbraio 2011. Non lo abbiamo sottolineato esplicitamente, perché risultava evidente: nessun giornale italiano ha partecipato alla pubblicazione dei cables di Wikileaks e non perché le testate del nostro Paese siano state escluse, ma perché hanno rinunciato a essere parte attiva nell'operazione. È quanto si viene a sapere dall'unica intervista che due giornalisti italiani hanno ottenuto da Julian Assange in questi mesi (l'intervista è recente, dell'inizio di febbraio) e che si può leggere nel sito di AgoraVox in una prima e in una seconda puntata. I due giornalisti sono Francesco Piccinini di AgoraVox e Giorgio Scura del quotidiano free press «Leggo» – due outsider in qualche modo rispetto al sistema tradizionale della stampa, ma con una forte determinazione e con una rilevante professionalità.

L'importanza di questi testi è difficilmente sottovalutabile e perciò invitiamo tutti coloro che sono interessati all'argomento a leggerli interamente (li abbiamo riprodotti anche qui e qui). In questa sede vogliamo sottolineare due aspetti relativamente di dettaglio: il primo riguarda i contatti di Assange con la stampa italiana; il secondo il suo commento all'introduzione di Tom Keller, di cui abbiamo parlato nella prima parte di questo intervento.
Perché non hai mai dato i cables a giornali italiani?
"L'abbiamo fatto. Li abbiamo dati a un grande giornale, ma hanno deciso di non pubblicarli e di lavorarci su attraverso degli articoli".

A quale giornale li hai dati?
"Erano due. I due più grandi (non ci rivela i nomi, ndr). In precedenza avevamo anche lavorato con uno dei due, ma alla fine non ne hanno fatto nulla. È successa la stessa cosa in Giappone, abbiamo dato i cables anche a un loro quotidiano nazionale, il più importante, pensa che hanno 2200 giornalisti, senza contare le altre figure, solo di reporter, praticamente lo stesso numero della Reuters. Hanno rifiutato anche loro e lavorano in una maniera molto metodica, potremmo dire "alla giapponese" (sorride, ndr).
E su Keller:
"Prendi l'esempio di Bill Keller del «New York Times», che ha fatto una mia descrizione dicendo che quando mi ha incontrato avevo la maglietta sporca, le scarpe da ginnastica, i calzini sporchi, dicendo che ero una persona trasandata, che puzzavo. Era il momento in cui ero ricercato, quindi scappavo da un posto all'altro. Io mi chiedo perché abbia detto soltanto la prima parte e non la seconda, di quello che gli ho raccontato, cioè che stavo sveglio per giorni interi per scappare. Questo è solo un esempio di come si può screditare una persona. Tutto questo è indegno e anche se fosse stato vero, che necessità c'era di scrivere queste cose (che ero sporco e che puzzavo perché ero un fuggiasco)? Probabilmente tutto questo lo fanno per giustificarsi agli occhi di Washinghton del fatto che il «New York Times» ha collaborato con Wikileaks. È come se volessero dire alla Casa Bianca: "non ci stiamo esponendo contro di voi, ma stiamo lavorando per voi".
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